Aufstand in der Fabrik

Franco Russo

Dietmar LANGE, Aufstand in der Fabrik, Böhlau Verlag Gmbh Jan, 2021

Da “operai” a “classe”: come singoli individui percependo oppressione e sfruttamento costruiscono un’identità collettiva. Ė questo il percorso descritto nella ricerca storica Aufstand in der Fabrik di Dietmar Lange (D.L.), che ha per oggetto i rapporti di lavoro e le lotte operaie nella fabbrica di Mirafiori nell’arco temporale 1962-1973, dagli scontri di Piazza Statuto del 1962 all’occupazione della fabbrica del 1973. Gli scaffali sono pieni di volumi dedicati alla Fiat nel Secondo Dopoguerra, ma raramente si è dedicata una ricerca così approfondita alle vicende degli operai della più grande fabbrica europea dell’epoca, esaminando fonti di archivio, memorialistica, giornali, volantini, verbali delle riunioni sindacali e della Commissione Interna, e poi i materiali dei gruppi ‘extraparlamentari’ e del movimento studentesco di Torino durante il biennio rosso 1968-1969, quello della ‘rivolta nella fabbrica’.

Perché richiamare l’attenzione dei lettori di una rivista come “Su la testa, sulla storia delle lotte operaie della Fiat? Intanto perché l’autore è un ricercatore di lingua tedesca, ciò che testimonia dell’importanza ‘paradigmatica’ che egli attribuisce alle vicende di Mirafiori, e, soprattutto, perché la sua analisi mette in luce processi sociali e culturali attinenti alla “formazione della classe operaia”. Se non sbaglio, D.L. solo una volta, insieme al nome di A. Pizzorno, si richiama a E. P. Thompson (p. 379), ma lo fa con un preciso riferimento concettuale al Klassenbildungsprozess, al processo di formazione della classe, alla costruzione storica della classe degli operai sulla base dei loro interessi materiali e delle loro aspirazioni ideali, con l’elaborazione di un proprio linguaggio e di un proprio discorso politico-sociale. D. L. descrive, direi reparto per reparto, le modalità con cui gli operai di Mirafiori giungono alla consapevolezza dei loro comuni interessi da difendere attraverso il conflitto con i “capi” e con “il padrone”. Questa consapevolezza dà vita a un’identità sociale, che viene elaborata giorno dopo giorno, lotta dopo lotta, manifestazione dopo manifestazione. 

Aufstand in der Fabrik ricostruisce la storia di operai che – sottomessi al regime autoritario dei capi, spinti con incentivi e misure paternalistiche quali l’assistenza medica e gli asili nido a identificarsi con il destino della fabbrica, avvolti dalla retorica FIAT che esalta il complesso industriale all’avanguardia tecnologica – scuotono il dominio padronale, articolato in rigide gerarchie interne che su tutto vigilano e tutto controllano. Attraverso la mobilitazione conflittuale gli operai di Mirafiori giungono a praticare forme di autorganizzazione e a elaborare rivendicazioni che giungono a mettere in discussione l’assetto proprietario e il modo di produzione capitalistico. E fanno tutto ciò partendo da una situazione dove deboli sono i sindacati indipendenti quali la FIOM e la FIM, mentre forti e attivi sono sindacati collusi con la Fiat (SIDA e UILM), e in una città dove l’egemonia politica e culturale è esercitata direttamente dalla famiglia Agnelli, circondata da un’aura di regalità, che contribuisce alla manipolazione delle coscienze.

L’arco temporale della ricerca va dal 1962 al 1973. Sono anni di profonda trasformazione della società italiana a livello dei metodi di produzione nella fabbrica, del sistema politico, del “senso comune”, e dei modi di lotta e mobilitazione della classe operaia, dei ceti popolari e dei giovani. Si afferma la produzione di massa, e suo emblema è proprio Mirafiori, si accentuano i fenomeni migratori interni per alimentare la forza-lavoro concentrata nel Nord Italia, con la mutazione della sua composizione – dall’operaio professionale, ancora presente nelle Officine Nord di Mirafiori, all’operaio di linea (alle Carrozzerie). Il regime interno alla fabbrica, costruito da Valletta fin dai tempi del fascismo, era improntato alla disciplina militare che richiedeva obbedienza a quel che i capi disponevano, senza possibilità di contestazione soprattutto da quando nel 1956 la FIOM, il sindacato più a sinistra e legato ai partiti comunista e socialista, era stata sconfitta e di fatto estromessa da Mirafiori.

Questo regime autoritario conobbe una prima rottura nelle giornate del 7-9 luglio 1962, le giornate di Piazza Statuto, quando durante partecipatissimi scioperi per il rinnovo del contratto migliaia di operai attaccarono la sede della UILM che il 6 luglio aveva siglato un accordo separato con la FIAT. In quelle giornate fu molto attivo il gruppo dei Quaderni Rossi, animato dal socialista ‘dissidente’ Raniero Panzieri, che lontano anni luce dall’ideologia dell’avanguardismo, si proponeva di sostenere i, e dar voce ai, conflitti operai considerati i naturali incubatori dell’autonoma formazione della classe operaia. D.L. segue passo passo le vicende dei Quaderni Rossi, la sua interazione con le lotte, le sue divisioni interne, le sue scissioni.

Con gli scioperi del 1962 si andò affermando, con alti e bassi, la contrattazione articolata, con nuovi contenuti contrattuali, che accanto al salario poneva rivendicazioni relative ai tempi, ai ritmi, all’orario di lavoro, e specificamente per la FIAT, le lotte avevano di mira il sistema di comando dei capi e la politica repressiva e discriminatoria dell’azienda (Dario Lanzardo). Queste vicende videro intrecciarsi l’attivizzazione degli operai e la riorganizzazione dei sindacati indipendenti, che pian piano riconquistarono spazi di azione, persi fin dal 1956 – anno di una cocente sconfitta della FIOM alle elezioni della Commissione interna.

La svolta più radicale del conflitto operaio si ha con il “maggio proletario” del 1969: la diffusione degli scioperi a Mirafiori, con cortei interni e modalità di conflitto particolarmente incisive come le fermate del lavoro a scacchiera e a “gatto selvaggio”, che segnarono la fine “dell’era dei conigli” – come recitavano i cartelli delle manifestazioni – , esprimendo con ciò il ritrovato coraggio di resistere al dominio della gerarchia padronale portando senza paura l’offensiva dentro la fabbrica, fin ad allora incontrastato campo d’azione dei capi. La fine dell’era dei conigli si manifestò anche nelle vie della città con gli scontri di Corso Traiano del 3 luglio in occasione di uno sciopero generale contro gli aumenti degli affitti, a cui parteciparono in massa gli operai FIAT, e nell’autunno caldo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

Due furono i terreni di scontro: le nuove rivendicazioni, quali gli aumenti uguali per tutti, la messa in discussione della vecchia classificazione per categoria, la richiesta del controllo sull’organizzazione del lavoro per salvaguardare la salute e la sicurezza, che comportava – questo il secondo terreno – forme originali di rappresentanza operaia, con la figura del delegato di gruppo omogeneo. D. L. segue con dovizia di particolari lo svolgimento delle lotte e il ruolo in esse dei diversi soggetti: innanzitutto quello diretto degli operai, poi dell’Assemblea studenti-operai, e dei diversi sindacati di categoria (principalmente della FIM, sindacato ‘cattolico’, e della FIOM). A Mirafiori si svilupparono rapporti stretti con il movimento degli studenti, che si concretizzò, appunto nell’Assemblea, ed emersero i primi gruppi della cd sinistra extra-parlamentare – Lotta continua Potere operaio -, ma attenzione viene riservata anche agli altri gruppi, come il Collettivo Lenin composto da ex membri dei Quaderni Rossi (che aderì ad Avanguardia operaia), e il Manifesto. Aspro fu il conflitto tra i nuovi gruppi e i sindacati dei metalmeccanici che si focalizzò sul ruolo dei delegati, del consiglio dei delegati e dell’assemblea degli operai.

FIM e FIOM, guidati da Pierre Carniti e Bruno Trentin, compirono un’operazione di rifondazione delle rispettive organizzazioni assumendo come loro nuova base i delegati, mentre Lotta Continua e Potere Operaio avversarono la figura del delegato, criticati su questo dallo PSIUP (un partito socialista nato dalla scissione del vecchio Partito socialista), contrapponendogli l’assemblea operaia secondo lo slogan ‘siamo tutti delegati’. Come ricorda Paolo Ferrero1, sulla natura dei delegati e dei loro consigli, si ebbe un acceso confronto nello PSIUP tra la federazione torinese diretta da Pino Ferraris, che sosteneva la loro politicità, e Vittorio Foa, che, pur essendo un fautore della nuova rappresentanza operaia, la riconduceva pur sempre a una dimensione sindacale.

L’analisi di D. L. su tutte queste vicende è dettagliata e ben coglie il dilemma che attraversò gli operai, i militanti dei gruppi e dei sindacati: consigli operai o sindacato dei consigli. I gruppi politici di Lotta continua e Potere operaio, i più influenti nell’Assemblea studenti-operai, scelsero di essere contro l’una o l’altra opzione, facilitando il compito di FIOM, FIM e UILM di ricondurre gli operai entro il sindacato ibridato con i delegati, che infatti da lì a pochi anni finì la sua esperienza. Il sindacato dei consigli ebbe vita breve e tormentata perché nata solo con la finalità di riprendere il controllo sulle lotte operaie da parte dei vecchi sindacati.

L’analisi di D. L. dà forza alla tesi che la costruzione a Mirafiori del consiglio dei delegati, e nelle altre fabbriche italiane, fu un’occasione persa dagli operai di istituire una propria organizzazione autonoma, di ‘farsi classe’, e i gruppi politici a loro volta persero l’occasione di contribuire al diffondersi e al consolidarsi di quell’esperienza rompendo con la tradizionale quanto fallimentare ideologia dell’avanguardismo, del “partito guida” della lotta di classe. I gruppi finirono per reclutare nuclei ristretti di operai, ostruendo il processo di formazione della classe operaia, e, ritenendo di fare lavoro politico a sostegno delle masse, riproposero un’ideologia elitista, caratterizzata dalla tipica “fallacia intellettualistica”, che fa apparire naturale un modello di comportamento politico, per cui “i seguaci divengono consumatori, senza potere e privi di intelligenza, di nozioni lanciate loro dai leader, e la comunicazione significativa tra leader e seguaci è vista come una via a senso unico” (Josiah Ober, The Athenian Revolution, Princeton 1996, p. 132). In quel biennio rosso, gli operai inventarono un linguaggio politico per esprimere e comunicare ciò che stavano praticando, mentre i gruppi politici ripetevano un gergo avanguardista, a loro volta i sindacati avevano l’unico scopo di riaffermare la propria egemonia.

Negli anni successivi gli operai vennero presi in una morsa – strategia della tensione e repres- sione da una parte, e dall’altra riorganizzazione del vecchio sindacalismo e a livello politico il “compromesso storico” tra DC e PCI. Quellamorsa divenne ancor più serrata con l’intervento delle Brigate Rosse che miravano a intimidire con minacce e atti violenti sindacalisti collusi e capi.

Certo, la combattività operaia, mossa dalle esigenze di difendere i livelli salariali e le condizioni di vita e di lavoro, non svanì, infatti nella tornata contrattuale del 1973 si giunse fino all’occupazione di Mirafiori, ottenendo oltre a consistenti aumenti salariali l’inquadramento unico e le 150 ore per la propria formazione professionale e culturale – questa vicenda tuttavia rientra solo nella storia sindacale, non anche in quella della formazione storica della classe operaia.

Dietmar Lange descrive in forma cristallina una storia affascinante di lotte operaie, che meriterebbe di essere conosciuta oltre la cerchia dei lettori di lingua tedesca, perché è un’occasione per riflettere sulle modalità di costruzione del movimento operaio e sulle categorie culturali con cui esse vengono interpretate.


1 Paolo Ferrero, 1969: l’anno in cui gli operai hanno rovesciato il mondo, pag. 166, Derive Approdi, Roma, 2019.

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