I Brics e il processo di dedollarizzazione

Vincenzo Comito*

Premessa

E’ ampiamente noto come dal dopoguerra e sino ad oggi quella del dollaro sia stata  la valuta largamente dominante nel mondo, sia come intermediaria per gli scambi commerciali, che come strumento di riserva delle banche centrali, che ancora come moneta di riferimento dei mercati finanziari  (emissione e scambio di azioni ed obbligazioni oltre che di altri strumenti finanziari, riferimento per i prestiti pubblici internazionali, per i mercati delle materie prime, ecc.), mentre gli Stati Uniti dominavano anche la fondamentale rete Swift per le transazioni delle banche, nonché il mercato delle carte di credito. Parallelamente va ricordato anche il dominio Usa sulle grandi istituzioni finanziarie internazionali, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale, istituzioni di cui da lungo tempo i paesi del Sud del mondo chiedono senza successo una riforma. Nell’ultimo periodo Trump sta cercando di aggiungere nuove armi a tale arsenale, attraverso il lancio di strumenti quali stablecoin e criptovalute.

Questa situazione di “esorbitante privilegio”, come aveva affermato l’allora presidente della repubblica francese, Valery Giscard d’Estaing o anche, come dichiarato a suo tempo dall’ex-governatore del Texas, John Connally, “la nostra moneta, il vostro problema”, trovava, se vogliamo, una sua qualche giustificazione sino a quando il peso dell’economia e degli scambi commerciali degli Stati Uniti erano dominanti nel mondo. 

Ma almeno tre fatti sono venuti più di recente a turbare questi equilibri. 

Intanto si è andata registrando nel tempo una progressiva perdita di peso dell’economia e dei commerci statunitensi rispetto al totale mondiale e l’emergere prepotente dell’economia di altri paesi, a cominciare dall’India e dalla Cina, sul quadro mondiale. Utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto oggi l’economia dei paesi del Sud del mondo rappresenta quasi i due terzi del totale mondiale, mentre la Cina è diventata la prima potenza commerciale del mondo ed anche la prima per il peso del pil. 

Va poi considerata la tendenza crescente da parte degli Stati Uniti a militarizzare la loro valuta; in particolare vale a questo proposito ricordare come, subito dopo l’invasione dell’Ucraina, gli Stati Uniti abbiano sequestrato i depositi russi in dollari depositati nelle banche occidentali e bloccato l’uso da parte delle banche di quel paese del sistema Swift. Questa decisione ha spinto la gran parte dei paesi del mondo a pensare che la stessa cosa avrebbe potuto un giorno capitare anche a loro nel caso che qualche loro decisione non fosse risultata gradita a Washington ed hanno da allora cercato di premunirsi in qualche modo di fronte a tale minaccia.

Da ultimo bisogna ricordare le violente ed imprevedibili decisioni di Trump contro praticamente tutti i paesi del mondo anche sul terreno monetario e lo scatenamento della guerra all’Iran insieme ad Israele.

Tutti questi fattori sembra stiano contribuendo a dare una spinta, forse per alcuni aspetti decisiva, al processo di dedollarizzazione. 

Il testo che segue cerca di dare conto di alcuni aspetti di tale processo ed in particolare sul ruolo dei Brics nello stesso.

Lo yuan, un potenziale concorrente del dollaro

-Le conseguenze dei fatti dell’Iran 

Come si commenta a proposito dei fatti dell’Iran in un articolo del Financial Times (Davies, 2026) Il sistema del dollaro, dopo essere stato per molto tempo una fonte di stabilità globale, è diventata ora una fonte di instabilità. Mentre gli Stati Uniti aumentano la pressione della loro moneta, brandendola come un’arma, altri paesi, come abbiamo già segnalato, cercheranno di sfuggire al suo potere.

Minacciare di limitare l’accesso al sistema globale del dollaro sembra comunque ora incutere meno paura di una volta. Dopo il caso delle sanzioni alla Russia, con l’esclusione del paese dallo Swift, bisogna ricordare che l’Iran è certamente uno dei paesi più sanzionati al mondo, ma che questo non gli ha impedito di continuare a vendere il petrolio alla Cina in yuan anche con la guerra degli Stati Uniti, nonché di esigere un pedaggio per passare lo stretto di Hormuz, da pagare eventualmente in yuan o in criptovalute (Moor, 2026). 

Intanto gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso il 1maggio 2026 di uscire dall’Opec, organizzazione che è la base del petrodollaro, lo scambio politico vigente da molti anni tra paesi del Golfo e gli Stati Uniti, tra la vendita del petrolio in dollari da una parte e la protezione militare degli Usa agli stessi paesi dall’altra. Secondo almeno alcuni osservatori (Maulana, 2026) l’uscita degli EAU dall’Opec appare importante soprattutto sul fronte monetario, perché rappresenta una spia della possibilità di consegnare all’Asia un momento petroyuan

In effetti sembra profilarsi una spaccatura degli stessi Emirati con l’Arabia Saudita ed altri paesi del Golfo, con questi ultimi che sembra stiano pensando seriamente a raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti e ad accettare la vendita del petrolio alla Cina con pagamenti in yuan.

Anche in un’analisi dell’Istituto di Ricerca della Deutsche Bank i danni causati ai paesi del Golfo dalle rappresaglie iraniane all’attacco Usa-Israele, da cui gli Stati Uniti ha mostrato di non saperli difendere, potrebbero spingere gli stessi a vendere idrocarburi in cambio di yuan alla Cina, che assorbe il 40% dell’export energetico dell’area (Cocco, 2026).

Come afferma dal canto suo un articolo di Asia Times (Savic, 2026) la prospettiva che la Cina diventi il principale socio economico e politico degli Stati del Golfo, con l’eccezione degli Emirati, è passata da una distante possibilità ad un imperativo a breve scadenza, mentre il petroyuan è vicino a diventare la valuta principale del commercio dei prodotti energetici in Asia.

Intanto la parte regolata in yuan delle transazioni internazionali della Cina è ormai in generale, nel marzo del 2026, arrivata al 56% del totale (The Economist, 2026), mentre tutto il commercio estero della Russia si svolge ormai in valuta diversa dal dollaro.

-Un’intervista al professor Kenneth Rogoff

Kenneth Rogoff, un importante economista di Harvard, ha di recente rilasciato una intervista ad un giornale di Hong Kong, il South China Morning Post, in cui parla soprattutto del futuro ruolo dello yuan nel sistema monetario internazionale (Wong, 2026).

Da tempo, afferma Rogoff, i tecnocrati cinesi hanno spinto per rendere lo yuan più indipendente dal dollaro, ma i politici si sono a lungo opposti a tale ipotesi, perché tutto sommato al paese andava bene così; in effetti l’economia tirava e non si volevano correre rischi inutili. Ma di recente Xi Jiping sembra avere cambiato idea ed ha affermato la volontà di fare dello yuan una valuta di riserva. Per farlo sono certo necessari certi passaggi tecnici, ma non è obbligatorio per il professore arrivare ad una piena convertibilità della moneta, come invece molti sostengono. 

Mentre gli investitori internazionali son alla disperata ricerca di un’alternativa per diversificarsi dal dollaro, la profezia di Rogoff è che lo yuan raggiungerà lo status di moneta di riserva nei prossimi cinque anni. 

Il risultato finale sarà per lui quello di un sistema più multipolare, con il dollaro, lo yuan e forse l’euro come monete guida, comunque con un dollaro forse ancora la valuta più importante, ma non più dominante.

-Lo yuan come strumento di finanziamento 

Nell’ultimo periodo lo yuan tende a diventare una fonte di finanziamento a livello globale. Non siamo certo come dimensioni ai livelli del dollaro, ma comunque il fenomeno appare in forte crescita. 

Tali finanziamenti avvengono utilizzando principalmente due strumenti, i Panda bonds e i Dim Sum bonds. I primi sono obbligazioni denominate in yuan ed emesse nel mercato cinese da entità straniere. I secondi sono ancora obbligazioni denominate in yuan ed emesse sempre da entità straniere ma fuori dalla Cina, per la maggior parte dei casi ad Hong Kong, piazza che tende a fungere, tra l’altro, da ponte finanziario tra la stessa Cina ed il resto del mondo.

Citiamo soltanto alcuni casi. 

Nell’aprile del 2026 il fondo sovrano del Kazakhstan è diventata la prima istituzione finanziaria dell’Asia Centrale ad emettere delle obbligazioni in yuan. Hanno seguito la stessa strada anche l’Indonesia e il Pakistan. In Europa il Portogallo ha fatto lo stesso, con l’obiettivo dichiarato di diversificare le fonti di finanziamento e di abbassare i costi per interessi. Altri paesi europei stanno considerando la cosa (Scmp Editorial, 2026). 

Intanto in Africa l’egiziana Afrexim-bank ha emesso del debito in yuan attraverso i Panda bonds, mentre l’Africa Finance Corporation, con sede in Nigeria, programma di fare la stessa cosa entro la fine del 2026. Il governo del Kenia pensa di risparmiare parecchi soldi di interessi con la riconversione da dollaro a yuan di un prestito contratto con Pechino (Magnani, 2026), azione che anche altri paesi africani stanno pensando di avviare. 

Entrano i Brics

-L’ipotesi di una valuta dei Brics

Per qualche tempo l’ipotesi della creazione di una moneta comune alternativa al dollaro da parte dei paesi del raggruppamento dei Brics è stata sul tavolo. In particolare il Brasile e la Russia apparivano molto interessati all’idea. Ma la posizione dell’India e della Cina è apparsa quasi subito diversa. 

L’India, mentre si mostra in generale favorevole all’utilizzo delle monete nazionali negli scambi bilaterali, appare invece contraria alla creazione di una moneta comune del raggruppamento. Mentre i responsabili del paese utilizzano la rupia per gli scambi con la Russia ed hanno anche regolato l’acquisto di una parte del petrolio russo in yuan, affermano che il dollaro è una fonte di stabilità internazionale, mentre gli Stati Uniti sono il loro partner commerciale più importante con il quale non vogliono avere forti contrasti (Google Search). Per altro verso il paese si oppone a qualsiasi mossa che potrebbe alla fine favorire l’ascesa dello yuan cinese: in effetti una moneta comune avrebbe potuto fare molto riferimento alla valuta e all’economia di gran lunga più importante del raggruppamento (il peso economico della Cina è in effetti superiore a quello di tutti gli altri attori del raggruppamento messi insieme).

Intanto paesi importanti come l’Indonesia e il Sud-Africa hanno anch’essi manifestato la loro opposizione al progetto. 

Ancora diversa appare la posizione cinese; il paese non si oppone al processo di dedollarizzazione dell’economia, ma vuole seguire un approccio molto prudente e orientato al lungo termine. Si veda su questo meglio più avanti.

-Le molte vie della dedollarizzazione dei Brics

Il processo di dedollarizzazione dei paesi facenti parte dei Brics può prendere comunque molte forme a parte quella, ora sospesa, della creazione di una moneta comune. 

L’attenzione tende sempre a concentrarsi sulla riduzione della dipendenza del dollaro nelle transazioni internazionali. Il quadro delle vie messe progressivamente in opera a tale proposito appare abbastanza lungo (fonte principale: Google Search):

-il commercio nelle valute locali, strada che i paesi del Brics stanno usando in misura crescente;

-il progetto che è stato denominato Brics Pay, ideato per facilitare le transazioni tra i paesi membri saltando la rete Swift

-le valute digitali, come quella cinese (yuan digitale) e indiana (rupia digitale);

-una forte crescita degli acquisti di oro;

-iniziative specifiche dei singoli paesi quali quella brasiliana del Pix;

-iniziative sul fronte delle carte di credito e più in generale dei pagamenti;

-infine, tralasciando alcune altre iniziative, aggiungiamo il ruolo della New Development Bank.

Esaminiamo alcuni di tali strumenti qui di seguito.

Gli strumenti per la dedollarizzazione dei Brics

-Il Brics Pay

In ogni caso i paesi del Brics sono alla ricerca di strumenti che permettano un’emancipazione più o meno morbida dal sistema del dollaro. Un progetto di un certo interesse a questo proposito ha preso il nome di Brics Pay.

Premettiamo che all’interno dei Brics già molte transazioni fanno a meno del dollaro. Così i commerci tra Russia e Cina si svolgono ormai completamente in rubli e in yuan, mentre i rapporti tra Russia ed India utilizzano ampiamente le rispettive valute nazionali e mentre l’acquisto del petrolio russo da parte dell’India si svolge in parte, come già accennato, con il pagamento in yuan. Scambi regolati con le proprie valute nazionali si svolgono anche tra Cina e Brasile, mentre di recente è stato firmato un accordo tra Cina ed Indonesia che va nello stesso senso.

Il Brics Pay è un sistema di pagamenti transfrontalieri che consente ai paesi del raggruppamento di effettuare transazioni in valuta locale, riducendo così il ruolo sia del dollaro che del sistema Swift. Il meccanismo chiaramente non punta a sostituire le valute nazionali, ma si presenta come un’infrastruttura che permette alle banche di regolare i pagamenti in modo diretto, sicuro ed efficiente (Corrado, 2025). Tra l’altro, si potrebbero ridurre i costi di transazione, legati anche dal tradizionale passaggio attraverso il dollaro e si potrebbe anche ridurre l’esposizione alle eventuali e sempre possibili sanzioni occidentali.

Nella seconda metà del 2024 sono cominciati dei test pilota del progetto tra alcune banche russe e brasiliane, mentre qualcosa di simile si è avviata tra India e Sud-Africa. In un vertice svoltosi a Rio nel luglio 2025 vi è stata la consacrazione politica del progetto (Corrado, 2025) mentre i governatori delle banche centrali e i ministri delle finanze dei paesi interessati sono stati incaricati di mettere a punto gli aspetti operativi del progetto. Il sistema dovrebbe essere varato nel settembre del 2026. 

Tra gli ostacoli alla piena operatività del progetto stanno indubbiamente le pressioni che il governo degli Stati Uniti potrebbe esercitare su almeno alcuni dei membri del raggruppamento.

-Le alternative allo Swift

Esistono da tempo sistemi alternativi allo Swift, anche se di minore peso. Il sistema cinese è denominato Cips, Cross-Border Interbank Payment System, mentre quello russo è l’SPSF, System for Transfer of Financial Messages. Certo i due sistemi non si possono paragonare allo Swift come dimensioni; ad esempio allo Swift sono collegate 11.500 banche, mentre al Cips soltanto 1791, ma il sistema cinese sta crescendo. In particolare, mentre nel 2025 si registravano transazioni giornaliere per 94 miliardi di dollari, nel marzo 2026 eravamo a 134 miliardi e nell’aprile del 2026 sostanzialmente al doppio del 2025 (The Economist, 2026), mentre il numero delle transazioni giornaliere si avvicina ormai a 40.000 e mentre la sua rete tocca 190 paesi. Di recente la Cina, dopo otto anni, ha rivisto e migliorato le regole del sistema (così, mentre precedentemente esso era centrato sullo yuan, ora è un sistema multicurrency, mentre lo yuan digitale è stato integrato con esso ed anche l’SPSF russo vi è ormai strettamente collegato), che ora sembra pronto ad assumere il ruolo di una piattaforma globale.

Hanno degli schemi dello stesso tipo anche altri paesi, tra cui l’India.

Ora lo yuan digitale così come la rupia e il rublo digitale permettono pagamenti internazionali e senza costi.

Accanto al CIPS bisogna ricordare anche l’mBridge, una piattaforma sperimentale per pagamenti internazionali in valute digitali, cui prendono parte, oltre alla Cina, Arabia Saudita (membro osservatore), Hong Kong, Tailandia, EAU. Il 95% delle transazioni sono comunque svolte con lo yuan digitale (The Economist, 2026).

-Il ruolo della New Development Bank (NDB)

La New Development Bank (NDB) è stata creata nel 2014 da parte dei cinque soci originari dell’organizzazione, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. L’obiettivo di fondo dell’Istituto, che ha sede a Shangai, è quello di mettere a disposizione risorse per progetti di sviluppo ed infrastrutturali per i paesi membri e più in generale per tutti quelli del Sud del mondo. Tra i soci della banca sono stati successivamente ammessi diversi altri paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, mentre altri dovrebbero presto entrare. 

Il presidente dell’Istituto è attualmente la brasiliana Dilma Roussel, ma l’incarico è previsto ruotare nel tempo a favore degli altri paesi.

Partita forse un poco lentamente, l’attività della banca sta progressivamente accelerando, mentre sino ad oggi sono stati erogati prestiti per diverse decine di miliardi di dollari. Il suo ruolo, insieme alla costituenda banca dello Sco e alla Asian Infrastructure International Bank (AIIB), avviata su iniziativa di Pechino e che oggi conta su 110 paesi soci, appare anche quello di ridurre il peso in campo finanziario delle istituzioni dominate dall’Occidente, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, istituzioni con cui peraltro la NDB mantiene rapporti collaborativi. Interessante rilevare che la banca concede una quota molto importante dei prestiti in valuta locale.

Essa sta ora, tra l’altro, collaborando attivamente alla messa a punto del sistema Brics Pay cui abbiamo già fatto riferimento.

-Il Pix brasiliano

Tra le varie iniziative prese sul terreno finanziario dai paesi del raggruppamento dei Brics merita una citazione il Pix brasiliano.

Si tratta di un sistema pubblico di pagamenti istantaneo e gratuito creato dalla Banca Centrale del Brasile nel 2020. Esso ha avuto un grande successo e, secondo i dati del Banco Central, viene oggi utilizzato da circa 175 milioni di persone (il numero totale degli abitanti del paese è di 214 milioni). Esso viene usato per acquisti on-line ed ha superato per volume di affari sia le carte di credito che il giro dei contanti; una variante del sistema è costituita dal Boleto bancario, un sistema di pagamento di frequente utilizzato da chi non ha un conto bancario. Una caratteristica interessante dello stesso è che esso riduce la dipendenza da operatori privati costosi; il sistema viene attualmente testato anche in qualche altro paese dell’America Latina.

Il successo del Pix ha spinto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a minacciare ritorsioni contro il Brasile dal momento che esso riduce di molto le attività delle carte bancarie statunitensi, da Visa a Mastercard e comunque il ruolo degli operatori privati.

La posizione di Trump

Nel giugno del 2025 il presidente Trump, mentre affermava che non c’era alcuna possibilità che una moneta dei Brics avrebbe potuto sostituire il dollaro e che qualsiasi paese che avesse provato a farlo avrebbe dovuto dire addio alle esportazioni verso gli Stati Uniti, nello stesso tempo minacciava di imporre un dazio del 100% ai paesi del blocco se essi avessero cercato di fare qualcosa di serio in proposito. Questo senza specificare quali politiche specifiche dei Brics avrebbero potuto scatenare la rappresaglia.

Più tardi, nel luglio dello stesso anno, dopo che il gruppo dei Brics aveva espresso serie preoccupazioni verso quei paesi che avessero imposto dazi doganali unilaterali, senza peraltro menzionare direttamente gli Stati Uniti, lo stesso Trump aveva ridimensionato le sue minacce, parlando ormai di dazi addizionali del 10% (Bigg, 2025).

Da allora, peraltro, non risultano a chi scrive ulteriori commenti in proposito da parte del presidente Usa.

Conclusioni

La dominazione assoluta del dollaro sul sistema monetario internazionale, con la sua proiezione all’interno della politica di potenza degli Stati Uniti di cui oggi sembra costituire il principale punto di ancoraggio, sembra volgere al termine sia pure lentamente e con diversi ostacoli tecnici, economici, politici da superare, visto anche il forte radicamento del sistema nelle reti finanziarie globali.

Il raggruppamento dei Brics è certamente interessato ad un indebolimento di questo dominio e procede su vari fronti, ma con prudenza e non senza contrasti tra i vari suoi membri. In effetti i paesi del raggruppamento sono divisi da visioni e interessi differenti, nonché da gelosie presenti tra India e Cina da una parte e Sud-Africa ed Egitto ed Etiopia dall’altra. In ogni caso stanno andando avanti diversi progetti in linea con l’obiettivo, tra i quali il Brics pay; siamo peraltro convinti che il processo di disancoraggio dal dollaro all’interno del raggruppamento accelererà in un prossimo futuro, parallelamente a quello di tanti altri paesi al mondo.

Intanto da molte parti si pensa che lo yuan sia destinato ad acquisire un ruolo di primissimo piano nel sistema monetario e finanziario che si va delineando, non soppiantando il dollaro, ma affiancandosi ad esso ed affermando comunque una sua completa autonomia da quest’ultimo. Anche questo sviluppo sembra inevitabile e le conseguenze della guerra all’Iran sembrano spingere in tale direzione.

Testi citati nell’articolo

-Bigg M. M., Trump Threatens extra tariffs on Brics-aligned countries, www.nytimes.com, 7 luglio 2025

-Cocco M., L’ora del petroyuan, www.contropiano.com, 2 aprile 2026

-Corrado D., Brics Pay: La nuova infrastruttura del mondo multipolare?, ISPI, Roma, 15 luglio 2025

-Davies D., Iran war has exposed the weakness of the dollar, www.ft.com, 9 aprile 2026

-Magnani A., Le banche africane verso lo yuan, Ecobank tratta con Bank of China, Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2026

-Maulana I., UAE’s Opec exit hands Asia a petroyuan moment, www.asiatimes.com, 1 maggio 2026

-Moor A., The US-Israel war on Iran is accelerating de-dollarization and America’s decline, www.theguardian.com, 2 aprile 2026

-Savic B., Trum-Xi meet as petroyuan rises on Iran war’s tide, www.asiatimes.com, 12 maggio 2026

-SCMP Editorial, Chinese yuan slowly but surely cutting into US dollar dominance, www.scmp.com, 20 aprile 2026

The Economist, China’s comfort currency, 25 aprile 2026

-Wong K., Why Kennet Rogoff thinks China’s yuan will be a reserve currency “in the next five years”, www.scmp.com, 30 marzo 2026


*Vincenzo Comito è economista. Ha lavorato a lungo nell’industria, nel gruppo Iri, alla Olivetti, nel Movimento Cooperativo. Ha poi esercitato attività di consulente ed ha insegnato finanza aziendale prima alla Luiss di Roma, poi all’Università di Urbino. Autore di molti volumi.

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