Russofobia: una Ideologia Occidentale che giustifica la guerra
Paolo Ferrero
La russofobia riguarda noi, non i russi e non è solo una delle forme in cui si presenta la criminale campagna militarista della NATO e dei suoi sostenitori. La Russofobia è una componente essenziale dell’ideologia occidentale, di quella rappresentazione del mondo che le classi dominanti europee utilizzano per sostenere una narrazione che divide arbitrariamente l’umanità in buoni e cattivi, mettendo se stesse dalla parte dei buoni.
La russofobia viene quindi utilizzata a fini politici immediati dai potenti e dai loro ciarlatani – come Calenda e Picerno – ma costituisce altresì una narrazione di lungo periodo, mitopoietica – come il razzismo o l’antisemitismo – che va molto al di là di ogni singolo episodio. In quanto parte dell’ideologia dominante finalizzata a giustificare la guerra, che colonizza e imprigiona il cervello di vasti strati popolari, deve essere criticata e decostruita in ogni suo aspetto al fine di aprire la strada all’elaborazione di un pensiero universalista che ci permetta di immaginare un mondo multipolare di pace, di liberi e di eguali.
Una storia che parte da lontano
La nascita della russofobia non è un fatto recente. La sua origine si perde nella notte dei tempi, e il fondamentale libro di Mettan – di cui più avanti trovate una recensione di Paolo Favilli e da cui traggo larga parte delle informazioni che userò qui di seguito – la fa risalire all’800 d.C. Precisamente all’epoca in cui Carlo Magno si fece incoronare imperatore – contendendo all’Impero bizantino l’eredità legittima dell’impero romano – dando luogo a un processo che culminerà poi nel Grande scisma tra Chiesa Cattolica occidentale e Chiesa Ortodossa orientale.
La spaccatura del mondo cristiano – il cui processo durò un paio di secoli tra l’800 e il 1064, quando arrivò a compimento con lo scisma – ovviamente non verteva solo su questioni teologiche, ma aveva alla sua base grandi questioni politiche, economiche e territoriali. Da un lato, nei territori bizantini vi era la pesante presenza dei veneziani che, nel tentativo di affermare il proprio dominio nel commercio con l’Oriente avevano forti elementi di conflitto con le popolazioni locali. Dall’altra vi erano contenziosi sulle competenze territoriali – e quindi non solo religiose ma anche economiche – tra i diversi patriarchi.
Senza ripercorrere qui le dispute teologiche tra gli occidentali e gli orientali, giova sottolineare che gli elementi teologici che portarono alla spaccatura furono tutti introdotti dagli occidentali senza essere stati discussi in appositi sinodi che riunissero tutta la cristianità. Parimenti fu occidentale la scelta di introdurre la preminenza del vescovo di Roma sugli altri patriarchi, introducendo ex novo una subalternità del patriarca di Costantinopoli che non era mai esistita.
Quello che nella storiografia occidentale viene presentato come il grande scisma di oriente è quindi a tutti gli effetti un grande scisma provocato dall’occidente che ha arbitrariamente imposto – oltre ad altri elementi teologici – il predominio del vescovo di Roma sugli altri.
In questo contesto, il Grande scisma tra chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, cristallizzò oltre ad una spaccatura religiosa una polarizzazione geopolitica, una contrapposizione tra i regni che si trovavano all’interno dei territori di competenza dell’una o dell’altra chiesa nate dallo Scisma.
Il fatto che nel 988 il principe Vladimir – primo sovrano storico della Russia – nel suo diventare cristiano, avesse scelto di convertirsi all’Ortodossia e non al Cattolicesimo romano divenne così, alla luce dello scisma di pochi decenni dopo, l’appartenenza a un mondo contrapposto a un altro.
Nell’Europa occidentale nasce la russofobia.
Nel 1149 il vescovo di Cracovia scrive una lettera a Bernardo di Chiaravalle nella quale invoca una crociata contro i “barbari russi”. (cioè i cristiani ortodossi)
Nel 1203 la Quarta crociata organizzata per liberare Gerusalemme, venne dirottata, per volere dei veneziani, su Costantinopoli, che venne assediata, conquistata e trasformata nella capitale dell’impero latino di Oriente, con l’imperatore costretto a fuggire a Nicea. La guerra civile tra latini e bizantini, quindi all’interno del mondo cristiano, proseguì a lungo lasciando odi e profonde tracce.
Nel 1240 la Russia si trovò a essere aggredita dai Cavalieri teutonici mentre stava combattendo sul fronte orientale per sconfiggere l’invasione dei mongoli dell’Orda d’oro. I cavalieri teutonici vennero sconfitti da Aleksandr Nevskij nel 1242, ma – come possiamo facilmente intuire dalla notorietà del vincitore – l’episodio lasciò profonde tracce. Il popolo russo non poteva capacitarsi di essere stato attaccato alle spalle da fratelli cristiani nel momento in cui doveva difendersi dai mongoli.
Fu in questo contesto di aggressività dell’Occidente verso l’impero d’oriente e la Russia, che papi e imperatori cominciarono a sottolineare apertamente la loro superiorità sugli orientali e a ribadire la necessità che questi dovessero loro obbedienza e rispetto. Sempre in questo quadro, cominciarono a circolare i luoghi comuni che conosciamo ancora oggi con la costruzione di stereotipi in cui l’Oriente viene descritto come complicato, dispotico, sottosviluppato, crudele, semibarbaro. Basti pensare al fatto che le finezze teologiche e culturali che avevano patria a Costantinopoli – di gran lunga la città più colta e aperta dell’epoca – vennero bollate come “bizantinismi” in senso dispregiativo.
Riassumendo, la rottura tra chiesa cattolica romana e chiesa ortodossa si trasformò in una spaccatura tra Occidente e Oriente, al cui interno vi era la Russia. A partire dai conflitti connessi a questa rottura si generò nell’Europa occidentale una narrazione negativa sull’Oriente e sui russi. Questa narrazione negativa è rimasta una costante nei secoli, a volte maggiormente utilizzata e a volte sopita, ma con un punto fermo mai modificato: la russofobia non è mai stata un fenomeno mondiale, ma specificatamente occidentale e in particolare europeo e quindi – oggi – atlantico.
Se le radici della russofobia affondano fino all’anno 1000, è però nell’età moderna che questa ha assunto una importanza assai più rilevante. La russofobia ha subito un deciso salto di qualità, sia per la violenza delle argomentazioni, sia per il numero di persone coinvolte, dalla fine del 1700 in avanti, nella fase in cui le potenze europee si stavano espandendo e la Russia appariva come un gigantesco intoppo al loro dilagare.
Vediamo nel concreto.
In Francia nasce il falso testamento di Pietro il Grande
Prima di intraprendere la Campagna di Russia, Napoleone Bonaparte commissionò a Charles-Louis Lesur un pamphlet di propaganda contro la Russia, in modo da determinare nell’opinione pubblica un consenso all’avventura militare. Nel 1812 venne quindi diffuso a livello di massa la grande opera di propaganda Des Progrès de la Puissance russe (sui progressi della potenza russa), che metteva in guardia l’Occidente contro i pericoli della potenza russa “più asiatica che europea”, descritta come “la più assolutistica e la più sconfinata” delle nazioni. Il punto centrale di questa pietra miliare della letteratura russofobica, che ebbe un enorme impatto sull’orientamento dell’opinione pubblica, era costituito dal falso testamento di Pietro il Grande, contenuto come allegato in quest’opera.
Questo falso testamento, che viene presentato come se fosse stato dettato da Pietro il grande sul letto di morte, si componeva di sole due pagine ma serviva egregiamente al suo scopo: dimostrare che fin dal XVIII secolo l’obiettivo degli zar era stato quello di soggiogare l’Europa. Il falso testamento recita infatti: “In nome della Santissima e indivisibile Trinità, noi, Pietro, imperatore e autocrate di tutte le Russie, (..) rischiarati con la luce di Dio a cui dobbiamo la nostra corona (…) ci permettiamo di guardare il popolo russo come chiamato per il futuro al dominio generale dell’Europa”.
Questo falso testamento, al pari di altri grandi falsi, come i falsi Protocolli dei Savi di Sion – su cui si fonda larga parte del ciarpame antisemita ancora oggi in circolazione – ebbe un impatto immenso. Paradossalmente, la stessa disastrosa sconfitta di Napoleone nella sua aggressione militare alla Russia venne utilizzata per rafforzare nell’opinione pubblica la veridicità del falso testamento ,cioè della volontà zarista di dominare su tutta l’Europa e in prospettiva su tutto il mondo.
Così, dopo la caduta di Bonaparte nel 1815, il documento falso continuò a diffondersi a macchia d’olio e a essere usato all’occorrenza contro la Russia.
Questa “campagna stampa fondata su fake news” – il falso testamento è del 1756 e fu rielaborato dal Direttorio nel 1797 – lasciò un importante sedimento che dura tutt’ora, intrecciando il mito dell’espansionismo russo con quello di un dispotismo orientale incomparabilmente peggiore di quello dei monarchi occidentali. Siamo qui in un ambito parallelo a quella costruzione dell’Orientalismo: la superiorità dell’Occidente, giustamente denunciata da Edward Said a cui non possiamo che rimandare per limiti di spazio.
Questi miti infondati continuarono (e proseguono fino ai nostri giorni), nonostante molti importanti filosofi del tempo – da Leibniz a Diderot a Voltaire – avessero una opinione radicalmente divergente in materia.
L’Inghilterra vuole sviluppare l’Impero
Se la narrazione russofobica fece un grande balzo in avanti in Francia al fine di giustificare la campagna napoleonica di aggressione della Russia, in Inghilterra assunse una dimensione popolare proprio dopo la sconfitta di Napoleone.
Nel 1815 venne tradotto in inglese il falso testamento di Pietro il grande. Il “documento” acquisì notorietà a partire dal 1817, quando sir Robert Wilson lo citò nel suo A Sketch of the Military and Political Power of Russia, un testo russofobo, che diede il via alla “moda” di ricorrere a esso ogni qual volta l’impero britannico entrasse in attrito con quello russo.
Non che i contenziosi non fossero già cominciati prima. Fu infatti motivo di grave conflitto il fatto che durante la rivoluzione americana, mentre le colonie si stavano ribellando alla Gran Bretagna e all’obbligo di commerciare unicamente con la madre patria, Caterina II, imperatrice di Russia, fece pubblicare la celebre dichiarazione con cui esprimeva la sua risoluzione d’impiegare la forza per fare rispettare la neutralità della sua bandiera. La “Lega della neutralità armata” fu stabilita nel 1780. Raccolse l’adesione della maggior parte degli stati europei e diede un significativo contributo all’isolamento nell’Inghilterra che si opponeva all’indipendenza delle colonie americane anche attraverso il blocco dei loro porti.
In Gran Bretagna, nel corso del 1800, la russofobia acquisì progressivamente un valore geopolitico sempre più importante. L’enorme dimensione della Russia veniva infatti percepita dall’imperialismo espansionista Inglese come un ostacolo – le terre Russe non possono essere annesse all’impero – e anche come un pericolo.
Facendo leva sulla diffusione del falso testamento di Pietro il grande, i sostenitori dell’espansionismo coloniale della Gran Bretagna cominciarono così a diffondere notizie allarmanti sulle volontà espansionistiche della Russia che mettevano in pericolo gli affari della corona nel Mediterraneo, ma soprattutto in Asia Centrale, India e Cina.
Per avere una idea di come una campagna stampa possa essere prodotta a partire da falsità sviluppando pregiudizi e supposizioni, al fine di determinare un comportamento offensivo preventivo, è interessante citare un articolo del 24 ottobre 1817 apparso sul “Mornig Cronicle”:
“I russi hanno a lungo nutrito la fortissima convinzione che li vorrebbe destinati a diventare i padroni del mondo, e questa idea è stata più volte pubblicata in lingua russa (riferimento diretto al falso testamento). Per rendere giustizia ai russi, l’estensione territoriale è un obiettivo che non è mai stato perso di vista da nessuno dei diversi sovrani che si sono succeduti al trono nel corso dell’ultimo secolo. Anche i sovrani più assoluti devono cedere alle inclinazioni dominanti del proprio popolo e l’inclinazione dominante dei russi è il loro espansionsimo.
Questa “invenzione del nemico”, che durò per tutto il secolo, non dette luogo a significativi scontri militari diretti – fatta salva la guerra di Crimea, che cominciò, nel 1853, con la dichiarazione di guerra della Turchia contro la Russia – ma fu una delle componenti decisive dell’ideologia legittimante l’operazione coloniale e imperialista della corona britannica.
Così come oggi Hollywood alimenta l’immaginario del russo cattivo, criminale, perfido, nell’800 la letteratura inglese costruì l’immaginario del russo orribile e demoniaco. Come ricorda Mettan nel già citato libro, il personaggio di Dracula uscito dal romanzo di Bram Stoker (cantore dell’imperialismo britannico) altro non era che la riproposizione in chiave horror degli stereotipi peggiori che l’Inghilterra vittoriana aveva costruito sulla Russia e sul mondo slavo governato da principi barbari, crudeli e demoniaci. Non è nemmeno un caso che l’eroe che ucciderà il mostruoso conte Dracula, liberando il mondo dall’orrore del vampiro, fosse un avvocato inglese.
Così, mentre Kipling e molti altri autori di successo, conducevano, con i loro articoli e i loro romanzi, una polemica russofobica frontale, tra il 1815 e il 1900 l’impero britannico supererà di almeno venti volte la dimensione dell’Inghilterra; quello francese altrettanto, per non parlare del piccolo Belgio che colonizzò l’enorme Congo. Nel XIX secolo, a fronte di una assordante campagna stampa contro l’espansionismo russo, le nazioni occidentali si estesero di cento volte e la Russia dell’uno per cento. Evidentemente i doppi standard non sono un’invenzione dei generali della Nato…
La Germania alla ricerca del suo “spazio vitale”.
Le relazioni tra la Russia zarista e gli stati tedeschi furono piuttosto buone fino alla riunificazione tedesca del 1970. L’imperatrice Russa Caterina II era tedesca e i Romanov avevano stretti legami di parentela con numerose famiglie di principi tedeschi. Questi legami di parentela restarono a lungo, tant’è vero che nei giorni precedenti la prima guerra mondiale, lo zar Nicola II e il Kaiser Guglielmo II – che era suo cugino – corrispondevano (in inglese), comunicandosi che la Russia e la Prussia sarebbero entrate in guerra l’una contro l’altra. Si firmavano rispettivamente Nichi e Willy, i diminutivi con cui si chiamavano da bambini…
In Germania la russofobia ha nobili natali perché trova le sue radici nell’idealismo e nel romanticismo tedesco, nel progressivo emergere dell’idea che lo stato prussiano abbia una funzione specifica nella realizzazione dell’ideale romantico di cui il popolo tedesco è portatore.
Quando queste elaborazioni si intrecciarono con il dinamismo economico e demografico della nazione tedesca, dopo la sua unificazione del 1870, venne a maturazione l’idea dello “spazio vitale”, della necessità di allargare i propri confini. Questa esigenza trovava però un frustrante limite fisico nel fatto che l’espansionismo coloniale degli altri paesi europei, avvenuto nei secoli e nei decenni precedenti, aveva già occupato gran parte dei territori occupabili nel terzo mondo.
É in questo contesto che matura l’idea che lo spazio vitale per il popolo tedesco – il “Lebensraum” – possa trovare il proprio naturale sbocco ad est, nelle sterminate e scarsamente abitate pianure russe. É in questo contesto che, tra il 1890 e il 1914, attorno all’ideologia pangermanista, viene creato dal nulla il “pericolo russo”. É nella necessità di trovare una propria espansione a Est che la Germania Imperiale – dotata di uno sviluppatissimo senso dell’identità nazionale – inizia a dipingere la Russia meticcia e cosmopolita come un pericoloso nemico in quanto nega i valori tedeschi. É in questo contesto che nasce una russofobia tedesca che non si sviluppa solo sul piano politico, ma si nutre di una vasta produzione letteraria visto che i più ardenti propagandisti della russofobia in Germania furono gli storici e i saggisti dell’inizio ‘900.
É in questo clima che, nel marzo del 1914, cominciano ad apparire sui giornali articoli che segnalano come la Russia fosse in quel momento più debole della Germania, ma che entro il 1917 sarebbe stata pronta ad aggredire la Germania. Lo stesso cancelliere Bethmann-Hollweg, in un discorso al Reichstag, aveva dipinto la Russia come un “impero mostruoso dotato di risorse naturali inesauribili” che in brevissimo tempo sarebbe diventato invincibile.
Dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, da cui la Germania uscì umiliata e in rovina, crebbe l’ideologia nazionalista e lo spirito volkisch di cui si farà propugnatore ed interprete il nazionalsocialismo. Hitler, accentuando gli elementi razzisti del Lebensraum (lo spazio vitale) affermerà: “Noi mettiamo fine all’eterna marcia dei Germani verso il Sud e verso l’Ovest dell’Europa e volgiamo il nostro sguardo verso Est. Noi mettiamo fine alla politica coloniale e commerciale di anteguerra e inauguriamo la politica territoriale del futuro (…) parlando oggi di nuove terre in Europa non possiamo fare a meno di pensare anzitutto alla Russia e ai paesi limitrofi che da essa dipendono”.
Così, alla vigilia dell’invasione dell’URSS, Hitler fece ristampare in Germania il falso testamento di Pietro il Grande e lo utilizzò, mischiando russofobia e antibolscevismo, per rafforzare la campagna razzista che descriveva gli slavi dei sotto-uomini e si riservava il diritto di conquistare i territori sovietici, al fine di poter conquistare lo spazio vitale per il popolo tedesco.
Lo stato tedesco, sotto le direttive dell’Ufficio centrale per la razza e le colonie, elaborò il “piano Est” che prevedeva la deportazione di 30 milioni di persone dall’Ovest della Russia al di là degli Urali verso la Siberia. Com’è noto, questo piano contro i giudeo-bolscevichi e i sotto-uomini slavi, produsse 26 milioni di vittime sovietiche: 14 milioni erano russi, il più grande genocidio della seconda guerra mondiale.
Giova ricordare, a questo riguardo, che le regole d’ingaggio dell’esercito tedesco in Russia durante la seconda guerra mondiale, erano diverse da quelle applicate in Europa occidentale: davano la facoltà alla truppa di sterminare la popolazione civile russa al di fuori di qualunque logica militare. Non a caso, Himmler nel 1941 sostenne in un famoso discorso che “a Est 30 milioni di persone dovevano sparire”. Come riconosce addirittura Nolte, “per quanto riguarda la morte di milioni di prigionieri russi nell’inverno 1941-42 (…) la ragione essenziale resta cionondimeno la volontà di Hitler di indebolire biologicamente il popolo russo”.
Per ragioni di spazio non posso proseguire oltre ,ma è del tutto evidente che se il vertice della russofobia è stato toccato proprio dal regime nazista, larga parte dei miti e delle narrazioni che il nazismo ha utilizzato sono state create ben prima del nazismo e sono proseguite dopo il nazismo.
Gli USA e lo smembramento della Russia
Può essere interessante, a questo riguardo, dare una occhiata anche al centro dell’impero. Nella consapevolezza che la russofobia sia pesantemente intrecciata con l’anticomunismo – e nel ‘900 come potrebbe essere diversamente – non parlerò del maccartismo o di altri fenomeni simili. Mi limiterò a riportare alcune considerazioni di un importante libro: La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, scritto da Zbigniew Brzezinski e pubblicato nel 1997.
Innanzitutto è bene ricordare che Brzezinski, di origine polacca e molto vicino agli ambienti dei nazionalisti baltici antirussi, è stato democratico (consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981), è passato ai repubblicani e ha poi sostenuto Obama. Una persona assai influente negli ambienti politici statunitensi, per certi versi un vero e proprio punto di riferimento, tant’è che le proposte che avanza questo libro sono quasi indistinguibili dall’agenda applicata dai NeoCon in due decenni di politiche statunitensi.
La premessa del libro è chiarissima: “L’Eurasia resta la scacchiera nella quale si svolge la lotta per il primato mondiale” (…) e “l’obiettivo di questo libro è di riformulare una politica geostrategica sul continente eurasiatico coerente per l’America”.
Su questa base, il nostro ritiene necessario che gli Stati Uniti debbano essere presenti nel continente per mantenere la leadership sul pianeta, e considera decisivo l’allargamento della NATO a est. In proposito, registra che “dal 1994 Washington accorda priorità ai rapporti con l’Ucraina. Tra il 2005 e il 2010 l’Ucraina potrebbe a sua volta trovarsi nella situazione di imbastire delle trattative in vista di un suo ingresso nell’Ue e nella NATO”.
In linea con questa considerazione prosegue: “Una nuova Europa sta prendendo forma. Se essa vuol continuare a far parte dello spazio geopolitico detto ‘euroatlantico’, dovrà imperativamente estendere la NATO”. Questo perché il concetto di Europa in espansione andrebbe in pezzi – con conseguente demoralizzazione dell’Europa centrale – se l’Europa abbandonasse l’idea di estendere la NATO dopo esservisi impegnata.
Ovviamente, in questo quadro, la Russia deve essere tenuta obbligatoriamente fuori dalla NATO: “Se si dovesse scegliere tra allargamento del sistema euroatlantico e miglioramento delle relazioni con la Russia, va da sé che l’America sceglierebbe la prima opzione. Per questa ragione, un’intesa con la Russia riguardo all’estensione della NATO non dovrebbe di conseguenza conferire a questo paese un potere decisionale de facto all’interno dell’Alleanza, cosa che rovinerebbe il carattere euroatlantico di quest’ultima”.
A tal riguardo Brzezinski ha idee molto chiare su quale debba essere la politica della Russia: “Perché la scelta dell’Europa – e di conseguenza dell’America – si riveli fruttuosa, La Russia deve rispondere a due esigenze: innanzitutto rompere senza ambiguità con il proprio passato imperiale; in secondo luogo smettere di tergiversare riguardo all’allargamento dei legami politici e militari tra Europa e America”.
La Russia deve quindi stare accucciata e non ostacolare l’estensione della Nato a est. Parallelamente Brzezinski per la Russia propone:
“Una Russia decentralizzata avrebbe meno mire imperialiste. Una confederazione russa più aperta, idealmente formata da una Russia Europea, una Repubblica di Siberia e una Repubblica di Estremo Oriente, stabilirebbe più facilmente rapporti economici stretti con l’Europa, con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente, il che accelererebbe anche il suo proprio sviluppo. Ciascuna di queste tre entità consentirebbe inoltre un più idoneo sfruttamento del potenziale creativo locale, soffocato per secoli dalla pesante burocrazia di Mosca”.
Non voglio proseguire oltre su come Brzezinski teorizzi, nel prosieguo del libro, l’utilizzo del soft power (cinema, televisioni, think tank, Ong) per raggiungere questi scopi. Mi limito a far notare che il nostro, mentre delinea un programma imperialista di dominio mondiale da parte degli Stati Uniti (ovviamente sempre chiamati America), disegna lo smembramento della Russia e la sua riduzione a completa impotenza, elabora la seguente “sentenza”: la Russia dà fastidio in quanto esiste come tale, in quanto determina oggettivamente un limite, un vincolo alla superpotenza americana. Da questo punto di vista, è interessante notare come, col passare del tempo, l’appetito sia aumentato perché, tra gli ideologi NeoCon che hanno deciso la politica estera Usa negli ultimi decenni, molti propongono di smembrare la Russia in un centinaio di piccoli stati. In questo modo, sarebbero facilmente gestibili dall’esterno anche al fine di garantire che le multinazionali occidentali possano accaparrarsi a basso costo le immense risorse naturali russe.
Dal 1991 l’URSS non esiste più, ma la russofobia è viva e vegeta.
I comunisti mangiano i bambini
Tutti hanno sentito almeno una volta nella loro vita ripetere questo adagio. Forse non tutti sanno che anche questa orrenda calunnia si pone sulla linea di confine tra anticomunismo e russofobia. Vediamo meglio.
Nel Natale 1943, il quotidiano “La Stampa” pubblicò in prima pagina una articolo che titolava: “I ragazzi e bimbi italiani saranno deportati in Russia. Partiranno dalla Sicilia per un viaggio lungo, che per i più non avrà ritorno”. Non vi sfuggirà che l’Italia nel dicembre 1943 era divisa in due. La notizia rimbalzò nel nord Italia per vari giorni descrivendo in sovrappiù un clima isterico ed episodi disperanti in Sicilia, con tanto di naufragio di una delle navi e una crescente corresponsabilità di alleati inglesi e americani. I disegni di Walter Molino su “La Domenica del Corriere” e i manifesti della Repubblica Sociale alimentarono questa campagna isterica. Si trattava ovviamente di una bugia colossale inventata di sana pianta dalla fascistissima repubblica di Salò e dai giornali compiacenti, ma nell’immaginario nazionale fu costruita una narrazione che è rimasta viva nel corso del tempo. É bene notare come questa leggenda anticomunista si basi anch’essa su un pregiudizio russofobico, ovvero la figura dell’orco che fa parte a pieno titolo delle leggende relative alla Russia. Infatti i fascisti non sostenevano che i comunisti italiani avrebbero mangiato i bambini, ma che i bambini sarebbero stati mangiati in Unione Sovietica, previa deportazione, dai comunisti russi. Anche in questo caso è la russofobia l’elemento di fondo su cui la propaganda fascista ha “appoggiato” la sua orribile menzogna anticomunista.
Superare l’ideologia delle classi dominanti occidentali
Non proseguo oltre con questa disamina che spero sia servita a far notare come il tema della russofobia affondi le sue radici nella storia dell’Europa e – seppur intrecciata – non coincida con l’anticomunismo. La russofobia è ben presente in Europa prima del 1917, lo è in particolare nelle potenze imperialiste che vogliono espandere i propri domini, così come è bene presente dopo il 1989 e la caduta del muro di Berlino nelle elites dei paesi occidentali che vogliono salvaguardare i propri privilegi in un mondo che da unipolare sta diventando multipolare.
La russofobia è quindi una componente di lunga durata dell’identità dell’Europa occidentale ed è utilizzata in modo più o meno rilevante a seconda degli interessi immediati delle elites al potere nei diversi paesi. Come il razzismo e l’antisemitismo, anche la russofobia è presente sempre in forma latente ma viene utilizzata a fondo solo quando serve in termini politici, economici, geopolitici.
Per dirla con un noto intellettuale russo, la russofobia è una forma di razzismo culturale secondo il quale “i russi sono fondamentalmente inferiori (intellettualmente, culturalmente e perfino biologicamente) rispetto alle altre entità etniche (europei, anglosassoni, tedeschi), tendono ad adottare dei comportamenti devianti e costituiscono un serio pericolo per le norme sociali riconosciute in Occidente, se non addirittura per la civiltà occidentale stessa”.
A partire da queste considerazioni, in conclusione preme sottolineare un ulteriore elemento. La russofobia – come l’antiorientalismo e il razzismo – è un anello di congiunzione tra il nazismo e le ideologie liberali occidentali. Le destre – tutte le destre – da sempre costruiscono quelle che Furio Jesi chiamava “le macchine mitologiche”, vere e proprie produttrici di miti fondatori che hanno la funzione di legittimare il potere delle elites. La russofobia è uno di questi falsi miti fondatori avente una funzione di legittimazione delle elites occidentali.
Il nazismo – e il fascismo – in quanto ideologie nate in Europa non sono estranee all’occidentalismo: Ne rappresentano una estremizzazione criminale, ma non arrivano da “un altro mondo”. Ne fanno parte. Per questo è sempre possibile che la russofobia accomuni nazisti e liberali ed è sempre possibile che un Calenda qualsiasi si tatui sul braccio un simbolo nazista in nome dell’odio per la Russia.
E’ quindi necessario sottolineare quali siano i punti di contatto tra la forma nazista e quella liberale del pensiero occidentalista:
– Il senso di superiorità (per i nazisti biologico, per i liberali culturale) nei confronti dei russi ed in generale dei popoli slavi (e non solo).
– L’idea che sia un vero e proprio spreco che una quantità enorme di risorse naturali e di terre coltivabili siano nelle mani di un solo stato e di un solo popolo, impedendo così ai paesi occidentali di sfruttare queste risorse o attraverso l’occupazione (variante nazista) o attraverso i soliti meccanismi coloniali ed imperialisti.
– La Russia – che per le sue enormi dimensioni e per il suo aspetto sconosciuto – viene utilizzata dalle elites occidentali per creare paura, per inventare il nemico. Al di là che le denunce siano fondate o – come abbiamo visto – inventate di sana pianta, la Russia è lo spauracchio che giustifica qualunque nefandezza occidentale. In quanto non dominabile, la Russia viene descritta come un pericolo che deve essere annientato e quindi disarticolato.
É del tutto evidente da queste poche note ne discende una considerazione più generale:
non è possibile costruire un pianeta come comunità dal futuro condiviso, cioè la pace, se l’Occidente non dismette il tratto razzista e suprematista insito in forme ideologiche come la russofobia. In altre parole, se l’Occidente non decostruisce all’interno delle sue forme ideologiche l’elemento contiguo con il nazismo, il fascismo, il suprematismo, il razzismo. La critica dell’ideologia europea, per come oggi si presenta, è quindi fondativa al fine di costruire un mondo di pace, di liberi e di eguali. Non a caso oggi, le elites occidentali – europee in primo luogo – sono il principale ostacolo alla possibilità costruire un mondo di pace e cooperazione.
Questo numero della rivista vuole essere il nostro piccolo contributo alla decostruzione dell’Ideologia Europea delle classi dominanti, al fine di creare un pensiero europeo universalista. Questo è possibile sviluppando l’elaborazione nata nelle lotte di liberazione che hanno attraversato il continente dalla nascita del movimento operaio, lotte portatrici di valori universali che ci permettono di dialogare, con le nostre specificità e i nostri ideali, con gli altri popoli del mondo. Dialogare, non fargli la guerra.