Editoriale – Coronavirus, segnalatore d’incendio

Paolo Ferrero

Questo primo numero di Su la testa nasce nel contesto della pandemia del Coronavirus, e a partire da questa abbiamo deciso di aprire la nostra riflessione.

Riteniamo infatti che questa epidemia abbia un carattere periodizzante: che vi sia un prima e un dopo. Proponiamo quindi di assumere il 2020 come l’anno zero, un anno che segna uno spartiacque tra due epoche.

Ovviamente ogni periodizzazione è sempre discutibile, e gli elementi di continuità si accavallano a quelli di rottura. L’utilizzo della pandemia come spartiacque nella storia della modernità è quindi una scelta politica. Una scelta che facciamo e che vi proponiamo di fare deliberatamente, lucidamente.

Avanziamo questa proposta perché il Coronavirus non è solo un disastro in sé ma, per dirla con Walter Benjamin, un “segnalatore d’incendio”. La crisi del coronavirus ha reso evidente, sul piano mondiale, che il disastro è insito nei rapporti sociali capitalistici e nel rapporto che questi hanno determinato tra l’umanità e la natura.

Quella che è emersa nella prima metà di questo 2020 è la falsificazione palese di tutte le grandi narrazioni che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra. Approfondiamo questi aspetti:

a) È stata completamente smentita la grande narrazione della globalizzazione neoliberista. Tutte le cose che sono state magnificate in questi ultimi 30 anni non hanno funzionato: il libero, le privatizzazioni, la libertà di impresa, le reti globali della produzione non sono servite a nulla. Per contro, tutte le cose criticate ed aggredite in questi ultimi decenni hanno determinato l’unica barriera contro l’epidemia: la sanità pubblica, i tanto deprecati dipendenti pubblici che sono diventati – per alcune settimane – degli eroi, la scuola pubblica, le reti di solidarietà comunitarie. Lo stato e le relazioni gratuite della solidarietà hanno retto là dove il libero mercato e la concorrenza hanno fallito. Anche sul piano globale le nazioni amiche della NATO si sono rubate mascherine a vicenda mentre la piccola e vilipesa Cuba ha giganteggiato in una grande operazione di solidarietà internazionalista.

b) È stato sbugiardato il progressismo sviluppista. È infatti del tutto evidente che la progressiva distruzione dell’habitat naturale è all’origine del Covid-19, come di altre pandemie emerse in questi ultimi anni (Aviaria, Ebola, etc.). Questo nemico pubblico numero uno non è quindi un prodotto alieno ma – come il riscaldamento globale – è il frutto maturo dell’azione umana. Siamo noi ad aver posto le condizioni dell’esistenza del Covid, della sua mortale efficacia e della sua dilagante rapidità. L’idea che noi possiamo restare sani mentre distruggiamo l’habitat naturale ha mostrato fino in fondo la sua fallacia. Non solo l’idea dello sviluppo ma quella del progressismo vengono messe fuori gioco da questa pandemia.

c) È stato seppellito il concetto di umanesimo che si era formato nell’immediato dopoguerra come reazione all’orrore del nazismo e dell’Olocausto. L’idea dell’intangibilità della vita umana, nella sua dimensione fisica e relazionale è stata radicalmente posta in discussione. In vari paesi sono stati adottati protocolli che, selezionando i pazienti, davano indicazioni diverse a seconda delle aspettative di vita e della possibilità di superamento della crisi. Si dirà che a fronte della scarsità di mezzi non si poteva fare altrimenti. Solo che la scarsità di mezzi è stata una scelta voluta e realizzata nel corso di decenni di sistematica distruzione della sanità pubblica. Nella retorica ufficiale, l’unico limite alla lotta per la vita è dato dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche e dalle tecnologie. Qui, al contrario, tocchiamo con mano come le politiche concrete abbiano deciso di aumentare i rischi di morte in cambio della creazione di profitti privati. Torna alla mente la categoria di “banalità del male” proposta da Hannah Harendt. Il neo umanesimo emerso dalle macerie della seconda guerra mondiale e suggellato dalla reazione alla barbarie dell’Olocausto, progressivamente sfigurato nel corso del dopoguerra, si mostra oggi come un sepolcro imbiancato che non corrisponde a nulla se non alla retorica dei discorsi ufficiali.

La crisi della grande narrazione occidentale

Si badi che non è solo il liberismo a risultare falsificato dalla vicenda del Coronavirus: è la grande narrazione dell’occidente capitalista a risultare incapace di dare una risposta all’avvenire dell’umanità. Il Coronavirus ha dimostrato che si è esaurita la spinta propulsiva del capitalismo, che quest’oggi ha assunto una funzione regressiva. Di fronte a questi fallimenti vi sono state reazioni importanti: dalle nostre prese di posizione politiche alle lotte contro la mancata chiusura delle fabbriche; dalle pratiche solidali e di denuncia poste in essere in molti territori alla reazione di alcuni stati e di settori del mondo scientifico, impegnati a cercare il vaccino per farne un bene comune e non un’occasione di affari.

Queste reazioni non hanno però assunto i connotati di una proposta alternativa dispiegata, di “un altro mondo possibile” reale e praticabile. Questa assenza di alternative retroagisce anche sulla percezione della realtà, e per questo il fallimento del capitalismo reale, a cui abbiamo assistito sul campo, non è diventato una acquisizione nel senso comune di massa. Non è diventato immediatamente “vero” per miliardi di persone. La crisi ha aperto degli spiragli di riflessione e di azione. Ciò nonostante non solo la crisi non risolve il problema, ma non è nemmeno detto che aiuti a focalizzarlo correttamente. Basti pensare alle letture nazionaliste e razziste che del Coronavirus vengono date…

La stessa ricerca del vaccino evidenzia il bivio che sta di fronte all’umanità. Da un lato, la ricerca pubblica ed un embrione di comunità aperta di scienziati impegnati a scoprire il vaccino come bene comune dell’umanità. Dall’altro, la gara tra le grandi multinazionali del farmaco, interessate a brevettarlo ai sensi del funzionamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Quest’alternativa, morale e politica allo stesso tempo, sottolinea la centralità del rapporto traricerca scientifica e potere, che dalle banche delle sementi all’ingegneria genetica arriva fino al tema della brevettabilità della vita. La ricerca come bene comune, la sua demercificazione, oppure al contrario la sua sussunzione reale al capitale si manifestano come punto decisivo dello scontro politico oggi in atto.

Agire lo spazio politico della crisi

Il Coronavirus ha quindi evidenziato un fallimento, e aperto uno squarcio che ci permette di porre il tema dell’alternativa. Questo, per essere efficace, non può essere la riproposizione di cosa dicevamo ieri, ma deve fare i conti con la novità e la drammaticità della realtà.

Oggi in occidente il comunismo viene visto come un’ideologia, un fattore di identità di sparuti gruppi di militanti. Il comunismo cioè come un’idea tra le altre, non percepita dalla grande maggioranza dei proletari come un’alternativa credibile o auspicabile. Non possiamo continuare così. Mentre il capitalismo fallisce nell’assicurare all’umanità il suo futuro, occorre costruire l’alternativa. Qui e ora.

Il problema che si pone è quello di ridare valore politico e non testimoniale al comunismo. Occorre cioè riuscire a porre concretamente il tema del superamento del capitalismo e del suo carattere distruttivo in una prospettiva fondata sulla libertà, sull’eguaglianza tra gli umani, sul rispetto della natura. Rendere il percorso del superamento del capitalismo non un fattore ideologico o di identità, ma una necessità percepita dalla grande maggioranza dell’umanità, è il problema che abbiamo dinnanzi. Questa è la sfida che abbiamo raccolto quando abbiamo deciso di chiamarci Rifondazione Comunista, e questa è la sfida che oggi ci pone l’assenza dirisposte alla crisi messa in luce dal Coronavirus.

I nostri compiti

A questo fine vogliamo indirizzare la nostra rivista: all’individuazione delle strade attraverso cui costruire l’alternativa al capitalismo come sbocco necessario ed auspicabile per la maggioranza degli uomini e delle donne. Si tratta di una rivista italiana, ma la ricerca è mondiale, perché mondiale è la sfida: il capitalismo è globale e per la prima volta con questa intensità, la crisi del Coronavirus ha posto tutta l’umanità di fronte a uno stesso nemico. Vogliamo partire da questa sfida globale indicando alcuni primi punti di ricerca:

1) Nella era dell’antropocene, in cui l’umanità è in grado di modificare il corso della natura, non esiste liberazione del lavoro che non sia anche rispetto della natura. Per Marx le fonti della ricchezza sono il lavoro e la natura, entrambe sfruttate dal capitale. Nel marxismo vanno quindi superate integralmente le incrostazioni sviluppiste, per renderne possibile un positivo utilizzo scientifico al fine di affrontare le nuove sfide. Aggiungo che non esiste liberazione dellavoro produttivo se non esiste liberazione del lavoro riproduttivo e del suo carattere sessuato. Sono aspetti diversi di un unico meccanismo di riproduzione delle gerarchie sociali. A partire da queste considerazioni, riteniamo possibile enecessaria la definizione di un nuovo paradigma comunista, del comunismo del terzo millennio.

2) Non c’è nessuna scarsità di denaro o di merci. Al contrario siamo in una crisi di sovrapproduzione. Come abbiamo detto, l’unica cosa scarsa è la natura, che non dobbiamo distruggere. Oggi lo sviluppo scientifico e la sua applicazione al processo produttivo hanno determinato un enorme aumento della produttività del lavoro. Si tratta di superare il carattere capitalistico di questo processo a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro, della redistribuzione fra tutte e tutti della ricchezza e del lavoro produttivo e riproduttivo. L’alternativa non è tra consumismo o decrescita, ma è decisivo lo sviluppo dei diritti e dei servizi in un progressivo superamento delle merci come forma specifica di soddisfazione dei bisogni umani. Come insegna la vicenda della sanità, mettere al centro il valore d’usosignifica ricercare la salute, non la produzione di prestazioni sanitarie; significa demercificare.

3) Nel contesto di un gigantesco processo di concentrazione delle imprese, di costruzione di veri e propri monopoli dotati di poteri enormi, va posto all’ordine del giorno il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione. Superando contrapposizioni schematiche, a noi pare che questa passi attraverso la costruzione di uno spazio pubblico che valorizzi la dimensione dello stato, dell’autogestione, della comunità. La democratizzazione della società e della produzione, il tema della riconversione ambientale e sociale dell’economia ripropone quello del rapporto tra intervento statale e autogestione sociale; pone il tema del controllo operaio – cioè del controllo sui frutti del proprio lavoro – e nel contempo del “comune”, dei beni comuni, del rapporto con il territorio. Riscoprire il concetto marxiano di comunità e della sua moderna attualità è una grande pista di ricerca che intendiamo sviluppare.

4) La globalizzazione neoliberista ha radicalmente cambiato il quadro in cui si era svolto il conflitto di classe nel secondo dopoguerra. Il rapporto tra conflitto, contrattazione, modifiche legislative, è stato radicalmente messo in discussione dall’indisponibilità delle imprese a contrattare. I rapporti di forza sociali sono stati rovesciati a favore dei padroni. Per troppi anni abbiamo registrato le difficoltà, agito e proposto una meritoria e a volte eroica azione di resistenza. Più raramente abbiamo individuato nuovi percorsi di resistenza, lotta e formazione della soggettività. Siamo rimasti in parte prigionieri delle forme di organizzazione con cui avevamo esperimentato un grande potere nei decenni scorsi. Si tratta di andare oltre, indagare i nuovi percorsi di resistenza e lotta nella consapevolezza che ogni composizione di classe e ogni generazione si esprime socialmente, culturalmente e politicamente in forme diverse dalle generazioni precedenti. L’inchiesta non è mai fatta una volta per tutte…

5) La crisi della democrazia e delle forme della politica nate dopo la seconda guerra mondiale è palese. Gli istituti di democrazia rappresentativa, svuotati di potere dall’alto, e quindi percepiti come inefficaci dal basso, vivono una crisi strutturale. Anche su questo terreno, la nostra azione si è caratterizzata per una meritoria azione difensiva, che è però insufficiente per invertire la tendenza. La ricerca delle strade attraverso cui allargare la democrazia – e dei percorsi di partecipazione politica che permettano di esprimere un protagonismo popolare – sarà quindi un punto centrale della ricerca della rivista.

6) La vicenda del Coronavirus ha dato un pesante contributo alla crisi – già in atto – della globalizzazione neoliberista. Noi riteniamo che si tratti di un elemento strutturale, che segnerà la prossima fase. Ci pare di poter dire che – lungi dal rappresentare un “ritorno indietro”, un puro ritorno allo stato nazionale – la tendenza che emerge è quella del rafforzamento delle macro aree regionali. Gli USA, la Cina e la Russia operano da tempo in tal senso; il piano proposto da Merkel e Macron allude a questa prospettiva per quanto riguarda l’Europa. Comprendere le caratteristiche del capitalismo post Covid-19 è un punto decisivo per riaprire la partita dell’alternativa. Sulla globalizzazione abbiamo perso il treno, in un folle confronto – anche a sinistra – tra cantori e nostalgici. Riuscire a non perderlo nuovamente sarebbe il nostro auspicio. Cercheremo di dare il nostro contributo, sapendo che il livello politico delle lotte si deve sempre misurare con il livello del capitale… Perché lo vogliamo superare.


Immagine in apertura di Andrew Scott da www.flickr.com

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