Del Comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo

Pierre Dardot* e Christian Laval**

Queste pagine sono tratte dal libro omonimo edito da DeriveApprodi nel 2015

(…)

Dobbiamo a Michael Hardt e ad Antonio Negri l’aver indotto nel pensiero politico critico e l’aver diffuso tra un pubblico di militanti la categoria di “comune”, al singolare. Con l’abbandono del plurale si è impressa al discorso una svolta concettuale che merita di essere riconosciuta ed esaminata attentamente. In questo nuovo universo teorico, non si tratta più di leggere il presente del capitalismo nei termini di una ripetizione prolungata delle sue origini. In Moltitudine, Hardt e Negri ammettevano di essere piuttosto riluttanti a parlare di commons, dal momento che questa nozione indica i beni e gli spazi precapitalistici collettivi distrutti dall’avvento della proprietà privata.

Benché apparentemente più grezzo, l’uso del singolare, il “comune” appunto, mette maggiormente in evidenza il contenuto filosofico del termine e garantisce che per suo tramite non si vuole veicolare un ritorno al passato, ma una nuova concezione.

(…) Cosa ancora più importante, questa analisi del comune, a differenza della problematica relativa ai beni comuni, non trascura il rapporto capitale/lavoro, anche se, come vedremo, il modo in cui lo prende in considerazione è alquanto discutibile. Il comune è il principio filosofico che consente di concepire un futuro possibile al di là del neoliberismo, ed è anche, secondo Hardt e Negri, la sola chiave di un futuro finalmente libero dal capitalismo. È inoltre una categoria pensata per tagliare i ponti con ogni nostalgia del socialismo di stato, con ogni monopolio statale sui servizi pubblici posti sotto controllo burocratico. Il comune è oltre il pubblico e il privato.

(…) Rispetto al “paradigma dei commons”, abbiamo qui a che fare con l’altro polo del pensiero contemporaneo sul comune, dove esso non è più concepito a partire dalla sua distruzione bensì a partire dalla sua produzione. Non si tratta tanto di difenderlo quanto di accrescerlo e istituirlo. Passi avanti che non intendiamo sminuire. Tuttavia, come cercheremo di vedere, la teoria del comune proposta dalla trilogia di Hardt e Negri – in particolare dal terzo volume Comune, che è a esso interamente dedicato – ripete senza saperlo un vecchio schema concettuale che ha profondamente segnato la dottrina socialista e anarchica.

In poche parole, questa moderna teoria del comune ricalca Proudhon fino al punto di rieccheggiare alcune delle sue formule più provocatorie. A suo modo, secondo una profonda intuizione di Lorenzo Coccoli, anch’essa fa del furto una forza indipendente dal capitale, una modalità centrale di accumulazione.

Scrivono Hardt e Negri: “Come ha mostrato l’analisi del neoliberismo, il capitalismo è predatorio nella misura in cui cerca di catturare ed espropriare l’autonomia della ricchezza prodotta in comune. Gli strumenti principali dell’appropriazione non sono qui costituiti dalle privatizzazioni o dalla colonizzazione commerciale degli spazi naturali o urbani e dei servizi pubblici, ma è piuttosto la rendita finanziaria a fare da leva per la cattura del comune prodotto dal lavoro immateriale. E tuttavia in modo piuttosto strano, questa riedizione dello schema proudhoniano del “furto” resta nascosta dietro ad un riferimento costante a Marx.

Oggi, pensare il comune richiede di mettere in chiaro due diverse prospettive del pensiero socialista. È questo l’oggetto del presente capitolo, che si propone di fare luce sui dibattiti contemporanei attraverso un’esplorazione archeologica. La prima prospettiva, quella di Proudhon, si basa su una concezione che fa del comune la dimensione di una dinamica propriamente sociale che egli chiama “forza collettiva”. È questa forza immanente e spontanea ad essere oggetto del furto operato dalla proprietà. La seconda è quella di Marx, parte dal principio che il comune, lungi dall’essere spontaneo, è un prodotto del capitale, e più precisamente del suo potere di comando sul lavoro tramite l’organizzazione della cooperazione produttiva. Insomma, è il capitale nella sua frenesia di arricchirsi, a produrre il comune per il suo proprio interesse, facendo della forza collettiva di lavoratori, che esso organizza, la forza collettiva del capitale.

Il primo è quello che chiameremo il modello della forza sociale spontanea del comune. È probabilmente in Proudhon che se ne trova la prima formulazione, connessa a un’analisi dello sfruttamento come “furto”. Ciò che gli individui e le società producono spontaneamente viene fatto oggetto di una sottrazione a vantaggio di individui o di classi che per mezzo di dispositivi giuridici e politici, tra cui in primo luogo, la proprietà privata e lo Stato. Per Proudhon, che accoglie e in parte corregge la linea indicata da Saint-Simon, il comune coincide con la natura spontanea del sociale. Egli segue una china che era già stata dell’economia politica classica e in particolare di Smith, il quale facendo il lavoro l’origine della ricchezza, non poteva giustificare rendita e profitto se non come un prelievo a posteriori.

A questo modello sociologico e antropologico del comune risponde quello di Marx, al quale lontanamente somiglia e al quale deve molto, ma che è, in realtà, molto diverso. Per Marx non c’è dubbio che il “sociale” costituisca il tratto più specifico dell’uomo, purché lo si consideri però non come un’essenza eterna, ma come uno sviluppo di forme storiche particolari. Nel modo di produzione capitalista – e pensiamo in particolare alle analisi del Capitale sulla cooperazione nella grande industria – è il capitale ad organizzare il comune e a metterlo interamente al suo servizio per produrre un surplus necessario all’accumulazione. A essere qui in gioco, per Marx, è il concetto stesso di capitale, fondamento della società borghese. Il capitale, in quanto valore che si valorizza, produce una certa quantità di plus-lavoro e di plus-valore. Non c’è attività economica, non c’è lavoro per gli operai se non a condizione che vi sia profitto. Il prelievo capitalistico non è posteriore alla produzione, perché la produzione in quanto tale è già presieduta dalla ricerca del profitto.

(…) Scrivono Negri e Vercellone:

La crescita in potenza della dimensione cognitiva del lavoro corrisponde all’affermazione di una nuova egemonia delle conoscenze mobilizzate dal lavoro; in rapporto ai saperi incorporati nel capitale fisso e nell’organizzazione manageriale delle imprese. Più ancora, è il lavoro vivo che adempie ormai un gran numero delle principali funzioni un tempo svolte dal capitale fisso. La conoscenza è sempre più collettivamente condivisa, e questo fatto muta radicalmente tanto l’organizzazione interna delle aziende quanto il loro rapporto con l’esterno.

“L’economia della conoscenza”, termine opposto a quello di “capitale cognitivo”, si basa dunque (secondo Negri ndr) su un’intellettualità diffusa e libera, direttamente produttrice di comune, che viene sfruttata dal capitale come se fosse un “dono di natura”, ma che in realtà è il risultato delle istituzioni del Welfare, le quali assicurano le “produzioni collettive dell’uomo e per l’uomo (sanità, educazione, ricerca pubblica e universitaria, ecc.)” e l’erogazione di salari differiti e socializzati che hanno l’effetto di sottrarre la creazione e la diffusione dei saperi al dominio del capitale. Nel momento in cui la conoscenza si è resa autonoma dal capitale fisso detenuto dalla borghesia, lavoro e capitale tornano ad essere esterni l’uno all’altro, e il reddito da capitale ha sempre meno la fisionomia del profitto e sempre di più quella di una rendita ricavata attraverso la “privatizzazione del comune”, ossia l’istituzione di forme molteplici di diritti di proprietà.

(…) Che questa tesi prenda in considerazione una serie di trasformazioni intervenute nel processo lavorativo e nell’accesso dei consumatori ai beni e ai servizi è un fatto innegabile. Ma che lo faccia in modo soddisfacente e completo è un’altra questione. La principale critica che le può essere mossa è quella di sottovalutare il peso dell’inquadramento e della direzione del lavoro da parte delle nuove forme di governamentalità neoliberiste all’interno delle aziende e di confondere l’autonomia operaia con le nuove forme di potere attraverso le quali il capitale plasma il processo del lavoro cognitivo e modella le soggettività.

Gli autori non ignorano quelle che definiscono le “prescrizioni della soggettività”, ma il punto è che non le riconoscono per quello che sono, ovvero nuove forme di sussunzione del lavoro al capitale fondate su una direzione morbida ed indiretta delle condotte. Senza accorgersi di quanto sia in contrasto con la loro stessa tesi centrale sull’autonomia del lavoro immateriale, possono scrivere che “la prescrizione della soggettività, al fine di ottenere l’interiorizzazione degli obiettivi dell’impresa, l’obbligo al risultato, la pressione del cliente insieme alla costrizione pura e semplice legata alla precarietà, sono le principali vie trovate dal capitale per tentare di rispondere” a un problema che a loro pare “inedito”, quello della mobilitazione delle conoscenze e dell’adesione soggettiva dei lavoratori che detengono saperi collettivi. E aggiungono: “Le diverse forme di precarizzazione del lavoro sono infatti anche e soprattutto uno strumento per il capitale per imporre e beneficiare gratuitamente di questa subordinazione totale, senza riconoscere e senza pagare il salario corrispondente a questo tempo non integrato e non misurabile nel contratto di lavoro”.

L’errore non sta quindi nell’ignorare questi metodi e queste forme di impiego ma nel considerarli come “esterni alla produzione”, laddove rappresentano al contrario modalità di sottomissione del lavoro intellettuale al capitale del tutto immanenti alle forme contemporanee del processo di valorizzazione capitalistico.

È proprio perché il capitale ha sempre più bisogno di estrarre valore a partire dalle risorse intellettuali e psichiche che ricorre a tecniche di controllo più “psicologiche”, le quali fanno gravare sul lavoratore tutto il peso e la responsabilità degli “obiettivi” da raggiungere. Il lavoro, soprattutto quello intellettuale, non è “libero”, ma, al contrario, è sempre più vincolato tanto dalla pressione del mercato quanto dalle tecnologie di potere che, a valle del processo produttivo, misurano, in forme differenti, il suo rendimento. Le aziende non restano passive in attesa che la rendita cognitiva gli caschi nelle tasche, cercano invece di codificare le conoscenze non scientifiche, di sfruttare il sapere diffuso, e soprattutto di rimodellare la conoscenza e il linguaggio, proprio attraverso l’organizzazione e la direzione della “cooperazione-competizione” tra i lavoratori per ottenere da loro il massimo della produttività.

L’errore del ragionamento analogico è duplice. In primo luogo ci induce a credere che l’intellettualità diffusa al di fuori delle imprese sia prodotta all’esterno della sfera d’azione e d’influenza del capitalismo, mentre non è mai stato così evidente che i sistemi educativi sono presi nella morsa sempre più stretta della logica di mercato, per non parlare del potente apparato di produzione dell’intrattenimento di massa che nel neoliberismo contribuisce non poco a forgiare le soggettività.

Ci si dimentica che, se da un lato il capitale dipende sempre più dalle conoscenze, dall’altro anche che la conoscenza si trasforma in informazione scomponibile, in unità monetizzabili, finendo così per integrarsi al processo di valorizzazione del capitale e diventando uno degli elementi fondamentali del “capitale umano”, e cioè una dimensione essenziale della soggettività capitalistica. In altre parole, non solo la conoscenza ma anche il linguaggio subiscono una mutazione della quale possiamo farci un’idea avvicinandoci all’abbondante letteratura “operativa” sul management, il marketing e la finanza.

Il secondo errore è quello di pensare che il capitale non abbia più alcuna funzione attiva e strutturale nella “messa la lavoro” dei lavoratori cognitivi e nella “messa a valore” della conoscenza. Accade invece esattamente il contrario. Il paradigma teorico in questione scambia quelle che in realtà sono nuove modalità di sottomissione del lavoro intellettuale per un’accresciuta “autonomia” del lavoro, come se la competenza principale del management consistesse “nell’esercizio di funzioni finanziarie e speculative”, mentre le “reali funzioni di organizzazione della produzione (sarebbero) sempre più attribuite al lavoro dipendente”.

In contrasto con questa diagnosi la sociologia del lavoro degli ultimi decenni ha mostrato come l’ambito, il peso e gli strumenti della prescrizione gerarchica siano cambiati per venire incontro alla richiesta da parte delle direzioni aziendali di forme di assoggettamento più “interiorizzate”, fondate sulla “motivazione” e sull’adesione alle finalità dell’impresa, in quella che potremmo chiamare una sussunzione soggettiva del lavoro al capitale, variante a un livello ulteriore della “sussunzione reale” analizzata da Marx. Se alla “sussunzione formale” corrispondeva il plus-di-valore assoluto estratto grazie al prolungamento della giornata lavorativa, alla “sussunzione reale” corrisponde il plus-di-valore estratto attraverso l’accrescimento della produttività. La sussunzione soggettiva del lavoro al capitale ha invece per corollario un’estrazione che passa per una specifica modalità di soggettivazione che abbiamo chiamato “ultrasoggettivazione”, e il cui principio consiste nell’interiorizzazione dell’illimitatezza del capitale e nella sottomissione della sfera più intima dell’individuo all’ingiunzione del “plus”. Il risultato è quello di far saltare i limiti sanciti dal diritto del lavoro, e in particolare i limiti legali del tempo lavorativo.

Come hanno mostrato El Mouhoud e Dominique Pliohon, la divisione tayloristica del lavoro è lungi dall’essere scomparsa dai sistemi di produzione e dalle imprese più caratterizzate in senso “cognitivo”. Il lavoro intellettuale di concezione e di sviluppo di prodotti e procedure, l’attività nell’ambito del design, del marketing, del management e della manifattura sono ben lontani dal corrispondere a questa visione idealizzata e narcisistica del “lavoratore-artista-inventore” sempre più indipendente dal capitale fisso. Quanto all’ambito della ricerca scientifica, dell’editoria e dell’insegnamento, non è chiaro cosa porterebbe oggi a pensare che “le reali funzioni di organizzazione della produzione sono sempre più attribuite al lavoro dipendente”, in un momento in cui si mettono ovunque in campo metodi di quantificazione dei risultati e dei tempo, forme di gestione delle procedure o prescrizioni burocratiche delle finalità dell’attività e dei process. 

Contrariamente alla tesi centrale dei teorici del lavoro immateriale, il rapporto di lavoro dipendente non si allenta grazie al fatto che i saperi sono incorporati negli individui, ma anzi si estende e si inasprisce attraverso l’introduzione di dispositivi che prendono di mira la soggettività dei lavoratori. Lo scopo è proprio quello di annientare tutto ciò che potrebbe anche solo dare l’impressione che i salariati costi- tuiscano un “lavoratore collettivo” del general intellect.

Le tecniche di potere oggi impiegate hanno l’effetto di governare i soggetti alla stregua di capitali individuali che devono entrare in una relazione ibrida di concorrenza e cooperazione – di “coopetizione”, per usare la terminologia del management – e produrre la massima prestazione economica.

Tecnologie che non sono affatto neutre, né si limitano a sottrarre ex post ciò che di comune sarebbe stato prodotto in modo autonomo, ma derivano attivamente dalla logica di auto-valorizzazione del capitale.


* Pierre Dardot, filosofo e docente, è studioso di Marx, Hegel e capitalismo globale.

** Christian Laval, sociologo, svolge attività di ricerca presso l’università di Paris X.

Entrambi sono autori del volume “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista” (DeriveApprodi 2013). Dal 2004 animano il gruppo di ricerca “Question Marx”.

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