Autonomia differenziata (e non solo): la valanga che travolge il Sud e sbriciola il Paese
Tonia Guerra*
La democrazia non crolla quando diminuisce il reddito medio,
ma quando si spezza il filo sottile che tiene insieme destini diversi
Brian Barry -Why Social Justice Matters
Il percorso del regionalismo competitivo: a che punto siamo
Una storia lunga quella dell’autonomia differenziata, nata nel 2001 quando, con la “riforma” del Titolo V della Costituzione, un governo di centrosinistra volle intestarsi l’inaugurazione della nefasta stagione delle manomissioni costituzionali, tasselli della “modernizzazione” che ci ha condotti allo stato attuale.
In verità dovettero passare 16 anni prima che si tentasse di passare concretamente ai fatti, per iniziativa di tre regioni del Nord – Veneto, Lombardia, Emilia Romagna – che avviarono con il Governo Gentiloni, a pochi giorni dalla scadenza, l’iter per l’acquisizione di maggiori poteri e risorse in ambiti fondamentali, dalla Sanità all’Istruzione, passando per Lavoro, Ricerca, Ambiente, Beni culturali, Trasporto, Energia, Alimentazione, Protezione civile, Rapporti internazionali (solo per citarne alcuni).
Era stato necessario aspettare che maturasse pienamente il pensiero unico che magnificava le virtù della competizione, dell’individualismo e del privato, per far passare un progetto a evidente svantaggio delle regioni del Sud, dei territori e delle fasce sociali più deboli.
Sono tuttavia trascorsi altri 8 anni senza che sia stato portato a definitivo compimento, grazie alla eroica resistenza opposta da un movimento ampio e plurale, innestato all’inizio dai Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti.
Pare che ora si sia al punto decisivo: il Governo Meloni ne rivendica la realizzazione e il Ministro Calderoli non intende retrocedere, nonostante oltre un milione e trecentomila firme raccolte per abrogare la sua legge (1), i ricorsi di alcune regioni e la sentenza (2) con cui la Corte Costituzionale ne demoliva l’impianto, con rilievi tali da far dire al Presidente Amoroso (3): “Dell’autonomia resta ben poco, ora tocca al Parlamento”.
In realtà è proprio il Parlamento il grande assente, tenuto ai margini di un processo che cambierà la struttura della Repubblica, minando l’unità e indivisibilità sancite dalla Costituzione (art.5).
In queste settimane il progetto governativo è arrivato ad una stretta: dopo la bocciatura della riforma della Magistratura e l’allontanarsi di quella sul premierato, Meloni non intende accantonare, come sarebbe auspicato persino da una parte del suo partito, il progetto autonomista sul quale la Lega regge il patto di governo.
Gli strumenti con cui il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie sta procedendo, con evidenti forzature, sono 2:
- il Disegno di Legge delega n. 1623 per la “determinazione dei LEP”, presentato a febbraio 2025, licenziato dal CdM a maggio e attualmente in discussione al Senato;
- le pre-intese con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, per la devoluzione di Protezione Civile, Professioni, Previdenza complementare e integrativa, Coordinamento della finanza pubblica in materia sanitaria.
Entrambi non tengono sostanzialmente conto dei rilievi e dei moniti della Corte Costituzionale.
Il Disegno di Legge Delega si rifà alla sua contestata legge, i LEP non sono garantiti ma solo “determinati”, impostati in modo sostanzialmente funzionale all’attuazione dell’autonomia differenziata, e “senza maggiori oneri per lo Stato”, il che ne tradisce l’inattuabilità e l’inesigibilità.
Contro questo disegno anche la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha espresso critiche di merito e per il metodo seguito, rivendicando un apposito fondo perequativo statale, senza il quale l’uniformità dei diritti è “pura affermazione di principio”. Le Regioni hanno ribadito che i LEP, una volta determinati, devono essere integralmente finanziati dallo Stato, come sottolineato già in sede di discussione delle Legge di Bilancio 2026. Le Regioni Puglia e Emilia Romagna hanno recentemente sollevato questioni di legittimità costituzionale nella parte della Legge di Bilancio 2026 e di Bilancio triennale 2026-2028, relativa ai LEP per alunni in condizione di disabilità.
Le pre-intese, sottoscritte dal Governo con le 4 regioni del Nord, sono accordi-fotocopia, privi della necessaria motivazione specifica per ogni funzione, cioè di un’istruttoria trasparente che giustifichi la richiesta di ulteriore autonomia, come intimato vigorosamente dalla Corte Costituzionale.
Il 2 aprile 2026 il Ministro Calderoli ha portato gli accordi in Conferenza Unificata, la quale li ha approvati, con il voto a favore delle regioni amministrate dal centrodestra e con il dissenso dell’ANCI.
Anche i presidenti delle regioni meridionali hanno dato il proprio consenso, proni alle decisioni della maggioranza di destra nazionale, tradendo consapevolmente, a vantaggio di altri territori, l’interesse delle comunità che amministrano.
Il percorso burocratico prevede poi un passaggio finale in Parlamento, il quale potrà pronunciarsi a maggioranza assoluta, entro 90 giorni, solo con un sì o con un no.
È chiaro che ci troviamo di fronte a provvedimenti che stravolgono i principi fondamentali della Costituzione, l’eguaglianza prevista dall’art.3, l’unità e indivisibilità dell’art.5, la salute come diritto fondamentale dell’art.32, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dell’art.33, l’imparzialità e il buon andamento della Pubblica Amministrazione dell’art.97.
Per il solo ambito sanitario, significa piena autonomia tariffaria, di gestione e di allocazione delle risorse, di istituzione di fondi integrativi e assicurativi, con la possibilità di operare in deroga agli standard nazionali, che invece varrebbero per le altre regioni.
Significa il definitivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e l’aumento delle disparità territoriali: le regioni più ricche potrebbero investire in strutture, sussidi e tecnologie avanzate, magari privilegiando i settori più lucrosi a discapito della prevenzione e delle strutture di prossimità e utilizzando la leva tariffaria per attrarre operatori e investimenti; quelle del Mezzogiorno sarebbero in difficoltà perfino per l’erogazione dei servizi minimi.
Se allarghiamo questa impostazione agli altri ambiti previsti dalle intese in itinere e a quelle possibili all’indomani dell’approvazione del disegno 1623 sui LEP, abbiamo un quadro a dir poco drammatico e praticamente irreversibile in termini di disparità e di ingiustizia.
Non solo autonomia differenziata
Pur nella sua portata devastante, l’autonomia differenziata non è l’unico provvedimento che acuisce le differenze e la disgregazione territoriale:
- Roma Capitale, un’autonomia tira l’altra
Il Governo Meloni presenta alle Camere, con l’appoggio del PD, un progetto di revisione dell’art.114 della Costituzione, che conferisce potestà legislativa concorrente al Comune di Roma su “trasporto pubblico locale, polizia amministrativa locale; governo del territorio; commercio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; promozione e organizzazione di attività culturali; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa”.
Il Sindaco Gualtieri ne è entusiasta e la definisce “riforma storica”. Zaia si eccita per Venezia, Fontana per Milano.
- PNRR, cura diseguale contro le diseguaglianze
Dei 122,6 miliardi di Euro a prestito e 68,9 miliardi a fondo perduto, il Sud avrebbe dovuto beneficiare del 40% (più del 34% se si considera il solo fattore demografico, ma al di sotto del dovuto se si considerano tutti fattori previsti, PIL e tassi di disoccupazione). Ma non tutti i ministeri hanno rispettato tale quota e comunque il sistema di distribuzione delle risorse, affidato ai bandi in maniera competitiva e senza una reale ricognizione dei bisogni, ha privilegiato gli enti territoriali più ricchi a svantaggio delle imprese e delle amministrazioni meridionali, che scontano problemi di turn over, carenze di strumentazione, difficoltà sulla digitalizzazione e sulla possibilità di concorrere alla spesa.
- Piano Strategico Nazionale Aree Interne
Le aree interne, abitate da 13 milioni di persone, occupano il 59% del territorio nazionale, da Nord a Sud.
Si tratta di comunità ricche di risorse naturali e culturali, cruciali per la tenuta idrogeologica, paesaggistica e anche produttiva del Paese, a patto di una prospettiva di relazioni economiche e sociali fondate sul recupero e la sostenibilità ambientale, agricola, industriale, sulla difesa idrogeologica, l’energia pulita, il turismo lento.
Al contrario, il Piano, assumendo i dati del CNEL e del CENSIS, che fotografano una situazione di grave squilibrio, in termini di denatalità, rapporto giovani/anziani, Nord/Sud, aree interne e centri urbani, emigrazione giovanile, si propone di accompagnare questi territori a un lento declino, rinunciando a obiettivi di inversione di tendenza.
Società ingiusta, narrazioni ingiuste
Le analisi del Censis 2023-2025 descrivono un grave divario Nord-Sud, a causa di diseguaglianze economiche, disoccupazione ed emigrazione giovanile.
I dati ISTAT relativi al 2025-2026 confermano una profonda divergenza strutturale: nel Mezzogiorno i consumi sono stagnanti, i redditi familiari sono più bassi (32.427€ vs 44.290€ al Nord-Est), il rischio povertà ed esclusione sociale è 3 volte superiore rispetto al Nord- Est, mentre permane un forte gap in infrastrutture sanitarie.
La crisi produce danni e rotture nelle relazioni fra rappresentanti e rappresentati, lo dimostrano i dati sull’astensionismo elettorale; l’economia di guerra e la distrazione di risorse dal welfare al warfare danneggiano la parte più povera, le fasce sociali più svantaggiate.
In un contesto così problematico, l’idea di autonomia differenziata, cioè la lacerazione ulteriore del Paese, dovrebbe sparire dall’orizzonte politico, essere considerata un tabù, un’indecenza.
Invece, dopo la fiammata della raccolta di firme per il referendum abrogativo della Calderoli, il processo procede lontano dalle priorità dell’agenda politica interna.
Il Presidente del Veneto, all’indomani della firma della pre-intesa, esultava: “L’accordo porterà 300 milioni di euro in più per la sanità veneta … è una legge che permette a territori virtuosi di essere ancora più virtuosi”.
In sostanza, i cittadini del Veneto “meritano” l’autonomia.
La povertà è demerito, colpa: l’ingiustizia diventa plausibile perchè accompagnata da una narrazione che la giustifica rendendone invisibili le cause.
È la vecchia storia del Sud spendaccione, pigro, arretrato e scansafatiche; del Nord laborioso, efficiente, dinamico, quindi meritevole.
La retorica del “merito”, che non tiene conto della condizione di partenza, del contesto umano e sociale, è utile come sostegno “morale” dei sistemi populisti e autoritari: il “capo” giudica chi è degno e chi no.
La Presidente del Consiglio, in un comizio a Catania nel 2023, ammoniva: “Io voglio un sistema meritocratico e plurale che dia appoggio a tutti e soprattutto a quelli che se lo meritano”.
La diseguaglianza territoriale, istituzionalizzata dal regionalismo competitivo, si riversa, enfatizzandole, su quelle di classe, di condizione personale, di genere: a Napoli, tra il Vomero e Ponticelli, a Torino, tra i quartieri benestanti e il quartiere operaio delle Vallette, cambia, di anni, l’aspettativa di vita.
La diseguaglianza si autoalimenta, producendo e legittimando altre diseguaglianze, all’interno di un sistema che diventa capace di digerire una proposta chiaramente a spese dei più fragili, quale è questo regionalismo predatorio.
Il referendum e la sorpresa del Sud
Nel referendum del 22 e 23 marzo sulla Magistratura, il NO ha vinto nettamente in tutte le regioni meridionali, con una percentuale di votanti del centrodestra più bassa rispetto a quella del centrosinistra.
A Napoli il NO ha stravinto con il 75,4%, a Bari e provincia ha superato il 60%, a Cagliari il 61%; in Basilicata e in Sicilia è andato oltre il 68%.
Il Sud, colpito dalla crisi e dalle politiche antipopolari, minacciato dall’autonomia differenziata, defraudato di risorse e delle menti dei e delle più giovani, a cui non è stato permesso di votare lontano dalla regione di origine, si è fatto sentire.
Quando la posta in gioco è chiara e l’esito non scontato, il tuo voto diventa importante: una giovane generazione meridionale, tutt’altro che rassegnata ad un futuro di precarietà e umiliazione, che si è mobilitata contro le guerre e il genocidio in Palestina, è uscita dall’astensione e ha detto la sua.
Ma anche la lettura di stampo antimeridionalista si è fatta sentire; questa volta è il presidente Fontana che in conferenza stampa ha chiosato senza mezzi termini, a proposito dell’esito referendario nelle uniche 3 regioni in cui ha vinto il Sì, il Veneto, la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia: “C’è una parte del paese che si distingue per modo di pensare e di agire […]. È l’area più moderna e funzionale che traina il resto d’Italia. L’Autonomia differenziata è solo il primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale”.
Lo segue il prof Fortis: “il Sì ha vinto nelle regioni e province più produttive” (“Il Sole 24 ore”, 26 marzo).
Dunque il vecchio progetto secessionista è tutt’altro che accantonato: la sedicente locomotiva d’Italia, scalpita smaniosa di liberarsi della zavorra meridionale e di coronare il vetusto sogno leghista della macroregione del Nord, a dimostrazione della miopia della logica della “riduzione del danno” coltivata anche dai recenti governi a guida centro-sinistra.
Al di là di queste pretestuose interpretazioni dell’esito referendario, in realtà non è la prima volta che il Sud diventa dirimente in occasioni elettorali: nel 2018 era stato determinante per il trionfo dei 5 stelle, nel 2022 contribuì al loro crollo.
Nel referendum sulla Magistratura l’autonomia differenziata deve aver pesato sul voto meridionale: “Regolamenti di conti interni alla maggioranza hanno finora risparmiato uno dei principali artefici del fallimento delle consultazioni referendarie: Roberto Calderoli, il ministro dell’autonomia differenziata […] Il dissenso verso l’autonomia differenziata può poi avere rafforzato l’orientamento dei cittadini meridionali verso il no”. (Alighiero Fumagalli, il Manifesto 28 marzo 2026).
“Che è successo? Non lo sappiamo con certezza. Il Sud è dimenticato da molti anni; non viene studiato, ancor meno capito; non sappiamo che cosa si agiti al suo interno. Le classi dirigenti nazionali, gran parte della politica, gli intellettuali che scrivono sui giornaloni si crogiolano ancora con letture stereotipate […] L’attuale opposizione (con parziali eccezioni) ha da tempo divorziato dal Sud: non sviluppa un’offerta politica adeguata, si affida a esponenti locali di migliore o minore qualità. E come dimenticare che qualche anno fa il Pd ha dato, con Bonaccini e Gentiloni, una spinta fondamentale all’autonomia regionale differenziata?”.
(Gianfranco Viesti, Il Fatto 27 marzo 2026).
La Costituzione non si tocca
Uno degli slogan della campagna per il No al referendum sulla Magistratura era “la Costituzione non si tocca”. L’efficacia della comunicazione era indubitabile.
Purtroppo, oltre ad essere quotidianamente oltraggiata da politiche che ne contraddicono i principi fondamentali, oggi in modo eclatante l’art.11 che sancisce il ripudio della guerra, è gia stata modificata in più parti, con la responsabilità di entrambi gli schieramenti che si sono alternati al governo nazionale da oltre 20 anni.
L’autonomia differenziata è figlia di una grave manomissione costituzionale e i suoi frutti avvelenati costituiscono un grave rischio per la tenuta economica, sociale e democratica dell’Italia.
Alcuni dei soggetti protagonisti di quella stagione ne hanno riconosciuto la responsabilità: tocca riparare.
La ricostruzione del Titolo V e il riconoscimento del Mezzogiorno, cancellato nel testo del 2001, devono essere tra i fondamenti di un progetto radicale di cambiamento politico, sociale, culturale che riconosca e garantisca pari dignità e diritti, a tutte e tutti.
Nell’immediato occorre bloccare in ogni modo possibile le intese Stato-Regione in corso, ricorrere alla Consulta in via principale.
I comitati, dopo le raccolte di firme, gli appelli, le centinaia di iniziative in ogni parte d’Italia, chiamano i presidenti di regione, i soggetti sindacali e politici, le associazioni che hanno aderito al Tavolo Nazionale “No Autonomia differenziata” alla mobilitazione, in Parlamento, nei luoghi di lavoro, nelle piazze.
La stagione nefasta del neoliberismo, che ha fatto la guerra ai poveri e oggi ci porta nella dimensione distopica della guerra armata, va seppellita.
La Costituzione non si tocca. Appunto.
Tonia Guerra
*Tonia Guerra fa parte della Direzione Nazionale PRC, è responsabile campagna “NO A.D” e portavoce comitato “Per l’Unità della Repubblica” – Puglia.