De russophobia

Vincenzo Lorusso*

Quando Paolo Ferrero mi ha proposto di scrivere un articolo sulla russofobia per la rivista “Su la Testa”, ho ovviamente accettato con grande entusiasmo.
Non mi dilungherò su ciò che è avvenuto il 12 novembre, con l’ignobile censura avvenuta al Polo del ’900 a Torino, ma vorrei solo fare una piccola puntualizzazione.
Si è cercato di spostare il focus della censura del trio Picierno, Calenda e Gori, affermando che l’obiettivo non fosse il professor Angelo d’Orsi, bensì il sottoscritto e che la motivazione scatenante sarebbe stata la presentazione del mio libro, De russophobia, 4Punte Edizioni, pubblicazione che avrebbe la gravissima colpa di contenere l’introduzione scritta da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo.
Picierno ha rincarato la dose affermando che non si può usare uno spazio pubblico per un evento che chiaramente non può essere culturale.
Non comprendo come si possa definire non culturale un evento come la presentazione di un libro. Certamente, un libro può anche non piacere, ma il fatto che la presentazione di un libro sia un evento culturale non può essere motivo di discussione.
Infine, l’ultimo tentativo di mistificare la realtà dei fatti è stato quello di affermare che il professore può tranquillamente tenere la sua conferenza sulla russofobia, ma a patto che non utilizzi un luogo pubblico, bensì esclusivamente un luogo privato.
Si è poi gridato allo scandalo perché, secondo i paladini della censura “democratica”, al Polo del ’900 era in programma una riunione di propagandisti del Cremlino che avrebbero raccontato una versione orientata alla narrazione russa e non quella universalmente imposta nel mondo informativo occidentale.
Altra falsità, poiché la conferenza del professor Angelo d’Orsi verteva su un’analisi storica della russofobia e della russofilia e non intendeva analizzare le cause dell’attuale conflitto in chiave filorussa.
Ma forse la falsità più grande e più assurda è stata l’affermazione, ovviamente pronunciata dai russofobi doc, che la russofobia non esiste. Sfortunatamente la russofobia esiste eccome, e la censura subita dal professor d’Orsi ne è l’ennesima dimostrazione.
La russofobia ha origini antichissime e la splendida lezione del professore d’Orsi al circolo La Poderosa ha permesso di far conoscere questo odio verso la Russia, che a volte è meno accentuato e altre volte esplode ai massimi livelli.
Di solito, quando la Russia è debole, la russofobia è meno evidente. Rimane, ovviamente, anzi viene esaltato, quel senso di superiorità rispetto ai “barbari e incivili” russi.
In questi ultimi anni la russofobia ha raggiunto livelli inauditi in tutto il mondo occidentale, quello che Josep Borrell definì il “giardino fiorito”.
Purtroppo anche le nostre istituzioni hanno abbracciato completamente la politica russofoba; lo dimostra la dichiarazione del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, definita giustamente “blasfema” da Maria Zakharova.
Ciò che è però scaturito dopo questa folle dichiarazione antistorica è la dimostrazione di come la russofobia, in realtà, sia un virus che non ha contagiato la stragrande maggioranza della popolazione italiana.
La risposta dei tanti italiani ebbe dell’incredibile, quando lanciai una petizione in cui si chiedeva semplicemente scusa al popolo russo e si prendevano le distanze da quelle dichiarazioni.
Nel giro di due giorni la petizione venne firmata da oltre diecimila italiani e così, approfittando di un viaggio a Mosca (vivo in Donbass, a Lugansk, e Mosca non è così facilmente raggiungibile), decisi di consegnare le prime diecimila firme al Ministero degli Esteri russo.
Sinceramente non avrei mai immaginato che addirittura la portavoce del Ministero, Maria Zakharova, accogliesse con entusiasmo questa iniziativa.
Quello che nelle mie intenzioni e nelle intenzioni dei tanti firmatari poteva sembrare esclusivamente un atto simbolico si è trasformato, per la propaganda NATO-UE, in un colpo mortale al loro progetto di costruzione del nemico.

VIETATO DIRE “MIAO”


Quell’abbraccio simbolico tra Italia e Russia non poteva assolutamente essere accettato da chi, da oltre tre anni, vuol far credere che la Russia sia il nemico dell’Italia: era veramente un colpo tremendo alla politica del riarmo, alla politica guerrafondaia.
Pertanto partì, come al solito, la macchina del fango e la stampa italiana decise di lanciare la notizia che le firme fossero false, generate da bot, addirittura.
All’interno del libro ho riportato anche alcuni commenti che molti firmatari vollero lasciare assieme alla propria firma. Ovviamente, per motivi di spazio, non è stato possibile inserirli tutti, anche perché molti ripetevano lo stesso concetto, ma i più significativi, i più commoventi, li ho voluti pubblicare.
Il libro racconta alcuni casi di russofobia che si sono verificati in Italia e in Occidente in generale.
Si parte, ovviamente, con l’incredibile cancellazione, poi rientrata, delle lezioni su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano.
Ma purtroppo i casi di russofobia sono tantissimi e, sfortunatamente, non terminano con la pubblicazione del libro; proprio mentre sto scrivendo questo articolo, in queste ore è arrivata una notizia dall’Ucraina che ha dell’incredibile.
A Leopoli un pubblicista si è indignato per uno slogan sui tram che recita “La prima parola del mio gatto è Miao”, perché, a suo dire, il gatto ucraino deve dire “Njav” e non “Miao”, essendo il suono “Miao” troppo vicino alla versione russa.
Dal dibattito sulla lingua nelle scuole, nelle università e nei tribunali, si è arrivati alla discriminazione linguistica sul miagolio.
Ciò dimostra come l’Ucraina sia un paese dove l’isteria contro la lingua russa ha raggiunto livelli che rasentano la follia.
Il paradosso è che milioni di ucraini continuano a parlare russo nella vita quotidiana e lo stesso garante per la lingua di Stato ha dovuto ammettere un ritorno diffuso al russo, soprattutto nella scuola e nelle università.
Nel 2022 la federazione internazionale felina aveva deciso che, per punire la Russia, non bastava sanzionare oligarchi e aziende, bisognava colpire anche i felini, vietando la partecipazione alle esposizioni internazionali ai gatti appartenenti a espositori residenti in Russia.
Ma ovviamente l’Ucraina non poteva permettere di essere sorpassata nella russofobia dall’Europa, così, se il gatto russo è stato bandito dalle mostre, il gatto russofono viene censurato nella pubblicità.
Se in Ucraina l’odio verso tutto ciò che è russo è alquanto evidente, e non lo è solo per chi in realtà non vuole vedere simili casi di discriminazione e di violenza, in Unione europea, in teoria, non ci si aspetterebbero queste follie russofobe.
In realtà il livello di russofobia in Unione europea è semplicemente impressionante e non termina con il caso delle lezioni di Dostoevskij menzionato in precedenza, ma colpisce gli artisti russi, gli sportivi russi, gli scrittori e i giornalisti russi.
Ma la cosa ancor più incredibile è che non è necessario essere russi per essere discriminati, è sufficiente non odiare la Russia, ancor peggio poi se si sostiene la Russia.
Questo è il caso della pianista Valentina Lisitsa che è ucraina, ma è stata discriminata e censurata in Italia.
Il motivo della censura fu il fatto che la Lisitsa avrebbe avuto l’ardire di suonare nella Mariupol distrutta, dopo la fine dei combattimenti.
La sua colpa è stata quella di portare un briciolo, un attimo di serenità, facendo ascoltare ai cittadini di Mariupol la sua splendida musica, a quella povera gente che fino a qualche giorno prima aveva ascoltato solo il rumore dei colpi di artiglieria e dei combattimenti.
Valentina Lisitsa venne censurata non solo in Italia. In Canada venne prima invitata a esibirsi, poi il concerto venne cancellato, censurato, con motivazioni che definire grottesche è poco.
Secondo gli organizzatori, Valentina Lisitsa non era abbastanza ucraina, perché non condivideva la politica del governo di Kiev, ma anzi si schierava a favore di quelli che il governo Poroshenko chiamava con disprezzo “i separatisti”, ovvero il popolo del Donbass.
Siamo nel 2015, l’operazione speciale militare si concretizzerà sette anni dopo.
Recentemente a Bologna si è verificato un caso di russofobia simile a quello subito da Valentina Lisitsa a Venezia: è il caso del pianista Romanovsky.
Come Lisitsa, Romanovsky è ucraino e, come Lisitsa, la sua colpa è quella di aver suonato nella Mariupol appena liberata dalle forze armate russe.
Ma l’aggravante di questo caso di russofobia risiede nel fatto che Romanovsky è nato a Kharkov, in Ucraina, ma ha cittadinanza italiana.
È il primo caso di una discriminazione russofoba nei confronti di un ucraino con passaporto italiano.

UN NAZISMO 2.0


La russofobia è una forma di razzismo nei confronti dei russi, un razzismo che ha come radici una buona dose di fascismo; i russofobi sono normalmente antisovietici e amano mettere sullo stesso piano la svastica e la falce e martello (e molti di loro guardano con nostalgia al fascio littorio).
Purtroppo è proprio nell’Unione europea che la russofobia ha assunto i connotati del nuovo nazismo.
Probabilmente a molti questa affermazione potrebbe sembrare eccessiva, ma in realtà, se andassimo ad analizzare i tanti casi di russofobia che hanno avuto come protagonisti le istituzioni europee, ci si renderebbe conto che siamo di fronte al nazismo 2.0.
Come poter definire in altro modo, ad esempio, il caso dei passaporti alieni che caratterizza la storia della Lettonia? I “passaporti alieni” sono uno status di non cittadino attribuito ai cittadini russofoni della Lettonia.
La Lettonia, nel 1991, non riconosce come propri cittadini tutti coloro che si erano trasferiti in Lettonia dopo il 1940. Quindi questi cittadini non sono riconosciuti come lettoni e sono in possesso esclusivamente dei cosiddetti “passaporti alieni”.
Con il passaporto alieno non puoi votare, puoi risiedere in Lettonia, almeno fino a quando ti sarà consentito, ma non puoi viaggiare liberamente all’interno dell’Unione europea.
L’Unione europea in questi tre anni e mezzo ha approvato 19 pacchetti di sanzioni cercando di colpire l’industria e l’economia russa, ma spesso e volentieri colpendo i cittadini russi.
Ultimamente si è deciso di applicare un giro di vite al rilascio dei visti per i cittadini russi perché, come affermato dalla russofoba Kaja Kallas, “viaggiare nell’Unione europea è un privilegio, non un diritto acquisito”.
Stessa cosa è avvenuta nei pacchetti precedenti quando, di fatto, si è cercato di complicare la vita agli studenti, ai lavoratori e ai semplici cittadini russi che volevano vivere o semplicemente visitare l’Europa.
Tutti sono a conoscenza delle grandi limitazioni dei voli da e per la Russia, con l’impossibilità di viaggiare con voli diretti, ma esclusivamente con scali, spesso molto costosi.
Quasi nessuno è a conoscenza del fatto che se un cittadino, non importa se russo o di altra nazionalità, volesse attraversare il confine terrestre per entrare in Unione europea con la sua macchina con targa russa, rischierebbe il sequestro del mezzo in diversi Stati dell’UE.
Sempre ai cittadini russi, senza distinzione se in possesso di permesso di soggiorno o semplici turisti, è impedito fare acquisti che superino il valore di 300 euro, perché considerati beni di lusso.
In pratica un cittadino russo non può acquistare un vestito di marca, una borsa firmata, ma anche semplicemente un giubbotto non economico all’interno dell’UE a causa delle sanzioni.
Il risultato è assurdo e pericoloso: commesse trasformate in controllori del passaporto, clienti costretti a giustificarsi per un maglione o una borsa, vendite bloccate non per ciò che si compra, ma per chi compra. Sotto le vetrine dei negozi delle città europee passa così un messaggio sgradevole e codificato: “In questo negozio non si vende ai russi”.
Chiamare questa logica “difesa dei valori” è un insulto al buon senso. È un meccanismo punitivo e collettivo che tradisce i principi che l’Unione dice di difendere: proporzionalità, non discriminazione, libertà d’impresa, parità di trattamento. Quando parliamo di Unione europea come un’unione economica che scivola verso un pensiero autoritario, ci riferiamo a questo. Chi difende questa impostazione difende, di fatto, un impianto che produce discriminazione, russofobia e un moralismo guerrafondaio scaricato sui cittadini comuni. La russofobia è il nuovo conformismo ideologico che sta travolgendo i Paesi europei, trasformando una regola discutibile in una patente di esclusione permanente.
L’UE si sta sempre di più isolando, alzando un muro di diffidenza e odio nei confronti di tutto ciò che è russo e l’Italia purtroppo si sta conformando ai diktat europei.
Vorrei terminare questo articolo menzionando nuovamente il mio libro De russophobia, poiché nella parte centrale sono presenti alcuni commenti che i firmatari della petizione contro le dichiarazioni del presidente Mattarella hanno voluto lasciare.
Ovviamente, per motivi di spazio, si è scelto di pubblicare solo alcuni commenti, quelli più significativi o forse quelli più commoventi, e vorrei riportarne uno che possa sintetizzare il pensiero comune dei trentaseimila firmatari.

Firmataria numero 351
“Sono nipote di Fausto Pattaccini, mio nonno fu un grande eroe partigiano che combatté anche contro il regime di Francisco Franco. Sono la nipote di Pierangelo Bertoli, il cantante: la mia cultura familiare e la mia storia familiare pullulano di antifascismo.
Mi ritengo profondamente offesa dalle parole di Mattarella, che vuole riscrivere la Storia”.


*Vincenzo Lorusso è nato a Roma. Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Ferrara, giornalista dell’agenzia di stampa russa International Reporters e collaboratore del media russo “Russia Today “. Dal 2023 vive a Lugansk, nel Donbass. È autore del libro “De russophobia” (4Punte edizioni, 2025).

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