CINA: CENTRO DEL NUOVO MONDO POLICENTRICO
Fabio Massimo Parenti*
Più SCO che BRICS?
La tettonica della geopolitica mondiale palesa ciò che da decenni si muove e di cui solo gli addetti ai lavori erano pienamente consapevoli. L’ordine mondiale emerso dopo la Seconda guerra mondiale sta attraversando una trasformazione profonda nella redistribuzione dei rapporti di forza.
Al centro di questa trasformazione c’è la Cina, che da circa due decenni ha guadagnato una inedita credibilità e consenso internazionale, proprio sulla base della propria azione diplomatica e proiezione estera. Nel 2017 il XIX Congresso sanciva alcuni macro obiettivi del PCC, tra cui “costruire nuove forme di relazioni internazionali”, espressione che ritroviamo anche nel comunicato congiunto rilasciato durante la visita di Putin in questi giorni di maggio. Policentrismo, rispetto della sovranità, non interferenza negli affari interni altrui, cooperazione piuttosto che competizione sono alcuni dei cardini della logica cinese acquisita tanto dai BRICS quanto dalla SCO e altre realtà multinazionali non occidentali. Comprendere questa traiettoria — le sue radici storiche, le sue manifestazioni contemporanee, le sue implicazioni per l’Europa e per l’Occidente — è oggi indispensabile per le sorti del mondo.
Sarebbe riduttivo leggere questa trasformazione soltanto attraverso i BRICS, che rappresentano soprattutto una piattaforma economico-diplomatica e una cornice che suscita molta fantasia simbolica del nuovo policentrismo. Il vero nucleo strategico dell’integrazione eurasiatica si è infatti consolidato attorno alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), nata dal “Gruppo di Shanghai” del 1996 e formalizzata nel 2001. È lì che si è sviluppata la principale architettura di sicurezza e coordinamento politico dell’Asia continentale, attraverso il progressivo avvicinamento tra Cina, Russia, Asia centrale, e in seguito Iran, India e Pakistan. A pochi anni dalla caduta del muro e dell’avvio dell’espansionismo NATO. I BRICS costituiscono la vetrina globale di un ordine in trasformazione, ma ci parlano di geoeconomia tra sistemi ancora non armonizzati dal punto di vista strategico; la SCO ne rappresenta invece, per molti aspetti, l’infrastruttura geostrategica più profonda.
A questa architettura geostrategica si affianca inoltre una crescente integrazione economico-produttiva asiatica, il cui esempio più rilevante è la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), entrata in vigore nel 2022. L’accordo comprende gran parte dell’Asia orientale e del Sud-Est asiatico — inclusi Cina, ASEAN, Giappone, Corea del Sud e Australia — configurando la più grande area di libero scambio del mondo per popolazione e quota di PIL globale. Pur distinta dalla SCO, la RCEP ne rafforza indirettamente la profondità strategica, consolidando l’interdipendenza economica del cuore asiatico attorno a Pechino e contribuendo alla progressiva riconfigurazione dell’Eurasia come principale centro materiale dell’economia mondiale.
Con Xi la Cina si riporta al centro del mondo
Con Xi Jinping alla guida del Partito Comunista Cinese dal 2012, la Cina dà vita ad una proiezione internazionale senza precedenti, riportando la Cina al centro del mondo. Rispetto al passato, Xi ha lanciato una diplomazia più assertiva, più visibile, più ambiziosa. La Cina non si limita più ad adattarsi alle regole internazionali esistenti, ma aspira a contribuire attivamente alla loro ridefinizione.
I pilastri di questo approccio sono tradizionali: innanzitutto, il pacifismo come principio fondamentale, che si presenta come alternativa alla logica delle guerre preventive, delle interferenze militari e dei cambi di regime che hanno segnato la politica estera occidentale negli ultimi decenni. In secondo luogo, la tradizionale anch’essa politica di non interferenza negli affari interni degli altri Stati, che la Cina ha sempre sostenuto con coerenza, nonché la cooperazione win-win, in opposizione alla logica estrattiva dei vecchi colonialismi. E infine il multilateralismo; ovverosia, il sostegno a un ordine internazionale fondato sul diritto internazionale e sulle Nazioni Unite, contro le pulsioni belliche ed illegali espresse dal sistema US-Nato.
Uno dei progetti più ambiziosi è rappresentato dalla Belt and Road Initiative (BRI), lanciata nel 2013, ma preparata almeno dieci anni prima. É il modus operandi di Pechino, del PCC: quando si ufficializza qualcosa c’è già stata la preparazione del terreno per far in modo che il progetto dichiarato abbia effettiva esecuzione. La BRI è una forma di iniziativa geopolitica neutrale in quanto proietta potenza all’estero su basi di necessità economiche condivisibili, realistiche e non impositive, rimanendo aperta ad iniziative di altri paesi che volessero contribuire secondo la stessa logica di riduzione di gap di sviluppo tra regioni del mondo. Consta già più di 150 paesi partecipanti e ha trasformato la mappa degli investimenti internazionali, portando finanziamenti in aree che le istituzioni occidentali avevano tradizionalmente ignorato o abbandonato.
Alla BRI si affiancano altre tre iniziative che compongono la visione globale di Xi: la Global Development Initiative (GDI), presentata all’Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2021, che mira a promuovere un partenariato di sviluppo per realizzare l’Agenda 2030; la Global Security Initiative (GSI), fondata su sei principi — sicurezza comune, sovranità, rispetto dello statuto ONU, attenzione alle preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi, risoluzione pacifica delle controversie e sicurezza multi-dominio; e la Global Civilization Initiative (GCI), che promuove il rispetto per la diversità delle civiltà e si contrappone esplicitamente alla tesi dello «scontro di civiltà» avanzata in Occidente. Tutte e tre convergono verso un obiettivo comune: la costruzione di una «comunità con un futuro condiviso per l’umanità», formula che Xi Jinping ha coniato già nel 2013 e che è diventata il motto della diplomazia cinese.
Proprio su questo punto vale la pena soffermarsi. In Occidente, l’espressione «comunità con un futuro condiviso» — come del resto i principi di «pace duratura, sicurezza universale e prosperità condivisa» — viene spesso liquidata come retorica propagandistica, come formulazioni vuote prive di contenuto operativo. È un errore di lettura che deriva dalla proiezione dei propri paradigmi culturali su una realtà diversa. Per Pechino, questi concetti hanno una traduzione istituzionale precisa: si concretizzano in piani quinquennali, in accordi bilaterali e multilaterali, in strumenti finanziari e infrastrutturali. La differenza rispetto alla retorica occidentale dei diritti umani — spesso usata come strumento di pressione geopolitica più che come guida effettiva delle politiche — è che la Cina tende a misurare i risultati in termini di sviluppo materiale, riduzione della povertà e investimenti concreti, piuttosto che in astratti standard di governance.
BRICS+ e SCO: le due dimensioni del nuovo policentrismo
Uno degli sviluppi più significativi degli ultimi anni è la trasformazione dei BRICS da forum economico a piattaforma diplomatica di crescente rilevanza geopolitica, ma ancora lungi da rappresentare il perno istituzionale del nuovo mondo policentrico. Originariamente l’acronimo è stato coniato dall’economista Jim O’Neill di Goldman Sachs per designare le economie emergenti più promettenti — Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. Da quel momento i BRICS si sono evoluti in qualcosa di molto più ambizioso: una piattaforma di coordinamento tra potenze non occidentali che aspira a ridefinire le regole della governance globale, secondo ispirazione Pechino-Shanghai.
L’espansione avvenuta il 1° gennaio 2024, con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti non rappresenta solo un incremento numerico, ma un cambiamento qualitativo nelle dinamiche di potere globale. Secondo diverse stime internazionali, i paesi BRICS+ rappresentano oggi oltre un terzo del PIL mondiale a parità di potere d’acquisto (PPP), superando il peso complessivo del G7. Non è un dato trascurabile. Significa che il principale raggruppamento di paesi non occidentali pesa ormai economicamente più del blocco che per decenni ha dettato le regole dell’economia internazionale.
All’interno dei BRICS, la Cina emerge come attore chiave, non solo per le dimensioni economiche, ma per la sua capacità di proporre iniziative e di costruire consenso. La creazione della New Development Bank (NDB), con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, e sede a Shanghai, offre ai paesi membri alternative concrete al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, istituzioni che molti paesi del Sud globale considerano espressione di logiche condizionali spesso lesive della sovranità. Analogamente, il Contingent Reserve Arrangement (CRA), anch’esso da 100 miliardi di dollari, funge da rete di sicurezza contro le crisi di liquidità, riducendo la dipendenza dai flussi di capitale occidentali. Ancora più significativa, sotto il profilo strategico, è però l’evoluzione della Shanghai Cooperation Organization. Nata nel 2001 sulle basi del “Gruppo di Shanghai” creato nel 1996, la SCO rappresenta oggi il principale spazio di coordinamento politico-securitario dell’Eurasia. Diversamente dai BRICS, che rimangono un contenitore diplomatico eterogeneo, la SCO si fonda su una continuità geografica, energetica e strategica molto più profonda. L’ingresso di India, Pakistan e Iran ha ampliato enormemente il suo peso geopolitico, consolidando un asse continentale che collega Pechino, Mosca e Teheran e che costituisce probabilmente il principale contrappeso sistemico all’egemonia euro-atlantica. Non si tratta di un’alleanza militare nel senso classico della NATO, né di un “blocco orientale” novecentesco. Tuttavia, la SCO svolge sempre più una funzione di coordinamento strategico e di stabilizzazione continentale, soprattutto nel campo della sicurezza energetica, dell’anti-terrorismo, delle infrastrutture e della gestione delle crisi regionali. C’è da dire inoltre che la SCO ha una storia che si interseca perfettamente al momento unipolare statunitense, metà anni Novanta. Questo è indicativo della volontà di mettersi al riparo dall’espansionismo US-Nato verso est e l’esperienza russa in Ucraina come quella di Teheran in Medio Oriente ne sono una rappresentazione plastica di questi ultimi anni. Dietro la capacità di resistere e contrattaccare c’è anche Pechino, che condivide pienamente le ragioni sottostanti le reazioni dei suoi partner strategici.
Tornando ai BRICS c’è da sottolineare che le tensioni interne sono reali: India e Brasile hanno espresso timori che la crescente centralità della Cina possa comprimere la loro capacità di influenzare le decisioni del gruppo. La posizione dei membri riguardo all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha rivelato divergenze significative, con alcuni paesi che si sono astenuti nelle votazioni all’ONU e altri che hanno cercato di mantenere equidistanza. L’Argentina di Milei ha ritirato la candidatura all’ultimo momento. L’Arabia Saudita mantiene una posizione interlocutoria: partecipa ai lavori BRICS e ne condivide diversi orientamenti strategici, pur senza aver ancora formalizzato pienamente l’adesione. Questi elementi mostrano la complessità di un raggruppamento che aggrega sistemi politici, modelli economici e interessi nazionali molto diversi tra loro.
Ciononostante, una tendenza è chiara: la crescente propensione dei membri BRICS a votare in modo coordinato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su questioni di rilevanza globale — dal cambiamento climatico alla sicurezza alimentare, dalla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali alle politiche di sviluppo sostenibile — segnala che al di là delle divergenze tattiche esiste una convergenza strategica attorno all’obiettivo di riformare il sistema di governance globale in senso più rappresentativo e meno egemonico. È una dinamica che l’Occidente fatica a leggere correttamente, tendendo ad interpretarla come una minaccia invece che un’opportunità per costruire nuove forme di cooperazione multilaterale.
Perché il Sud globale guarda a Pechino
Per comprendere la portata reale dell’influenza cinese nel mondo è necessario uscire dalla prospettiva euro-atlantica e guardare come la Cina è percepita in Asia, Africa e America Latina. Il quadro che emerge è radicalmente diverso da quello trasmesso dalla narrativa mainstream occidentale. In Asia, questa influenza non passa soltanto attraverso commercio e investimenti, ma anche tramite la costruzione di meccanismi regionali di sicurezza e cooperazione continentale, il cui esempio più rilevante è proprio, come asserito fin qui, la Shanghai Cooperation Organization.
Per decenni, i paesi del Sud globale hanno vissuto sotto il peso della condizionalità imposta dal FMI e dalla Banca Mondiale: prestiti legati all’adozione di programmi di aggiustamento strutturale che imponevano tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazioni spesso devastanti per le popolazioni locali. La Cina ha offerto qualcosa di diverso: finanziamenti senza condizionalità di governance, investimenti in infrastrutture, trasferimento di tecnologia, mercato per le esportazioni di materie prime. Non è stato sempre privo di problemi — il rischio di indebitamento eccessivo, la questione della qualità ambientale di alcuni progetti, la dipendenza dai lavoratori cinesi piuttosto che dall’impiego locale — ma la percezione prevalente in molti paesi africani, asiatici e latinoamericani è che la partnership con la Cina offra condizioni più eque di quelle proposte dalle istituzioni occidentali.
C’è poi un elemento ideologico che non va sottovalutato. La Cina non pretende di esportare il proprio modello politico: non condiziona i propri aiuti all’adozione di sistemi di governo ad hoc. Questo la distingue nettamente dall’Occidente, che nell’era di George W. Bush arrivò a promuovere la democrazia persino con strumenti militari — come in Iraq e Afghanistan, con i risultati catastrofici che conosciamo. Per molti paesi del Sud globale, il principio cinese di non interferenza rappresenta un rispetto della sovranità che l’Occidente ha spesso dimenticato di praticare. La mediazione cinese tra Arabia Saudita e Iran, concretizzatasi nel marzo 2023, è stata vista in tutto il mondo arabo e islamico come la prova che Pechino può svolgere un ruolo costruttivo in crisi regionali dove l’Occidente aveva fallito o non si era nemmeno impegnato.
L’arte della diplomazia come visione a lungo
La diplomazia cinese, in conclusione, è uno specchio in cui l’Occidente può e deve guardarsi. Per misurare il proprio ritardo in termini di visione strategica, di coerenza tra principi dichiarati e azioni concrete, di capacità di offrire al mondo un modello di sviluppo genuinamente cooperativo.
La Cina ha dimostrato, nel corso dei secoli e soprattutto negli ultimi quarant’anni, una capacità straordinaria di adattamento pragmatico — la flessibilità confuciana che consente di modificare le strategie senza abbandonare gli obiettivi di lungo termine. Ha dimostrato che è possibile sollevarsi dalla povertà su scala di massa senza replicare il modello occidentale. Ha dimostrato che la cooperazione Sud-Sud può produrre risultati concreti dove le istituzioni di Bretton Woods hanno fallito. E ha dimostrato — con la Belt and Road Initiative, con l’espansione dei BRICS e della SCO — che la diplomazia può ancora essere un’arte della visione lunga, non solo una tattica di breve periodo.
Il mondo che sta emergendo sarà il prodotto di negoziazioni continue, di compromessi difficili, di istituzioni riformate che rispecchino la realtà di un pianeta policentrico. La «comunità con un futuro condiviso per l’umanità» — formula di Xi Jinping che molti in Occidente liquidano come vuota propaganda — contiene, al netto della retorica, un’intuizione corretta: che in un mondo interconnesso e interdipendente, il destino dei popoli è inevitabilmente intrecciato, e che la competizione a somma zero è, letteralmente, un lusso che non possiamo più permetterci.
Il cuore materiale del nuovo policentrismo non risiede tanto in una generica “coalizione anti-occidentale”, quanto nella progressiva integrazione dello spazio eurasiatico. È lungo l’asse che collega Cina, Russia, Iran, Asia centrale e Oceano Indiano che si stanno ridefinendo le infrastrutture energetiche, commerciali e strategiche del XXI secolo. I BRICS ne rappresentano il volto diplomatico globale; la SCO ne costituisce invece la profondità continentale.
Questa è la lezione più importante che possiamo trarre dall’analisi della diplomazia cinese contemporanea: saper pensare in modo più lungo, più flessibile, più consapevole delle interdipendenze globali, al fine di costruire istituzioni internazionali capaci di includere tutte le voci del mondo, non solo quelle del vecchio centro. A fare della pace le fondamenta del nuovo ordine. Utopistico? Beh, se in questa direzione lavora una ritrovata unità asiatica, possiamo rinvenire elementi di concretezza e ragioni di speranza.
1 Si vedano FM Parenti, “La Cina non si Usa, due mondi a confronto”, Dedalo 2026; e “La via cinese. Sfida per un futuro condiviso, Meltemi 2021.
*Fabio Massimo Parenti, Ph.D. in Geopolitica, geostrategia e geoeconomia, è Foreign Associate Professor (attualmente in aspettativa) alla China Foreign Affairs University, Beijing, dove insegna International Political Economy, International Relations and Geopolitics. In Italia è stato docente internazionale all’Italian International Institute Lorenzo de’ Medici, Firenze. Ha insegnato anche a Città del Messico, Monterrey e Manchester. Ѐ membro di EURISPES Laboratorio BRICS; ricercatore al Central China Economic Region Research Institute (CCERRI), Zhengzhou, Henan; consigliere scientifico dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), Roma, e dell’Earth Charter International China (ECIC), UNs. Ѐ inoltre membro dell’Editorial Advisory Board di due riviste scientifiche internazionali (Area Development and Policy, ADP, and The Journal of Economic Science: Theory and Practice, JESTP). Collabora con media nazionali e internazionali. Tra i suoi libri principali, La Cina non si Usa, due mondi a confronto, 2026; La via cinese. Sfida per un futuro condiviso, 2021 (anche EN); Geofinanza e geopolitica, 2016 (IT e EN); Mutamento del sistema-mondo: per una geografia dell’ascesa cinese, 2009; Gli spazi della globalizzazione 2004.