Brics, finanza e commercio: bilancio onesto di una promessa multipolare

Monica Di Sisto*

Chiedersi oggi se “i Brics possano sostituire l’Occidente” non è una domanda che abbia alcun senso. Possiamo, invece, chiarire se, nel mezzo di guerre, crisi energetiche, sanzioni, debiti e fratture commerciali, stiano costruendo davvero un ordine economico più autonomo, più stabile e più giusto. Per Brics intendiamo una piattaforma di cooperazione economica e politica nata dall’incontro tra Brasile, Russia, India e Cina, formalizzata con il primo vertice Bric del 2009, evoluta in Brics nel 2011 con l’ingresso del Sudafrica. Nel perimetro più recentemente considerato, tuttavia, ragioniamo su dieci economie emergenti dal Sud globale: Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Iran, Federazione Russa, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti. Dopo vent’anni di crescita degli scambi, dieci anni di New Development Bank e l’avvio politico di strumenti finanziari comuni come Brics Pay, i Brics hanno ormai creato una massa economica e istituzionale capace di ridurre il monopolio euroamericano su commercio, credito e pagamenti. Ma ci dobbiamo chiedere se maggiore autonomia significhi automaticamente più diritti, meno disuguaglianze, minore inquinamento o una governance globale più democratica.

Una posizione solida ma diversificata nell’economia globale

Il dato di partenza è potente. Secondo l’analisi recentissima dell’agenzia Onu “Two Decades of Intra-Brics Trade”, l’attuale Brics allargato rappresenta circa il 27% della produzione mondiale, il 24% delle esportazioni globali di merci e il 22% degli afflussi mondiali di investimenti diretti esteri nel 2024. Il commercio intra-Brics di beni è cresciuto da 84,2 miliardi di dollari nel 2003 a 1.170 miliardi nel 2024: oltre tredici volte, con un ritmo medio annuo del 13,3%, superiore sia al commercio mondiale sia al commercio Sud-Sud. Ma questa espansione resta ancora inferiore al peso potenziale del blocco: gli scambi interni Brics valgono circa il 5% del commercio mondiale e il 20% del commercio Sud-Sud, quindi molto meno della loro capacità economica complessiva. 

I Brics, dunque, non sono più una sigla da convegno, ma non sono ancora un mercato integrato. La loro forza commerciale è cresciuta perché il baricentro dell’economia mondiale si è spostato verso l’Asia per energia, materie prime, manifattura e infrastrutture. Tuttavia, la rete interna resta sbilanciata. La Cina è il nodo centrale: esporta manufatti a crescente contenuto tecnologico e importa materie prime. Attorno a lei ruotano Brasile, India, Indonesia, Russia ed Emirati Arabi Uniti come grandi poli di flusso. Molti altri membri, soprattutto in Africa, restano invece fornitori di commodities e importatori di beni industriali. 

Questo significa che la retorica del “Sud globale” non basta. Il Brics allargato contiene economie con redditi, capacità industriali e poteri geopolitici molto diversi: Emirati e Cina non hanno gli stessi bisogni di Etiopia o Sudafrica; India e Cina competono oltre a cooperare; Russia e Iran vedono nella de-dollarizzazione anche una via di sopravvivenza alle sanzioni; Brasile e Indonesia cercano margini per industrializzare risorse agricole, minerarie ed energetiche. La complementarità può generare sviluppo, ma può anche riprodurre una divisione del lavoro vecchia: periferie esportatrici di natura e centro manifatturiero asiatico.

Nuova banca di sviluppo e Brics Pay: un primo bilancio

La New Development Bank è la risposta più concreta a questa asimmetria. Nata nel 2014 a Fortaleza, si presenta come banca multilaterale del Sud globale, con governance paritaria tra i fondatori e senza il diritto di veto che caratterizza l’architettura di Bretton Woods. Il suo rapporto annuale 2024 indica oltre 40 miliardi di dollari di progetti approvati e una quota rilevante di finanziamenti dedicata a infrastrutture, energia, trasporti, acqua, servizi urbani e transizione climatica; nel 2024 il 43,5% delle nuove approvazioni è stato denominato in valute dei Paesi membri, soprattutto rand e renminbi, mentre la finanza climatica ha rappresentato il 55,3% dei prestiti dell’anno. 

Il punto politico è chiaro: se un Paese emergente si indebita in dollari, dipende dalla Federal Reserve, dai rating occidentali, dal ciclo dei tassi statunitense e dalla liquidità internazionale controllata dai centri finanziari del Nord. Prestare in valute locali riduce una parte di questa vulnerabilità. Non la elimina, perché le valute locali possono essere instabili e perché la stessa NDB ha dovuto congelare i prestiti alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina per proteggere il proprio accesso ai mercati e i rating. Ma segna un cambiamento: la de-dollarizzazione Brics non è una rivoluzione istantanea, è un lento tentativo di costruire margini di manovra.

Brics Pay va letto nello stesso quadro. Non è una moneta unica, né una criptovaluta comune, né l’immediata fine del dollaro. È, più realisticamente, un progetto di interoperabilità tra sistemi di pagamento nazionali per facilitare transazioni in valute locali e ridurre il passaggio obbligato da dollaro e SWIFT. La dichiarazione di Rio de Janeiro del 2025 incarica ministri delle Finanze e banche centrali di proseguire la discussione sulla BRICS Cross-Border Payments Initiative e riconosce il lavoro della BRICS Payment Task Force sui possibili percorsi tecnici. Le stesse fonti brasiliane sottolineano che i negoziati sono avanzati, ma non conclusi: il testo non sancisce ancora un’infrastruttura pienamente operativa. 

Anche qui il bilancio deve essere sobrio. Brics Pay può essere utile per abbassare costi di transazione, proteggere alcuni scambi da sanzioni extraterritoriali e dare più autonomia ai Paesi membri. Ma pone problemi seri: chi garantisce la compensazione finale? Con quali riserve? A quali tassi di cambio? Con quali regole antiriciclaggio? E soprattutto: un sistema più autonomo dall’Occidente è automaticamente più trasparente, più responsabile, più rispettoso dei diritti? La risposta, oggi, è no. È solo più autonomo.

La “pazienza calcolata” di Pechino

Le guerre in corso rendono questo passaggio più urgente e più ambiguo. La crisi nello Stretto di Hormuz, nel quadro descritto dai materiali forniti, mostra quanto l’economia globale resti vulnerabile ai colli di bottiglia energetici e marittimi. Se meno navi transitano, aumentano i rischi per petrolio, gas, fertilizzanti, petrolchimica e metalli. Per la Cina, grande importatore di greggio, il caos non è una vittoria strategica: è un costo industriale. Per questo Pechino appare meno interessata a sostituire militarmente Washington nel Golfo e più interessata a presentarsi come potenza della continuità: infrastrutture, credito, pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, porti, reti digitali.

Questa “pazienza calcolata”, come viene definita da alcuni osservatori internazionali, è forse la forma più avanzata della strategia cinese. Non conquistare il Medio Oriente con basi militari, ma renderlo dipendente da catene di fornitura, standard tecnologici e credito cinese. Nel campo delle tecnologie verdi, Pechino dispone già di una posizione dominante: controlla una quota enorme delle catene globali del solare, delle batterie e dei veicoli elettrici. Questo può accelerare la transizione energetica dei Paesi emergenti, ma crea una nuova dipendenza industriale. Uscire dal petrolio protetto dalla marina statunitense per entrare nel solare finanziato e prodotto dalla Cina può essere un progresso climatico; non è necessariamente emancipazione piena.

Per essere davvero alternativa, la finanza Brics dovrebbe rappresentare una radicale alternativa: niente austerità, standard pubblici, audit indipendenti, trasparenza dei piani ambientali, tutela dei lavoratori, consultazione preventiva delle comunità, misurazione degli impatti sociali. Oggi questa architettura appare ancora insufficiente. Dobbiamo distinguere la multipolarità dalla giustizia globale: un mondo multipolare può essere meno dominato dagli Stati Uniti e dall’Europa, ma non ancora pienamente multipopolare.

Ambiente, diritti e i cambiamenti necessari alla struttura produttiva

Sul piano ambientale, il bilancio Brics è, infatti, contraddittorio. Da un lato, NDB finanzia energia pulita, trasporti, acqua e infrastrutture, e la Cina ha reso disponibili tecnologie verdi a costi che nessun altro sistema industriale riesce a replicare. Dall’altro lato, molti scambi intra-Brics restano fondati su petrolio, gas, carbone, minerali, agricoltura intensiva e grandi opere. Brasile, Russia, Indonesia, Sudafrica, Emirati, Iran ed Egitto hanno ancora profili commerciali fortemente legati a materie prime o prodotti ad alta impronta ecologica. Senza standard ambientali comuni e verificabili, la finanza “del Sud” rischia di finanziare anche estrazione, consumo di suolo, inquinamento e conflitti locali.

Il nodo dei diritti è ancora più delicato. La NDB rivendica l’assenza di condizionalità politiche, in contrapposizione a FMI e Banca mondiale. È comprensibile: per decenni le condizionalità occidentali hanno imposto austerità, privatizzazioni e tagli sociali, spesso aggravando povertà e disuguaglianze. Ma l’assenza di condizionalità non equivale a giustizia. Se la banca finanzia sulla base delle legislazioni locali e quelle legislazioni sono deboli su lavoro, ambiente, consultazione delle comunità o diritti umani, il rischio è spostare il problema: non più l’ingerenza dei creditori occidentali, ma l’abbandono delle popolazioni coinvolte ai rapporti di forza nazionali.

Anche sul reddito medio e la lotta alla povertà il giudizio deve evitare propaganda. L’espansione commerciale Brics ha accompagnato la crescita di Cina, India, Etiopia e di altri Paesi, e ha contribuito a spostare capacità produttiva, investimenti e domanda verso economie prima marginalizzate. Unctad ricorda che tra 2003 e 2024 i Brics sono cresciuti in media più del mondo, ma con forti divergenze: Cina, India ed Etiopia hanno avuto ritmi elevati; Brasile, Russia e Sudafrica molto più bassi. Inoltre, il Pil pro capite medio Brics resta sotto la media mondiale, con abissi interni tra Emirati, Cina, Egitto, India ed Etiopia. 

Questo vuol dire che il commercio Brics può ridurre la povertà solo se cambia la struttura produttiva: più industria locale, più valore aggiunto, più salari, più entrate fiscali, più servizi pubblici. Se invece aumenta soltanto l’export di soia, petrolio, minerali o carbone, i benefici rischiano di concentrarsi in élite, grandi imprese, apparati statali e intermediari finanziari. La vera misura del successo non sarà il volume degli scambi in dollari o yuan, ma il numero di posti di lavoro dignitosi creati, la crescita dei redditi reali, la riduzione delle disuguaglianze territoriali, la qualità dell’aria, dell’acqua e dei servizi essenziali.

Fuori da Bretton Woods, ma come

C’è, infine, il tema geopolitico. Le guerre in Ucraina, a Gaza, nel Mar Rosso, nel Golfo e attorno all’Iran hanno accelerato la domanda di strumenti alternativi. Le sanzioni contro Russia e Iran hanno mostrato che il sistema finanziario occidentale può essere usato come arma. Da questo punto di vista, Brics Pay e NDB non nascono nel vuoto: sono reazioni alla politicizzazione del dollaro e delle infrastrutture finanziarie globali. Ma le guerre mostrano anche i limiti morali del blocco. I Brics chiedono riforma dell’ordine internazionale, ma non sempre parlano con chiarezza su aggressioni, repressioni, crimini di guerra, occupazioni, apartheid, diritto umanitario e responsabilità degli Stati alleati.

Il potenziale di indipendenza dall’asse euroamericano esiste, ma al momento non comporta da parte Brics la rottura totale con dollaro, FMI, Banca mondiale, UE o Stati Uniti. Apre una possibilità di scelta: finanziare infrastrutture senza passare sempre da Washington; commerciare in valute locali quando conviene; usare banche regionali e multilaterali alternative; evitare che una sanzione unilaterale blocchi cibo, energia, fertilizzanti o medicinali; riformare quote e voto nelle istituzioni globali. Sotto questo profilo, i Brics hanno già cambiato il negoziato mondiale: l’Occidente non può più presentarsi come unico fornitore di credito, regole e sviluppo.

Ma l’indipendenza ha un prezzo: richiede fiducia reciproca, istituzioni, dati, standard e responsabilità. Unctad nota che i Brics non hanno ancora un accordo commerciale complessivo di blocco; dispongono di molte intese bilaterali e regionali, ma non di una vera architettura comune. La stessa Unctad propone una strategia “Trade+”: commercio collegato a finanza, sviluppo industriale, agricoltura, digitale, transizione verde, standard e capacità istituzionale. È una proposta sensata perché riconosce che il commercio da solo non emancipa nessuno; può farlo solo se orientato da politiche pubbliche. 

Un onesto bilancio riconosce il successo economico e commerciale del progetto Brics: crescita degli scambi, nascita di una banca multilaterale alternativa, aumento dei finanziamenti in valute locali, avanzamento di infrastrutture di pagamento, maggiore spazio negoziale per il Sud globale. Restano sul tavolo limiti importanti: dipendenza da materie prime e economia fossile, centralità eccessiva della Cina, insufficiente tutela ambientale e sociale, opacità, divergenze politiche, vulnerabilità ai conflitti, assenza di un quadro comune sui diritti.

La promessa Brics sarà mantenuta solo se passerà dalla quantità alla qualità. Non basta commerciare di più tra Paesi non occidentali, è urgente farlo meglio: meno estrazione predatoria, più trasformazione locale; meno debito in valuta forte, più credito sostenibile; meno grandi opere imposte, più controllo democratico; meno retorica antioccidentale, più universalità dei diritti. La vera alternativa a Bretton Woods non sarà una banca con un’altra bandiera, né un circuito di pagamento fuori da SWIFT. Sarà un sistema capace di dimostrare che autonomia finanziaria, giustizia sociale e sostenibilità ambientale possono stare insieme. Oggi i Brics hanno aperto quella possibilità. Non l’hanno ancora realizzata.


*Monica di Sisto, giornalista, responsabile dell’Osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch.

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