Considerazioni per la critica del capitalismo contemporaneo

Julio C. Gambina

I – Introduzione

L’economia e la politica mondiale sono a un crocevia di profonde trasformazioni. Il processo di produzione e circolazione capitalista contemporaneo enfatizza l’appropriazione delle rendite (profitti + rendita) attraverso la speculazione, gli investimenti immobiliari e finanziari, con limiti alla crescita della produttività e della stessa capacità produttiva del plusvalore. Questo accresce la contesa del surplus da parte del capitale più concentrato a livello globale, che richiede un ulteriore sfruttamento della forza lavoro e il saccheggio dei beni comuni, aggravando la situazione sociale delle maggioranze impoverite, esacerbando le disuguaglianze e minacciando la sopravvivenza del pianeta terra.

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È un regalo che stimola un circolo vizioso di aumento della valorizzazione di porzioni del pianeta terra, estendendo la disputa per l’appropriazione privata di terra, acqua, foreste, minerali, lo spettro radioelettrico, ecc. Ciò che è in gioco è l’appropriazione dei beni comuni nel loro insieme, esacerbando la forma rentier di appropriazione del surplus economico sotto il capitalismo. Si tratta di un fenomeno studiato a lungo nel Capitale, e che sta acquisendo un’enorme rilevanza nel nostro tempo, con l’aumento del peso delle banche e delle borse, lo shadow banking espresso nei mega-fondi d’investimento e l’incoraggiamento di forme multiple di valorizzazione sotto forma denaro del valore [i].  

Di nuovo, l’appropriazione privata dei beni comuni si estende dalla proprietà della terra, nei suoi vari usi (agricolo, minerario…) e anche dello spazio aereo attraverso il quale circola l’economia di piattaforma, i Big Data, l’intelligenza artificiale e tutto ciò che si riferisce, come novità, all'”economia della conoscenza” e alla digitalizzazione. Questo si evidenzia nei mercati dei capitali e nella facilitazione del movimento globale dei capitali, lo stimolo all’indebitamento degli Stati nazionali, delle imprese e delle famiglie, incoraggiata dai concetti liberalizzatori della post-crisi degli anni 60/70 [ii]

La base economica in costante cambiamento provoca instabilità e disordine politico globale, rinnovando i quadri di riferimento della disputa per il controllo del presente e del futuro dell’umanità.

Dalla bipolarità (capitalismo-socialismo), siamo passati all’unilateralismo dello sviluppo capitalista e ad un multilateralismo aperto delle relazioni internazionali (il capitalismo è uno, ma con una disputa interna nella sua ristrutturazione e nella lotta per l’egemonia). Detto in altri termini, unilateralità capitalista e multilateralità nei rapporti internazionali, insieme a  una riarticolazione dei blocchi economici, politici e sociali. Ciò impone di ricreare le condizioni per una contestazione contro e oltre l’ordine capitalista, per superare un’assenza strategica dei settori sfruttati dal regime del capitale. 

Dopo la crisi degli anni 60/70, l’internazionalizzazione della produzione e la transnazionalizzazione del capitale sono state incoraggiate sotto il nome di “globalizzazione neoliberale”, consolidata negli anni ‘90 con la rottura del bipolarismo tra capitalismo e socialismo, al di là di ogni analisi e considerazione del tipo di società costruita nell’Europa dell’Est. Un’importante valutazione critica dell’esperienza del “socialismo reale” si può leggere nel testo, con abbondanti argomentazioni, dell’ex ministro dell’economia durante l’ultimo mandato di Fidel Castro a Cuba [iii].

La guerra fredda lasciava il posto all’espansione del regime del capitale, stimolato dalla modernizzazione in Cina dal 1978, soprattutto con l’ingresso del gigante asiatico nel WTO, formato nel 1995 sulla scia dello smantellamento del socialismo nell’ URSS. 

Questa espansione capitalista, l’internazionalizzazione della produzione e la transnazionalizzazione del capitale, sembrava incontrare dei limiti con la crisi globale del 2007/09, che ha portato a delle incertezze nel riordino del sistema mondiale e un futuro politico di natura multilaterale. 

Ci riferiamo a un processo che ha permesso un riordino delle organizzazioni e degli orientamenti politici dei Paesi, con l’emergere di nuove destre nel sistema mondiale, particolarmente visibile con l’adesione di Donald Trump al governo degli Stati Uniti nel 2016.

Il ritorno del pericolo fascista, risignificato nel XXI° secolo, è diventato una minaccia alla base delle incertezze attuali, aggravate dall’arrivo dell’emergenza sanitaria nel dicembre 2019, che è già entrata nel terzo anno della pandemia di coronavirus.

II – Il neoliberalismo come forma di capitalismo e la sua offensiva

Con la fine della crisi capitalista degli anni 60/70, si impose la ristrutturazione regressiva delle relazioni socio-economiche nel sistema mondiale, un processo che iniziò come prova globale dopo il colpo di Stato in Cile nel settembre 1973 e fu ripreso dal terrorismo di Stato delle dittature del Cono Sud dell’America Latina. 

La prova generale ha segnato l’inizio delle “politiche di liberalizzazione”, note come “neoliberismo”. Si tratta di un fenomeno mondiale, un riorientamento della politica economica dell’ordine capitalista a livello globale. Con l’avvento della “restaurazione conservatrice” al governo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti tra il 1979 e il 1980, il “neoliberalismo” divenne la politica egemonica del sistema mondiale, trascinando con sé la socialdemocrazia europea negli anni ’80, e ancor più con la rottura del bipolarismo (capitalismo/socialismo) tra il 1989 e il 1991.

Così, in due decenni, il capitalismo ha abbandonato la sua fase difensiva, soprattutto tra la crisi degli anni ’30 e gli anni ’60/70, i tempi del “welfare state”, per dispiegare una gigantesca offensiva per ricostruire le dinamiche di accumulazione e dominio sotto le politiche di liberalizzazione.

L’offensiva del capitale sul lavoro si stava consolidando, dopo decenni di conquiste socio-economiche del secondo sul primo. Mi riferisco, in particolare, al processo messo in atto dalla nascita di organizzazioni operaie, sindacali, culturali, economiche e politiche riprese dal movimento dei lavoratori, come l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per più di un secolo dalla formulazione dello slogan per ridurre la giornata lavorativa a otto ore nel 1866. 

Questa offensiva capitalista si è sviluppata anche come un saccheggio dei beni comuni, esacerbando la crisi ecologica, attraverso il cambiamento climatico; ma anche sulla società attraverso l’estensione della mercificazione e del consumismo.

L’insieme è quello che io chiamo, parodiando Karl Marx, la sussunzione del lavoro, della natura e della società sotto il capitale. 

Il dominio capitalista ha così superato la fase difensiva dispiegata tra il 1930 e il 1980, il prodotto dell’accumulazione del potere popolare manifestato nella disputa globale dal “socialismo” e dalle lotte dei popoli per costruire un’altra società fuori dall’ordine capitalista. È il mezzo secolo in cui il capitalismo ha sospeso il suo carattere storico universale offensivo nella definizione dell’ordine globale. Era l’epoca delle politiche riformiste nel capitalismo e della bipolarità, soprattutto tra il 1945 e il 1991.

Questa “offensiva del capitale” è la caratteristica della fase post-crisi degli anni 60/70. È un processo continuo che viene sostenuto nel presente, dopo mezzo secolo di “liberalizzazione”.

La logica dell’ordine economico si basa sulla perdita dei diritti del lavoro, sociali e sindacali, con una riduzione del reddito per una maggioranza sociale impoverita; con una serie di riforme strutturali che hanno modificato sostanzialmente il ruolo e il posto dello Stato nella produzione di beni e servizi, incoraggiando il processo di deregolamentazione a favore del settore privato; ma anche un riorientamento ricorrente dell’inserimento internazionale dei Paesi, soprattutto con la rottura del bipolarismo mondiale nel 1991 e il tentativo di “unipolarismo” capitalista egemonizzato dagli Stati Uniti e dai suoi partner “occidentali”. 

Questi cambiamenti nei rapporti sociali di produzione avvengono in tre sfere: a) il rapporto capitale-lavoro, b) le funzioni dello Stato nazionale, e c) le relazioni internazionali. In queste sfere si sono verificati cambiamenti reazionari che, nel quadro del capitalismo, hanno portato a nuovi rapporti di produzione.

Allo stesso tempo in cui osserviamo l’iniziativa del potere, dobbiamo registrare l’iniziativa dispiegata dal soggetto popolare nella prospettiva della costruzione alternativa, contro il capitalismo e l’imperialismo, le nuove forme di colonialismo, la lotta contro il patriarcato e tutte le forme di discriminazione e razzismo. La resistenza al neoliberalismo e al capitalismo costituisce la base per la costituzione di una soggettività che contesta il presente e il futuro, sia nel quadro dell’ordine capitalista, che contro e oltre il regime di sfruttamento e saccheggio. 

Di per sé, la definizione di un obiettivo contro il neoliberalismo o il capitalismo definisce l’orizzonte della lotta di classe contemporanea nella dinamica della critica dell’ordine attuale del sistema mondiale.

III – Iniziative del potere e resistenze come espressione della lotta di classe contemporanea

La rottura della bipolarità ha comportato cambiamenti essenziali nelle manifestazioni del campo dei rapporti sociali di produzione capitalisti, ma anche nelle forme della critica e nella portata degli orizzonti civilizzatorii, tra coloro che limitano la critica alla ricerca di miglioramenti all’interno dell’ordine capitalista e coloro che aspirano al suo superamento, nel senso della tradizione critica di Marx e del movimento a lui associato. 

L’uno o l’altro comportano diverse iniziative politiche, sociali, economiche, organizzative e culturali. È un dibattito che si sviluppa nel movimento di resistenza alla mondializzazione o globalizzazione, per alcuni limitato alla critica della logica della liberalizzazione e per le riforme socio-economiche, e per altri esteso alla critica e al superamento dell’ordine capitalista.

Questi cambiamenti strutturali nell’ordine sociale, nelle relazioni socio-economiche costituiscono la base di una ristrutturazione del modello produttivo e di sviluppo sotto il dominio delle corporazioni transnazionali, del potere oligarchico e del capitale privato di origine locale, costituendo un nuovo tessuto di dominio associato al ruolo contestato degli Stati nazionali e delle organizzazioni internazionali in un processo di normalizzazione delle regole di apertura, deregolamentazione e liberalizzazione per la libera circolazione internazionale del capitale. 

Così, vi troviamo i soggetti che guidano la strategia di costruzione del capitalismo contemporaneo: a) il capitale transnazionale, b) gli Stati nazionali, specialmente quelli con il maggior potere relativo, e c) le organizzazioni internazionali nella loro ricerca di una logica giuridica globale a difesa del capitale più concentrato. Essi costituiscono la triade del potere mondiale capitalista.

Si tratta di processi che si sono accumulati per mezzo secolo dopo la crisi degli anni ’60/70, intensificati nell’ultimo decennio del XX° secolo e accelerati con la crisi globale del 2007/09. Il COVID19 ha accelerato i processi di riarticolazione delle relazioni socio-economiche secondo i limiti stabiliti dalla crisi recessiva del 2009, già definita come una crisi integrale dell’ordine capitalista, con le sue manifestazioni alimentari, energetiche, ambientali, finanziarie, economiche, politiche e culturali, da assumere come una crisi integrale, di civiltà.

La somma della crisi mondiale e di quella sanitaria, che ha prodotto un arresto deliberato dell’economia durante il 2020, ha accelerato processi latenti di ristrutturazione regressiva, come il telelavoro o il lavoro a distanza, con perdite di reddito popolare (salari, pensioni, benefici personali e sociali), inducendo riforme reazionarie del lavoro e della sicurezza sociale, mentre si stimola la ricerca di recupero dei profitti e si stimola il mercato dei capitali con apporti di reddito popolare gestito dal grande capitale.

Una diagnosi che ha portato settori dell’egemonia capitalista globale a sostenere la necessità di un “reset” del capitalismo, come sostenuto a DAVOS, al World Economic Forum del 2021. Lì si è detto che: “A partire dalla visione e dalla vasta esperienza dei leader coinvolti nelle comunità del Forum, l’iniziativa “Great Reset” ha una serie di dimensioni per costruire un nuovo contratto sociale che onori la dignità di ogni essere umano” [iv].  

Questo “grande reset” o “riinizio”, proprio come se fosse un dispositivo elettronico, riconosce la necessità di una nuova direzione per sostenere l’ordine globale di sfruttamento e saccheggio, mostrando i limiti di tornare alla situazione precedente all’offensiva capitalista “neoliberale”, e tanto meno di affrontare un processo emancipativo, per la rivoluzione contro e oltre il capitalismo.

Naturalmente, c’è una storia di resistenza in questo processo, che, tra l’altro, insieme alla dinamica dell’offensiva capitalista, può essere vista nel trionfo del Vietnam nel 1973/75, la rivoluzione iraniana e quella sandinista, entrambe nel 1979, mostrando nuovi fenomeni dell’esperienza popolare per seguire percorsi alternativi all’egemonia globale. Si tratta di una dinamica esacerbata in America Latina con il “Caracazo” del 1989, al culmine dell’offensiva del capitale e della disarticolazione del “socialismo” nell’Europa dell’Est, ma anche il Chiapas nel 1994 e un’ondata contro la “globalizzazione neoliberale o capitalista”, il cui momento più visibile è avvenuto a Seattle nel 1999, estendendo le lotte e i dibattiti su una dinamica contraddittoria e complementare di lotta contro il neoliberismo o contro il capitalismo. Il processo “bolivariano” si è esteso dal 1999 e soprattutto dal 2004/5 come la sfida dell’approfondimento delle relazioni tra Cuba e Venezuela, nella ricreazione della disputa sull’orizzonte del socialismo. Definito dal Venezuela come “socialismo del XXI° secolo”, e poi nel 2010 dalla Bolivia come “socialismo comunitario”.

Non si trattava solo della critica del capitalismo, perchè dal territorio dell’origine del “neoliberalismo”, come saggio neoliberale, riappariva la sfida per la costruzione di una società anticapitalista, antimperialista e anticoloniale. Con il nuovo emergere delle lotte femministe, ha incorporato una dimensione antipatriarcale che definirà il processo di aspirazioni civilizzatrici della critica dell’ordine attuale, a cui si aggiungeranno le lotte in difesa dell’ambiente, che riconoscono il modello produttivo e di sviluppo del capitalismo contemporaneo come causa del riscaldamento globale.

In questo mezzo secolo (1973-2022), il rapporto capitale-lavoro è mutato verso un orizzonte di deliberata precarietà con salari più bassi e la rimozione dei diritti, mentre molteplici processi di resistenza si dispiegavano, dando luogo a tentativi di riorganizzazione del movimento operaio e popolare in tutto il mondo, in particolare la convocazione di un Forum Sociale Mondiale nel 2001 in Brasile, un territorio dove stava emergendo il potere della contestazione del governo per un partito con una bandiera rossa, guidato da un metalmeccanico. È un momento di lotte globali che convergono con fenomeni di aspettative simili e simultanee a livello mondiale, anche se senza un orizzonte strategico condiviso.

Queste esperienze sono sfumate e diverse secondo l’orizzonte dei loro obiettivi, che avevano in comune la critica delle politiche egemoniche chiamate neoliberali, ma differivano nel destino da costruire secondo la tradizione politica locale e le specificità della lotta di classe. 

In America Latina e nei Caraibi, alcuni Paesi, nel loro avvicinamento a Cuba, hanno definito orizzonti anticapitalisti nella loro prospettiva del processo di cambiamento e trasformazione, al di là della materialità e concretezza di questi obiettivi. Altri Paesi hanno ricreato l’immaginario di un ritorno all’epoca delle “riforme”, con le politiche pubbliche che giocavano un ruolo di primo piano, associate ai tempi dell’egemonia sviluppista e industriale di un periodo precedente. Tra le due varianti si possono catalogare vari processi, che hanno tutti dato origine a un clima epocale di cambiamento politico, definendo persino un nuovo quadro istituzionale per l’integrazione regionale e la definizione di una nuova direzione che ha generato aspettative sulla scena mondiale.

IV – Le incertezze del presente e le prospettive di emancipazione

C’è un’abbondanza di fonti che danno un resoconto della situazione attuale. L’ILO fornisce ampie informazioni sul deterioramento della situazione dei lavoratori e delle lavoratrici [v], con più di 200 milioni di disoccupati e un complesso orizzonte di recupero dell’occupazione e del reddito. Il FMI e altre organizzazioni internazionali offrono statistiche che dimostrano che la ripresa del 2021 di fronte alla recessione deliberata del 2020 ha favorito la ricomposizione dei profitti e quindi l’aumento della disuguaglianza sociale, aggravata dal riemergere del fenomeno dell’inflazione, con aumenti, soprattutto dei prezzi degli alimenti e dell’energia [vi].

La ricomposizione dei profitti è diventata evidente con la negazione dell’eliminazione dei brevetti di medicinali e vaccini di fronte all’emergenza del COVID19. I laboratori e le corporazioni transnazionali associate alla privatizzazione della salute sono stati complici in questo, così come i principali Stati del capitalismo mondiale. I profitti dei miliardari sono evidenziati nelle presentazioni annuali di OXFAM al World Economic Forum [vii]

In questo modo, la crisi e le sue molteplici manifestazioni rendono espliciti i limiti del capitalismo contemporaneo per superare le incertezze attuali, che si tratti della paralisi dei vertici sul cambiamento climatico o dell’allontanamento dalla realizzazione degli obiettivi del millennio opportunamente definiti dalla diplomazia globale. L’ordine capitalista mira ora a ricostruire la capacità di sfruttare la forza lavoro, mentre allo stesso tempo contesta l’egemonia del sistema mondiale.

In questo senso, la corsa al dominio produttivo nella sfera globale, che implica la competizione in termini di sviluppo tecnologico, viene alla ribalta. Questo è ciò che spiega le sanzioni statunitensi contro la Cina e, con esse, la ricomposizione delle coalizioni di Paesi in una logica di riarticolazione del sistema mondiale. 

La perdita della capacità di egemonia economica, politica, diplomatica e militare degli Stati Uniti trascina i suoi partner globali, soprattutto l’Europa, in una logica di scontro che aggrava i problemi socio-economici della popolazione mondiale. Al contrario, la risposta è l’articolazione di processi nazionali dissimili che si scontrano con la politica estera statunitense come punto centrale di coincidenza, al di là di ogni orizzonte alternativo al modello capitalista di produzione e sviluppo.

Questo è il punto debole in termini di alternative allo sviluppo capitalista, per pensare in termini di emancipazione e di un meccanismo sociale, politico, economico e culturale contro e oltre l’ordine capitalista. 

La logica alternativa presuppone lo sviluppo di una strategia che non è stata esplicitata dalla rottura della bipolarità. Di fatto, costituisce la ricerca di esperienze che si sviluppano a partire dalle sfere statali, come nel caso delle aspettative generate nella regione latinoamericana e caraibica nella prima decade del XXI° secolo; ma anche nelle dinamiche delle lotte femministe e ambientali, nel nuovo sindacalismo e nelle diverse forme che la lotta popolare assume, pur nella frammentazione e nell’assenza di un progetto comune.

Per questo la discussione sull’alternativa si concentra tra coloro che immaginano la possibilità di riforme all’interno dell’ordine capitalista, e quindi chiedono “nuovi accordi socio-politici”, imitando il vecchio “New Deal” degli anni ’30 del XX° secolo, e quelli di noi che ribadiscono la necessità di battesri contro l’ordine capitalista, recuperando un orizzonte di socialismo e comunismo, nelle nuove condizioni dell’esperienza storica. 

In questo senso, appare come centrale l’estensione di una soggettività sociale estesa nella lotta e con coscienza sociale dell’orizzonte della ricerca della nuova società; che nel percorso di organizzazione e lotta costruisca il programma di trasformazioni sociali basato sul protagonismo sociale, sull’ampia partecipazione democratica e comunitaria basata sulla sovranità popolare e sull’intesa dei popoli; che dispiega nuove forme organizzative di rappresentanza politica popolare rispettose della più ampia partecipazione alle decisioni e che si assume come strategia deliberata di trasformazione per la rivoluzione sociale.

Julio C. Gambina è Dottore in Scienze Sociali, (UBA). Professore Titolare in Economia Política,(UNR). Membro della Giunta Direttiva della Sociedad Latinoamericana y Caribeña de Economía Política y Pensamiento Crítico, SEPLA. Premio 2021 della Word Association for Political Economy, WAPE.


[i] Carlos Marx. Il Capitale, Tomo III. Il proceso globale della produzione capitalista. Sezione sesta: Trasformazione del plusvalore in rendita terriera, Siglo XXI editores, undicesima edizione in spagnolo, 2006, México.

[ii] FMI. Base di dati sul debito globale, in: https://www.imf.org/external/datamapper/datasets/GDD

[iii] José Luis Rodríguez, La caduta del socialismo in Europa, Ruth Casa Editorial y Ciencias Sociales, 2014, Cuba.

[iv] World Economic Forum, “Il Grande Reset”, in: https://www.weforum.org/great-reset/

[v] OIL, “Prospettive Sociali e del Lavoro nel mondo -Tendenze 2022”, in: https://www.ilo.org/global/research/global-reports/weso/trends2022/lang–es/index.htm

[vi] FMI, “Un recupero mondiale interrotto”, in: https://www.imf.org/es/News/Articles/2022/01/25/blog-a-disrupted-global-recovery

[vii] OXFAM internazionale, !La ricchezza dei dieci uomini più ricchi è raddoppiata, mentre si stima che gli introiti del 99 % dell’umanità si sono deteriorati”, pubblicato il 17/01/2022, in: https://www.oxfam.org/es/notas-prensa/la-riqueza-de-los-diez-hombres-mas-ricos-se-ha-duplicado-mientras-que-se-estima-que

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