Un nuovo patto dopo le stragi di mafia degli anni ottanta

Mimmo Cosentino*, Felice Rappazzo**, Giorgio Stracquadanio***

1 – Verso un nuovo patto

 La storia recente della mafia e della Sicilia degli ultimi decenni è segnata da un intreccio di continuità e discontinuità, nel trapasso vorticoso e caotico da una società ancora prevalentemente agricola (con locali concentrazioni commerciali), fino al primo dopoguerra, ad una sottoposta a rapida modernizzazione. La continuità sta nel fatto che la mafia è un intreccio di poteri fra la criminalità organizzata, anche negli assetti sociali e culturali, l’imprenditoria e le élites politiche; la discontinuità nel diverso dosaggio e diversificazione di compiti, anche conflittuali, fra le varie componenti sociali del potere; e anche nella differenziazione fra le varie aree geografiche.

Vi sono fatti, e momenti in cui questi avvengono, che segnano il passaggio a una nuova fase politica ed economica. È così certamente per il fenomeno mafioso: l’omicidio politico-mafioso di Piersanti Mattarella all’inizio del 1980 e quel che segue due anni dopo, avviano una tragica decennale stagione di stragi di mafia, che avrà come ricaduta finale nuovi assetti istituzionali e nuovi equilibri economici. Da qui in avanti si rivelerà sempre più fitto il rapporto mafia-imprenditoria, e la diffusione di questo intreccio anche nelle provincie orientali fino ad allora ritenute, erroneamente, esenti dal fenomeno. Toccherà soprattutto a Giuseppe Fava (ucciso dalla mafia nel 1984) e al mensile “I siciliani” da lui fondato, rendere di pubblica consapevolezza quel che pochi ancora sapevano, ossia l’intreccio fra la criminalità e i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” (secondo una sua nota definizione), i vincitori della competizione selvaggia nel campo della speculazione edilizia, pronti a spiccare il volo in affari più strutturati e lucrativi, partendo da Catania per estendersi alla Sicilia occidentale e meridionale.

Quando Andreotti incaricherà Dalla Chiesa di riportare l’ordine pubblico in Sicilia, in discussione c’è il rapporto tra la crescita dell’accumulazione illegale e il sistema delle imprese nazionali: occorre separare e mettere ai margini ciò che è irrecuperabile, facendo pulizia dei ceti politici largamente compromessi, e favorire l’inserimento nell’economia legale del “frutto” dell’accumulazione illegale. 

Dalla Chiesa verrà travolto dalla reazione del blocco mafioso, ma la strategia precedentemente stabilita verrà comunque perseguita: prima con l’approvazione (e non applicazione) della legge Rognoni-La Torre e, molto tempo dopo, con il varo del decreto Sicilia, proposto dal duo Orlando Goria, che porterà alla creazione di ITALISPACA – ITALSTAT, società IRI, cui vengono affidate le opere pubbliche programmate per Palermo, Messina e Catania, con lo scopo di far saltare l’intermediazione dei ceti politici siciliani, nonché i controlli di legittimità dei consigli comunali, e di stabilire un “nuovo patto tra autorità centrali e imprese mafiose…quelle capaci di agire al livello alto delle costruzioni di consorzi e imprese consortili” (G. Centineo in “Città d’Utopia”, n. 9/10, 1993). 

Attraverso questo dispositivo emergenziale, con la conseguente sospensione delle norme vigenti in materia, tutti i poteri sono affidati alla DC: attraverso la creazione di un’unità autorità commissariale, Boccia, nominato dal Governo, e con la collaborazione dei Sindaci e del Presidente della Regione Nicolosi.

Il “merito” di questo approdo tutto interno alla mediazione democristiana, con gli uomini di Salvo Lima che entrano in massa nella giunta di Orlando, con la deposizione temporanea delle armi tra le varie correnti (Lima, Drago, Mannino, Nicolosi), va riconosciuto ai tanti che negli anni ottanta vi hanno concorso: oltre alle figure citate in questo lavoro, va ricordata l’azione pseudogarantista di Pannella a sostegno dei cavalieri messi sotto scacco da Dalla Chiesa, il convinto sostegno di Pietro Barcellona al Commissariamento, il convegno del Pci di Villa Malfitano con la relazione di Luciano Piccolo (segretario regionale CGIL) a sostegno del patto dei produttori, figlio legittimo delle politiche di solidarietà nazionale e del patto autonomistico di Achille Occhetto. L’operazione emergenziale salterà per la crisi della segreteria demitiana, ma la strada segnata produrrà i suoi effetti velenosi per la democrazia costituzionale e per il futuro del popolo siciliano.

Un elenco completo dei protagonisti di questa fase può essere consultato in L’impresa mafiosa, di U. Santino e G. La Fiura, F. Angeli, Milano 1991, pp.379-380. Vi compaiono, oltre ai nomi dei cavalieri catanesi Rendo e Costanzo, quelli dei palermitani Cassina e Farinella, Salamone, assieme alle imprese rosse della Lega delle Cooperative, alla Fiat, a Ligresti, a Lodigiani, ed altri.

Questo processo avrà una ulteriore ricaduta nelle riforme istituzionali ed elettorali che segneranno la storia politica italica e siciliana dagli inizi degli anni novanta ad oggi, a partire dall’adozione del sistema maggioritario uninominale, con l’esclusione delle minoranze dal diritto di rappresentanza,  e dall’introduzione dell’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni e dei Sindaci, con la cancellazione dei controlli amministrativi, delle funzioni dei consigli comunali ridotti ad organi consultivi e di ratifica  ( modifiche sostenute con forza dai sindaci della primavera Bianco e Orlando, dal Pds, dal civismo aclassista e giustizialista); per comprenderne appieno l’esito è utile riavvolgere il nastro e richiamare fatti e comportamenti che segnarono il confronto politico, sociale, storico lungo l’arco degli anni ottanta.

2– Mafia agraria, urbana, finanziaria

 Per comprendere pienamente il passaggio di fase più rilevante negli ultimi cinquant’anni nello sviluppo del fenomeno mafioso e nelle sue relazioni con il potere dominate, è utile riavvolgere il nastro e richiamare il confronto politico, istituzionale e storico soprattutto lungo l’arco degli anni ottanta. Richiamandone prima, brevemente, quanto è accaduto nei decenni precedenti.

Secondo molti studiosi, dopo un periodo secolare di maturazione, assistiamo al formarsi di una mafia agraria prevalente fino agli anni cinquanta del novecento, cui seguirà quella dell’imprenditoria urbana negli anni sessanta; mentre dagli anni settanta in poi  si afferma progressivamente il modello finanziario, nel quale un ruolo rilevante è dato dal mercato degli stupefacenti come strumento di accumulazione originaria e di espansione dal livello territoriale locale a quello nazionale, poi europeo, poi internazionale in una forma definita finanziaria-industriale. Il modello superato non scompare, convive con quello emergente, ma non determina i tratti dominanti nell’accumulazione illegale.

Nel formarsi dell’impresa mafiosa, nel corso del tempo, un ruolo decisivo lo hanno avuto, a partire dagli anni cinquanta, le risorse messe a disposizione dall’intervento pubblico, molto forte nel Mezzogiorno, tramite gli appalti, le commesse, i finanziamenti degli istituti di credito di diritto pubblico (in questo ambito, con l’esercizio diffuso della violenza, si è formata la borghesia mafiosa, nell’intreccio tra imprenditoria, pubblica amministrazione, corporazioni delle professioni, mondo politico, imprese mafiose). Un vero e proprio blocco sociale, fondato anche sulla violenza e sull’uso indiscriminato del crimine come strumenti regolatori dei conflitti e delle contraddizioni.

L’intreccio di interessi che legano questo blocco sociale produce e produrrà i delitti politico-mafiosi, nei momenti topici delle scelte dei ceti politici e delle istituzioni statali avviati a mettere in discussione gli equilibri consolidati. Questi sono l’esempio pregnante di “una strategia complessiva di occupazione o di condizionamento del potere”. Non si configurano come attacco esterno allo Stato, ma come violenza mirata contro singoli o settori considerati nemici rispetto al predominio dei propri disegni. Potremmo definirli come esempi di lotta per il potere. Altra cosa è la mafia definita militare, legata ai vecchi modelli dell’accumulazione violenta, interessata soprattutto alle forme di arricchimento illegale tradizionale. Sono i primi a determinare le dinamiche politiche successive e a garantire gli interessi della borghesia mafiosa, in un intreccio sempre più stretto tra economia legale e illegale.

Nel novero dei delitti politico-mafiosi, vanno considerati la strage di Portella della Ginestra, gli omicidi di Mattarella e Pio La Torre, mentre quelli compiuti contro i sindacalisti e le figure legate alle lotte per i diritti sociali e per la difesa dei beni comuni vanno collocati nel quadro del conflitto di classe. Dopo quelle di Salvatore Carnevale e di Placido Rizzotto, l’uccisione di Peppino Impastato è quella più emblematica, perché la lotta di cui è protagonista individua la natura più aggiornata del blocco mafioso.

3Il partito trasversale degli “onesti”

Nonostante il segno inequivocabile delle uccisioni politico-mafiose di Mattarella, Pio La Torre,  Dalla Chiesa, Insalaco (ex sindaco democristiano di Palermo, il cui memoriale sarà pubblicato dopo la morte con l’elenco dei rapporti tra il sistema di imprese, le cooperative, il mondo politico di governo e di opposizione), diversi studiosi e numerosi organi di stampa, esponenti politici e persino magistrati leggono il fenomeno mafioso come escrescenza esterna alle istituzioni; realtà che devasta il vivere civile e la legalità, “contropotere criminale, antistato, capitalismo cattivo, a cui contrapporre lo Stato democratico, il partito trasversale degli “onesti”, il capitalismo buono e produttivo con i profitti puliti (U. Santino, in “Marx 101”, 1). E ancora, per i negazionisti dei meccanismi dell’accumulazione, la mafia è solo l’“insorgere feroce di lotta tra bande, corruzione di notabili, occasionale occupazione degli enti locali, compravendita di voti” (G. Centineo, “Città d’Utopia”, marzo 1992, n. 2, pag. 19).

La soluzione è semplice e immediata. Giorgio Bocca propone l’occupazione militare dei territori, per liberare l’economia taglieggiata dalle estorsioni della criminalità mafiosa. A sua volta Giuseppe Giarrizzo, noto storico e figura di rilievo dell’Università catanese, scrive che “il delitto Dalla Chiesa…non pare possa iscriversi tra i delitti politici”. E su un dossier pubblicato da “La Sicilia”, si spinge a sostenere che si è trattato di “una strage senza colpevoli” e che non è sostenibile l’opinione diffusa “che c’era stata la partecipazione dei catanesi del gruppo Santapaola”. E ancora: irride il generale per “la generosità, ed insieme, l’ingenuità del personaggio” lanciato imprudentemente nella “clamorosa denunzia dei cavalieri catanesi”.

Lo storico, dopo avere argomentato con sicurezza, a sostegno del suo pensiero, richiama una sentenza del giudice Luigi Russo del Tribunale di Catania, unica fonte che elimina ogni dubbio, ed esclude ricerca, documentazione, ipotesi storiografica: “gli imprenditori erano stati ed erano al tempo stesso favoreggiatori e vittime” dei mafiosi. Così il lavoro del pool di Palermo, le dichiarazioni del pentito Calderone, le dichiarazioni di uno dei Costanzo riportate in L’inferno di Bocca, le indagini dei giudici Livatino e Palermo sulle connessioni fra evasione fiscale dei cavalieri e cosche mafiose dell’Agrigentino non valgono nulla. 

Non è da meno Enzo Bianco, sindaco di Catania, homo novus della primavera siciliana assieme a Leoluca Orlando, categorico nel proclamare che “è ora di finirla con la cultura del sospetto…la piccola e media industria catanese è una delle più sane di tutto il Mezzogiorno, né ha consentito infiltrazioni mafiose”.

Non poteva mancare, dall’alto del suo soglio apostolico, il contributo salvifico dell’Arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito, che nel settembre 1988, su La Sicilia sostiene che “bisogna stare attenti alle leggi… sono dannose le leggi dettate dall’emotività, come la Rognoni-La Torre che ha finito per intralciare l’imprenditoria isolana”. E ancora: “Non so se quella catanese sia vera mafia o semplice delinquenza” (“L’Ora”, 20/4/91).

4 Isolamento del pool antimafia, legittimazione della borghesia mafiosa. 

Mentre si sviluppano le inchieste del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto sulle stragi palermitane, a Catania viene avanti la legittimazione di fatto della trasformazione della mafia criminale in impresa. Il caso più clamoroso è quello del boss Nitto Santapaola, la cui figura passerà alla storia anche per via di una foto che lo ritrae assieme ai rappresentanti delle istituzioni catanesi (prefettura, questura, politici, amministratori e prelati) presenti all’inaugurazione della concessionaria Renault PAM CAR da lui avviata. Santapaola, la cui carriera non ha bisogno di essere ricordata, accelera il processo di modernizzazione della mafia in Sicilia, facendola diventare assieme organizzazione criminale e impresa che monopolizza i diversi settori economici in cui interviene: trasporti, edilizia, commercio, agroalimentare. Il terreno di sperimentazione è l’intero Sud-Est siciliano che diventa “modello di sviluppo” che coinvolge un’area composta da professionisti, banche, imprese. Questo diventerà per vari decenni il modello dominante.

Pseudo-garantismo, legittimazione dell’economia illegale in quella legale, insomma una “tolleranza giustificativa” che viene agevolata dalle istituzioni e accettata in buona parte della società civile, è punto di approdo ed evoluzione di una tesi enucleata nel 1984 nel ragionamento esposto dal Segretario Regionale delle CGIL siciliana Luciano Piccolo al convegno organizzato dal PCI a villa Malfitano a Palermo. Il nostro consacra, anche dentro il sindacato più rappresentativo, una logica “iperrealista”: viene proclamato con certezza che non ci si può attardare nelle analisi del sangue alle imprese, anche se sono sospettate di inquinamenti mafiosi. Tutto ciò in nome di una modernizzazione dell’economia arretrata del Sud, che le imprese del Centro-Nord e quelle dei Cavalieri consorziate con esse garantivano, creando sviluppo e occupazione. Luciano Piccolo, scaduto il mandato sindacale, andrà a dirigere l’Agenzia per il lavoro istituita dall’allora Presidente della Regione Rino Nicolosi. Per la prima volta un sindacalista viene cooptato nella direzione di un Istituto regionale, un evento che di fatto formalizza e ufficializza la condivisione consociativa delle politiche governative della DC in Sicilia da parte della sinistra: il “patto fra produttori”!

Il decennio degli anni ottanta e gli inizi dei novanta ci consegnano il passaggio a una nuova fase.  Il pool antimafia di Palermo aveva avuto il merito di avviare inchieste che individuavano pezzi importanti della mafia militare e le connessioni di questa con il mondo politico e imprenditoriale, portando così alla luce “l’intreccio di potere realizzatosi tra i poteri criminali e gli altri poteri ‘legali’ dominanti” (G. Di Lello, “Città d’Utopia marzo ’92). “Non appena ci si rese conto che queste inchieste potevano costituire un potenziale pericolo per gli assetti di potere dominante, la reazione non si fece attendere” (ibidem). Il pool antimafia venne spazzato via da una campagna mediatica e dall’azione dello stesso CSM. Rivedendo queste sequenze storiche e rileggendo la documentazione che riguarda quegli anni possiamo arrivare alla conclusione che le “via giudiziaria” della lotta alla mafia è sicuramente perdente se non è supportata da un conflitto sociale e da una lotta politica capace di aggredire i nodi strutturali dell’accumulazione capitalistica. Con lucidità dobbiamo prendere atto che lo Stato utilizzò il lavoro di alcuni settori coraggiosi e democratici degli inquirenti per ricostruire attorno alle classi dirigenti imprenditoriali e politiche, consenso sociale e delega, scaricando soltanto sulla mafia militare le responsabilità dell’economia e delle azioni criminali. In tal modo furono poste le basi per la creazione di un nuovo “patto”, finalizzato all’accumulazione mafiosa, che avrà sviluppo nei successivi decenni, fino ai giorni nostri; consentendo così “sonni tranquilli” al sistema di potere mafioso in tutte le sue articolazioni.


*Mimmo Cosentino ha svolto inchieste sull’imprenditoria mafiosa, collaborando fra l’altro con la rivista “Città d’Utopia”; **Felice Rappazzo, già docente universitario a Catania, è anche un militante politico impegnato soprattutto nel campo dell’ambientalismo; ***Giorgio Stracquadanio è funzionario sindacale a Ragusa e si occupa di economia, in particolare modo del sud-est della Sicilia.

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