Cosa nostra tra crisi e ripresa. Le baby gang a Palermo 

Umberto Santino*

Si parla di una mafia manageriale, mercatista, che non usa più la lupara e gli esplosivi, preferisce percorrere le vie della corruzione, ha a disposizione tecnologie e tecnici di altissima specializzazione, opera sul web ed è al passo con i tempi del cyber crime e dei bit coin. E dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro c’è stata la scoperta della “borghesia mafiosa”, per molto tempo considerata un’espressione veteromarxista, imprudentemente utilizzata da chi scrive. Ora ritroviamo professionisti, medici in particolare, funzionari, imprenditori, amministratori, uomini delle istituzioni, che hanno favorito la latitanza del capomafia. Nel febbraio del 2025 sono stati arrestati 181 mafiosi appartenenti alle famiglie di Palermo e del palermitano, e si è parlato di una tecnomafia, che telefona dalle celle con i criptotelefonini. Nel dicembre ci sono stati 50 arresti per droga e sono stati smantellati i clan di Brancaccio e delle Noce, storiche roccaforti mafiose. E il procuratore capo del tribunale di Palermo De Lucia ha dichiarato: “Cosa nostra è in crisi, ma ancora non molla”.  

Ma qual è l’attuale stato di Cosa nostra? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe esaminare alcuni aspetti costitutivi del fenomeno mafioso: l’organizzazione, il rapporto con l’economia e con la politica e fare una riflessione sull’antimafia.

L’organizzazione mafiosa. 

Non c’è più il vertice, con la cupola e il capo dei capi. Il modello gerarchico, piramidale, che i “corleonesi”di Totò Riina avevano trasformato in dittatura del capo su una corte di sudditi, è stato travolto dal maxiprocesso e il tentativo di ricomporlo è stato vanificato da un’operazione continua di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine. Ci sono le famiglie accorpate in mandamenti (a Palermo 33 famiglie e 8 mandamenti) ma con una relativa autonomia. Ma non c’è solo Cosa nostra, ci sono altri gruppi mafiosi in contesa per il territorio, per esempio allo Zen, un quartiere periferico che può considerarsi una repubblica autonoma, governata dalla mafia che pratica un’estorsione capillare e gestisce l’occupazione delle case popolari e l’erogazione dell’acqua..E ci sono gruppi giovanili, assimilabili alle baby gang americane, con soggetti legati a personaggi mafiosi, ma con comportamenti che richiamano più la camorra e clan familistici come i laziali Casamonica: usano e imitano i social, con l’ostentazione negli abbigliamenti, nella postura, con delitti eclatanti effettuati coram populo, senza nascondersi. I casi più noti: a Monreale, la cittadina con la famosa cattedrale, nella notte tra il 26 e il 27 aprile del 2025, tre giovani sono stati uccisi da un gruppo di coetanei del quartiere Zen; a Palermo, nella notte tra l’11 e il 12 ottobre sempre del 2025, il ventenne Paolo Taormina è stato assassinato da un giovane appartenente a una famiglia mafiosa dello Zen, ma scontri, aggressioni, danneggiamenti, furti, rapine, sparatorie, sono cronaca quotidiana. Il 28 dicembre ci sono stati spari contro la chiesa sempre dello Zen, e non sembrano la bravata di “cani sciolti”, potrebbero essere la reazione, voluta e preordinata, al ruolo che quella chiesa ha avuto nel tentativo di portare aria nuova, ospitando nei locali parrocchiali la seduta della Commissione regionale antimafia del 29 ottobre e l’assemblea degli “Stati generali per l’infanzia e l’adolescenza e per le politiche giovanili” del primo dicembre. E nella notte di Capodanno si sono rinnovati gli spari, e non sembrano i botti tradizionali. Il 6 gennaio l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, ha voluto celebrare la messa dell’Epifania nella chiesa dello Zen, in solidarietà con il parroco, Giovanni Giannalia. L’arcivescovo ha sottolineato che i giovani che compiono atti delittuosi sono il prodotto della creazione dei quartieri-ghetto: “Le periferie le abbiamo create noi con la nostra indifferenza, con l’idolatria del potere e del profitto, con le nostre scelte politiche e urbanistiche”. E ha denunciato le responsabilità delle autorità: “La politica si fa strada servendosi dei poveri, concentra poteri e privilegi, quando non è anche connivente con la mafia. Essere qui oggi è un’assunzione definitiva di responsabilità, da parte di tutti noi, a cominciare dal vescovo di questa città. Bisogna garantire i servizi e non farsi vedere per la campagna elettorale”. Su uno striscione all’esterno della chiesa si leggeva: “Adesso basta! Vogliamo fatti concreti. Diritti e dignità per lo ZEN”. Pochi giorni dopo, nei pressi della chiesa, è stato trovato il pupazzo di un frate impiccato. Iniziativa di un singolo o di un gruppo isolato, o dietro c’è la regia di soggetti più referenziati? 

A mio avviso, c’è un vuoto nel controllo del territorio e si possono formulare due ipotesi: il territorio non lo controllano né lo Stato, se non in forme precarie e inadeguate, né la mafia, e si aprono spazi per il formarsi di gruppi più o meno strutturati: giovanissimi per i quali la violenza è un modo d’essere, la ricerca di un’identità; trovano facilmente le armi, lottano per la supremazia, per conquistare porzioni di territorio. Oppure siamo in presenza di una strategia mafiosa: si dà campo libero a gruppi di malavitosi, più o meno raccordati con le famiglie mafiose, per mostrare che senza la mafia, soggetta a continui controlli, non c’è il “governo della criminalità”. Una forma di ricatto che mira a un allentamento della repressione. Dopo l’assassinio di Paolo Taormina lo Stato ha deciso di intervenire con l’istituzione di “zone rosse” nelle aree dove ci sono i maggiori assembramenti, con il risultato dello spostamento in altre aree, e con rinforzi delle forze dell’ordine. Pare più un’azione di pronto soccorso che una strategia. 

L’economia mafiosa. 

L’estorsione rimane un’attività costitutiva della mafia, come forma di accumulazione, anche se spesso si tratta di somme modeste, ed esercizio della signoria territoriale e riconoscimento della sua “statualità”. Avvicinandosi le feste natalizie, che con quelle pasquali sono le occasioni canoniche delle esazioni, a Palermo, nei sobborghi periferici e allo Zen, sono ricomparse le richieste di pizzo. Ritorna la domanda: sono i picciuttazzi dello Zen o tirocinanti agli ordini di Calogero Lo Piccolo, esponente della famiglia che aveva il monopolio del pizzo, da poco scarcerato e ritornato nel “suo” quartiere? I commercianti non denunciano, nonostante la legislazione che li sostiene e l’attività delle associazioni antiracket. Le analisi sul calo delle denunce propendono a sottolineare la convenienza nell’accoglimento della richiesta estorsiva: c’è un do ut des, la dazione di una somma, a titolo di abituale tassazione, è compensata dal sistema di relazioni che si viene a creare tra i mafiosi e gli estorti, più complici che vittime. Ma casi più recenti mostrano che sono tornate le modalità “classiche” con minacce di danneggiamenti. 

C’è stato un ritorno alla droga, soprattutto la cocaina e derivati come il crack, ma in posizione subalterna rispetto alla ’ndrangheta, che negli ultimi anni ha guadagnato posizioni a livello locale, nazionale e internazionale. Ci sono altre attività, come le scommesse. Per appalti e subappalti un’occasione ghiotta potrebbero essere i fondi europei del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) se i controlli saranno inadeguati. 

Mafia e politica. Dopo mezzo secolo di monopolio democristiano, si è aperta una fase propizia con il ventennio berlusconiano, grazie anche al ruolo di Marcello dell’Utri, fondatore di Forza Italia, condannato per concorso esterno. Ora c’è un campo aperto in cui è possibile uno scambio di ruoli: sono i politici che cercano i mafiosi o i mafiosi che cercano i politici? La corruzione e il clientelismo sono i terreni in cui si intessono e rafforzano rapporti e complicità. Emblematica la vicenda di Salvatore (Totò) Cuffaro: dopo la condanna a sette anni per favoreggiamento alla mafia e cinque anni di carcerazione, è tornato a fare politica con le modalità che gli hanno meritato il titolo di “Totò vasa vasa”(bacia bacia): una sorta di familiarizzazione della relazione clientelare. Ha costituito una Democrazia cristiana siciliana e ha collocato suoi uomini nella giunta comunale palermitana e nella giunta regionale. Ed è arrivata una sorpresa, tutto sommato prevedibile: è stato incriminato per associazione a delinquere, turbativa d’asta e corruzione. Siamo di fronte a un dato sistemico, strutturale: la gestione del potere in Sicilia, ma non solo in Sicilia, continua ad essere nelle mani di professionisti della politica intesa come accaparramento e spartizione delle risorse. Anche l’attuale presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, dei Fratelli d’Italia, è accusato per corruzione e peculato, ma a tutto pensa meno che alle dimissioni. Dovrebbe dimettersi la giunta Schifani per la sua inettitudine. Con le frane permanenti, le strade e le ferrovie al collasso, l’unico pensiero è il Ponte sullo Stretto, chiodo fisso di Salvini. Più di 13 miliardi per un’opera inutile e dannosa, in una zona in cui i terremoti sono di casa.

L’antimafia. Negli ultimi decenni, in risposta alla violenza mafiosa, c’è stato un fiorire di associazioni, comitati, centri studio e, con i gravissimi problemi che sono nati con le guerre, le irresponsabili follie di Trump e il genocidio dei palestinesi, e con maggioranze e governi filofascisti, si è parlato di un’antimafia “intersezionale”, onnicomprensiva, che dovrebbe coniugare antimafia, pace, antifascismo e ambientalismo. In definitiva è la ripresa del “modello Impastato”. che era insieme: analisi, denuncia, politica, impegno sociale, attività culturali, comunicazione con nuovi linguaggi, Quel modello deve diventare progetto alternativo di vita comunitaria, se vogliamo dare un senso ai cortei in cui gridiamo: “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”.

Stralcio dall’Introduzione al libro: La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso militare-digitale, in corso di stampa.


*Umberto Santino è fondatore, assieme ad Anna Puglisi, e direttore del Centro siciliano di documentazione di Palermo, il primo centro studi sulla mafia e altre forme di criminalità organizzata sorto in Italia (1977), successivamente intitolato a Giuseppe Impastato, assassinato dalla mafia nel 1978. Autore di numerosi saggi e pubblicazioni, ha introdotto il concetto di borghesia mafiosa legando ad essa l’accumulazione capitalistica mafiosa.

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