Editoriale – Il caso italiano

Paolo Ferrero

Con questo numero di “Su la testa” cerchiamo di dare un contributo alla comprensione della realtà del nostro Paese, con particolare attenzione alla condizione “materiale e spirituale” del popolo italiano.

Non vi troverete quindi i pensieri delle élite – che occupano la totalità dello spazio pubblico e colonizzano il senso comune – ma alcuni spunti per capire meglio la situazione in cui viviamo, nei suoi aspetti problematici e nelle sue potenzialità.

Così, accanto all’analisi degli elementi strutturali del Paese troverete anche riflessioni su immaginari, aspettative e comportamenti degli strati popolari.

Riteniamo infatti, che per comprendere il contesto in cui facciamo politica, non sia sufficiente guardare ai dati economici e produttivi, ma sia necessario cogliere i protagonisti nella loro complessità.

In primo luogo, perché i rapporti sociali di produzione vanno ben al di là del puro dato economico e riguardano l’esercizio del potere, il senso comune, la cultura, le identificazioni, le narrazioni egemoniche.

In secondo luogo perché la classe degli sfruttati non può essere desunta semplicemente dall’osservazione del capitale: come ci ha ricordato Raniero Panzieri, la classe ha una sua dinamica soggettiva che va compresa attraverso l’inchiesta. In altre parole il materialismo che Marx ci ha insegnato non ha nulla a che vedere con l’economicismo o con il determinismo: è un metodo dialettico e scientifico di analisi della società nella sua totalità, finalizzato alla comprensione del reale, delle effettive dinamiche sociali.

Le narrazioni smentite

In questo viaggio nel Belpaese, vi sono ovviamente vari approfondimenti che riguardano la composizione sociale. Da questi sguardi emerge che il paese reale non corrisponde alla narrazione delle élite. Sovente sui media sentiamo parlare degli italiani come se fossimo una gran- de tribù che vive e condivide la stessa situazione, gli stessi problemi e le stesse aspettative.

Il primo dato che emerge è la grandissima diseguaglianza che caratterizza il Paese e disegna due grandi poli sociali: da un lato una piccola minoranza di ricchi – meno del 10% – che possiede più della metà della ricchezza del Paese, e dall’altra il 60% della popolazione che possiede circa il 10%. In mezzo, il famoso ceto medio, in corso di restringimento perché le politiche neoliberiste determinano un processo di “proletarizzazione” delle fasce basse.

Questa netta divisione di classe si innerva poi in varie divisioni ulteriori: tra Nord e Sud, tra centri e periferie, tra uomini e donne, tra autoctoni ed immigrati, tra le generazioni. Un’Italia diseguale ed ingiusta in cui la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” copre una realtà completamente diversa: anche l’aspettativa di vita è assai diversa tra chi vive in centro e chi vive nelle periferie. L’Italia è uno dei paesi più diseguali ed ingiusti d’Europa.

Una seconda narrazione che viene smentita riguarda il fatto che sarebbero scomparsi gli operai. Nel nostro paese saremmo diventati tutti ceti medi e non esisterebbe più alcun lavoratore manuale. Falso. Gli operai sono la metà chi lavora e sono ben presenti soprattutto al di fuori dell’industria, in quel terziario che viene dipinto come il regno dell’innovazione e del superamento delle classiche divisioni di classe. Non solo l’Italia è un paese con un incredibile livello di diseguaglianza sociale – maggiore di quello della Germania, tanto per fare un esempio – ma oltre 8 milioni di lavoratori e lavoratrici fanno lavori manuali per vivere. Non procedo oltre, perché leggendo questo numero troverete vari elementi di smentita della vulgata dominante.

La semplicità difficile a farsi

Una volta ristabilita la verità sull’effettiva persistenza delle divisioni di classe, molti penseranno di aver risolto gran parte dei problemi. Infatti, secondo una vulgata piuttosto diffusa a sinistra, una volta riconosciuta la forte polarizzazione sociale, denunciate le diseguaglianze, dovrebbe essere abbastanza semplice unificare la maggioranza della popolazione che vive in condizioni disagiate.

In altre parole l’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dovrebbe produrre in forme quasi automatiche una reazione tesa a contrastare il peggioramento. Ovviamente, questo ragionamento coglie un elemento di verità ma dalla nostra esperienza politica e sindacale sappiamo che la situazione è assai più complessa. Anzi, uno degli elementi che colpisce nell’analisi della situazione italiana è proprio la constatazione che l’aumento dello sfruttamento si accompagna a una significativa passivizzazione sociale, aduna difficoltà a produrre lotte e soprattutto a generalizzarle.

La magnifica lotta dei lavoratori della GKN – e di altre aziende meno note – ci parla di una possibilità, ma parallelamente evidenzia come la costruzione del conflitto dispiegato e consapevole non costituisca la norma. Succede anche che i comportamenti dei ceti popolari siano molto diversi da quelli che ci aspetteremmo, e in particolare i comportamenti elettorali talvolta appaiono contraddittori rispetto alla tutela dei propri interessi.

Di fronte a questa difficoltà si genera sovente un sentimento di confusione, di spaesamento. Per questo, il secondo compito che si prefigge questo numero della rivista è proprio quello di cercare di capire il perché di questa situazione, scandagliando le ragioni di comportamenti di non facile comprensione quando non irrazionali.

I contributi che potrete leggere qui di seguito, oltre a farci conoscere meglio il nostro Paese, vorrebbero quindi aiutarci ad abbandonare espressioni del tipo: “gli italiani votano con la pancia”, “pensano solo ai fatti loro”, “sono fatti così”, “sono egoisti”, etc etc.

Parallelamente vorrebbero aiutarci ad abbandonare attitudini colpevolizzanti in cui ogni difficoltà e ogni arretramento vengono attribuite alla nostra congenita inadeguatezza. Questa tendenza all’autoflagellazione è amplificata dalla propensione a leggere la storia a partire dagli anni ‘70, quando gli operai erano uniti, il PCI era forte, il sindacato combattivo, le lotte efficaci e il mondo cambiava, in meglio. Vorremmo cercare di uscire da questa situazione paralizzante, in cui la nostalgia o i giudizi moralistici si sprecano e prendendo il posto dell’analisi scientifica del reale non ci permettono nemmeno di vedere i nuovi fili d’erba che crescono.

Capire come cambia il mondo, quali nuove contraddizioni nascono e quali perdono di significato, non è un compito semplice. Sovente l’innovazione è stata utilizzata per giustificare svolte moderate e l’abbandono della prospettiva socialista.

Noi oggi siamo chiamati a un compito difficile: capire la realtà nelle sue modifiche senza abbandonare la bussola della lotta per il socialismo. In questa direzione di marcia, cercheremo così di cogliere alcuni dei percorsi attraverso cui la materialità della condizione sociale si traduce in coscienza individuale e collettiva. Non abbiamo velleità di completezza: si tratta solo di qualche abbozzo e di qualche pista di ricerca. Ci piacerebbe però che, attorno a questo numero della rivista, si potesse aprire una discussione e dare una spinta all’approfondimento della conoscenza scientifica del reale, in modo da porre più saldamente alla base delle nostre riflessioni l’analisi e l’inchiesta sociale.

Cosa caratterizza la situazione odierna?

Senza presunzioni di completezza mi pare utile sottolineare alcuni degli elementi negativi caratterizzanti la situazione odierna proprio sul nodo del rapporto tra soggettività ed elementi strutturali. Mi pare infatti uno dei terreni per noi più rilevanti e nello stesso tempo assai poco indagato.

  • Sotto i colpi dell’offensiva liberista sono andati in crisi gli strumenti che il movimento operaio ed in generale i movimenti sociali hanno utilizzato nel dopoguerra per cambiare le cose: l’intreccio tra la lotta finalizzata alla contrattazione e l’azione politica e par- lamentare finalizzata alle modifiche legislative. Con la globalizzazione capitalistica e l’avvento delle politiche neoliberiste entrambi questi strumenti – contrattazione e azione legislativa – sono stati enormemente depotenziati: i padroni non contrattano più e gli stati tolgono invece di dare.
  • Il fenomeno sopra descritto, unito agli errori strategici compiuti dalle organizzazioni del movimento operaio, ha minato profondamente il rapporto di fiducia delle classi subalterne nei confronti delle organizzazioni sindacali e soprattutto delle organizzazioni politiche di sinistra che erano depositarie delle speranze di cambiamento. Da questo fenomeno non è estraneo nemmeno il nostro partito.
  • Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e l’impossibilità a utilizzare gli strumenti contrattuali non è avvenuto per tutti nello stesso modo, non ha unificato la classe, anzi! Sovente il peggioramento è stato concentrato sulle donne, sulle generazioni più giovani e sui migranti, determinando una vera e propria frattura dentro la classe non solo sul terreno delle condizioni materiali di lavoro – salario, precarietà, pensione, etc. – ma anche su quello dell’accesso alla contrattazione collettiva. In questo modo, quelli che erano diritti, nella misura in cui non hanno più un carattere universalistico, vengono dipinti come privilegi, e una parte significativa degli stessi lavoratori tendono a vederla in questo modo.
  • Ci troviamo quindi in una situazione in cui il disagio sociale non ha strumenti “fisiologici” attraverso cui esprimersi, farsi ascoltare, modificare la realtà. Si tratta di un fatto enorme, che pone in discussione l’essenza della democrazia, mai successo nella storia della repubblica. Questa percezione che il potere è diventato impermeabile rispetto alle dinami- che ed ai bisogni sociali, determina da un lato un totale discredito della politica – e sovente della democrazia – e dall’altra genera un diffusissimo senso di isolamento e di rabbiosa impotenza dovuto al fatto che ogni persona si trova da sola di fronte ai grandi problemi della vita.
  • Questa impotenza rabbiosa da un lato tende a determinare forme di guerra tra i poveri e dall’altra produce una latente e confusa tendenza alla rivolta. Si tratta di un terreno del tutto nuovo su cui la sinistra ha un’estrema difficoltà a misurarsi. Dagli anni 70 in avanti la sinistra è cresciuta sul terreno della lotta sociale finalizzata alla contrattazione e della lotta politica finalizzata all’azione parlamentare. Viene quindi a mancare il terreno fondativo dell’azione politica praticata dal movi- mento operaio, e non a caso la destra estrema cerca di inserirsi in questa difficoltà.
L’ideologia italiana

L’offensiva neoliberista non è stata solo materiale ma si è concretizzata con una potentissima campagna ideologica finalizzata a colonizzare le teste degli sconfitti. Partita dall’anticomunismo e dalla glorificazione del capitalismo, si è articolata nel nostro Paese con una particolare forza e pervasività – dove più forte era stato il movimento più forte è stata la controffensiva – fino a dar vita ad una sorta di devastante “ideologia italiana”. Provo a evidenziarne alcuni tratti.

In primo luogo l’apoteosi dell’individuo e della sua libertà egoistica contrapposta a qualunque elemento di responsabilità sociale e di sfera pubblica. La destra berlusconiana ha scarnificato l’idea di libertà assolutizzandone l’elemento individuale, narcisista e socialmente irresponsabile contrapponendole a ogni idea di giusti- zia, di solidarietà e fratellanza. “L’edonismo reaganiano”, proposto con leggerezza da “Drive in” e “Striscia la notizia”, ha veicolato i valori di questa mutazione antropologica. Visto che non esistono soluzioni collettive occorre salvarsi da sé, giocando duro, “picchiando per primo” e curando con molta attenzione la propria persona intesa come “patrimonio” da investire sul mercato. Questa logica, che è uno degli aspetti centrali della controriforma scolastica in corso da anni, rappresenta una vera e propria spinta alla regressione antropologica, dipingendo “il prossimo” non come un fratello e una risorsa, ma come un avversario quando non come un nemico.

In secondo luogo, l’idea che l’impresa capitalistica sia l’organismo fondamentale della società e che ogni componente dell’impresa sia chiamato a dare il massimo di sé per vincere la competizione internazionale. In questa logica – che Romiti e Marchionne hanno portato alle estreme conseguenze – non è possibile vivere ma solo vincere, e chi sciopera è un traditore della causa. Per questo tutti sono chiamati a competere, singoli, comunità, territori e nazioni. Se il singolo è descritto come il fondamentale atomo sociale, l’impresa è l’unica comunità ammessa nella vulgata neoliberista.

In terzo luogo, l’assolutizzazione della scarsità economica e la necessità quindi di fare i sacrifici. “Non ci sono i soldi” è il mantra che viene ripetuto dagli anni ‘80 per giustificare le stangate. In questo modo ogni discussione sull’allargamento dei diritti viene stoppata non da una discussione di merito ma dal “non possumus” pronunciato dalla casta sacerdotale degli economisti. L’attacco ai diritti viene mascherato da necessità oggettiva, per far fronte ai disastri dell’età dello sperpero, che ovviamente viene fatta coincidere con gli anni ‘70 e le lotte operaie. La ricchezza non deve essere redistribuita ma prodotta, e quindi bisogna dar mano libera ai padroni e lavorare sodo, ringraziando se si ha un posto di lavoro a prescindere dallo stipendio. L’idea della scarsità, nonostante sia completamente falsa – è così entrata nel senso comune popolare come una sorta di “vincolo esterno”, un “destino” a cui non ci si può ribellare.

In quarto luogo è stata propagandata a piene mani l’idea che l’Italia sia un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, che stia in piedi per miracolo e che qualunque scossone potrebbe farla colare a picco. L’idea della “fragilità” e della debolezza del nostro paese, si salda a quella che non ci sono i soldi, ed è funzionale a stoppare in partenza ogni rivendicazione universalistica: stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi e non possiamo pretendere. Ovviamente in questo Paese prostrato e piegato scompaiono i ricchi, le ricchezze ed i privilegi: siamo tutti poveri italiani…

Queste narrazioni si traducono in politica con l’idea che per risolvere i problemi delle persone – che sono sole, impotenti e sfiduciate rispetto all’azione collettiva – servono gli uomini della provvidenza. Vi sono qui varie versioni – da quella tecnocratica a quella fascista – ma il meccanismo che viene proposto è sempre lo stesso: “tu non vali nulla, non puoi nulla e solo da fuori di te può venire la salvezza!”

Il passo successivo all’idea che non esistono soluzioni collettive di classe, le uniche aggregazioni collettive proposte sono quelle premoderne e reazionarie: le comunità chiuse fondate sul nazionalismo, il colore della pelle, la religione e così via: dal “prima i nostri” al federalismo differenziato il passo è brevissimo.

In questa narrazione, in cui le differenze di classe vengono dipinte come naturali o comunque immodificabili (“i ricchi ci sono sempre stati”), non solo la figura del ricco viene proposta come mito identificativo per i proletari, ma le piccole differenze tra proletari vengono presentate come intollerabili torti: gli unici che possano essere sanati. Le grandi diseguaglianze sono dipinte come naturali e le piccole come arbitrarie, in modo da incanalare la rabbia sociale verso i più deboli, possibilmente diversi, che assumono il ruolo di un vero e proprio capro espiatorio.

Dulcis in fundo, l’idea che se il movimento operaio e la sinistra hanno perso è perché ave- vano torto, e quindi la sconfitta corrisponde a un giudizio storico, giusto in quanto tale. Dai comunisti pentiti ai sindacalisti folgorati sulla via di Damasco, la distruzione delle ragioni del movimento è stata condotta non solo dalla de- stra, ma in primo luogo da chi militava nelle fila della sinistra. Questo ha disorientato il movimento operaio più di mille sconfitte perché oltre ad aver perso la forza si sono perse le ragioni (e la ragione).

Come affrontare questa situazione in modo efficace?

In questo contesto, in cui spiegazioni false ripetute in continuazione permeano il senso comune, non mancano le lotte e la resistenza: manca la forza data dall’unità e mancano le idee per poter pensare la società in un modo diverso. Mancano “le parole per dirlo” per citare il titolo di un giustamente famoso libro femminista. Forse, più precisamente, mancano le parole giuste per dire e i canali giusti attraverso cui esprimere positivamente e costruttivamente il disagio sociale.

Per invertire la tendenza, costruendo insieme una prospettiva per tutte e tutti coloro che in mille forme resistono alla barbarie, abbiamo quindi bisogno di buone analisi, di buone parole d’ordine e di individuare percorsi in grado dirompere il senso di impotenza popolare. Alcune si possono riassumere facilmente.

In primo luogo i soldi ci sono. Non c’è nessuna scarsità, la crisi non è data da scarsità ma da sovrapproduzione e come abbiamo visto con il Recovery Plan, anche l’Europa, se vuole, è in grado di tirare fuori i soldi. Far comprendere che la scarsità è artificiale, che la ricchezza è enorme e solo se viene redistribuita può produrre benessere, è il primo punto su cui contrastare l’ideologia dominante e costruire una “nuova visione del mondo”. La ricchezza è enorme, deve essere utilizzata in modo egualitario.

Occorre quindi operare per il dialogo tra le lotte. I conflitti sono tanti, ma difficilmente si parlano tra di loro anche perché l’ideologia della scarsità ha diffuso l’idea che non si possa vincere con gli altri ma solo contro gli altri… La consapevolezza che i soldi ci sono facilita l’individuazione degli elementi unificanti tra le diverse lotte, aiuta l’individuazione del nemico nell’avversario di classe e non nell’altro sfruttato. In questo quadro occorre inventare nuovi percorsi di lotta che non si fermino alla contrattazione e all’azione legislativa. Il tema della rabbia e della tendenza alla rivolta deve entrare nella nostra riflessione. I gilet gialli francesi, priva del Covid avevano aperto un significativo spiraglio di conflitto sociale inedito. Da li dobbiamo ripartire.

In terzo luogo il rispetto della natura, perché l’unica cosa scarsa è la terra, ne abbiamo solo una e non dobbiamo rovinarla. La grande sfida per l’umanità non è l’aumento del PIL ma la redistribuzione delle risorse dentro una grandiosa azione di riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni.

Solidarietà e cooperazione sono meglio della concorrenza e della guerra. La gente subisce la concorrenza ma non è felice di questo. Una piccola minoranza di nevrotici aderisce gaudente al modello antropologico dominante. La maggioranza della popolazione, a partire dalle donne, lo subisce. Occorre rivendicare che solo la cooperazione può permettere di sostenere un mondo con quasi 8 miliardi di abitanti. La risposta alla guerra commerciale e alla guerra guerreggiata è la cooperazione e la solidarietà.

In quinto luogo, occorre costruire comunità solidali. Le persone non sono contente di essere isolate e cercano in tutti i modi delle appartenenze. Sovente quelle che trovano a disposizione sono chiuse e regressive, non di rado solo apparenti (fondate sui miti del razzismo, del nazionalismo passando per la misoginia).

Occorre operare consapevolmente, anche nel dialogo con il mondo cattolico, per la diffusione di luoghi ove le persone possano incontrarsi, riconoscersi, crescere, organizzarsi ed avere relazioni solidali. Un tempo mille erano i luoghi di aggregazione comunitaria, dalle case del popolo alle sedi di partito e anche di questo parla il partito sociale: gli esseri umani sono animali sociali e non possono svilupparsi positivamente in modo isolato.

In sesto luogo si tratta di riappropriarsi del metodo scientifico e della scienza. Nella vicenda del Covid abbiamo una drammatica testimonianza di come le multinazionali abbiano sequestrato la scienza e la tecnologia per i loro fini di profitto e di come larga parte della popolazione venga ricacciata in credenze premoderne, con significativi contorni magici. La critica dell’uso capitalistico della scienza e la messa in discussione dell’appropriazione privata della conoscenza – dai brevetti sui vaccini al controllo di chi lavora – è un passo necessario per costruire una via di uscita razionale dalla crisi attuale e per trovare percorsi positivi di elaborazione della rabbia sociale.

Da ultimo – ma non meno importante – si tratta con ogni evidenza di aggregare tutte le forze portatrici di istanze antiliberiste, ambientaliste ed egualitarie al fine di costruire un’alternativa politica al bipolarismo neoliberista. Oggi il sistema politico è integralmente permeato dai poteri forti; si tratta di costruire una alternativa di sistema ed inclusiva. Nella babele dei linguaggi si tratta di cogliere consapevolmente il momento che stiamo vivendo e di esprimerel’alternativa in termini semplici: il basso contro l’alto, i popoli contro le élite, la giustizia contro la diseguaglianza.

Non confondere fenomeni sociali e rappresentanze politiche

In conclusione mi preme sottolineare un ele- mento. Oggi il disagio – che è fortissimo e non diminuisce per il fatto di essere mistificato – solo talvolta si esprime in forme coerenti ai suoi caratteri di classe, sovente – come viene spiegato nella rivista – tende a esprimersi in forme confuse e prive di prospettive. Pensiamo alla situazione di degrado delle periferie, alla guerra tra i poveri, all’aumento dell’utilizzo dipsicofarmaci.

In questo contesto l’errore più grave che può fare una sinistra di classe è quello di appiattire i soggetti e i fenomeni sociali sulla forma politica o culturale che questi utilizzano per esprimersi. In altre parole, per dare una risposta positiva, di sinistra, al disagio sociale, occorre riconoscerlo al di là delle forme politiche e culturali che utilizza per esprimersi, o che qualcuno cerca di sovrapporgli. Non è una cosa semplice, ma è necessaria per permetterci di intervenire sulle cause senza rimanere prigionieri degli effetti e delle apparenze.

Quando milioni di proletari italiani hanno votato in massa il Movimento 5 stelle, non credo ne avessero letto e condiviso il programma punto per punto. Penso che abbiano utilizzato quello strumento per esprimere il proprio disagio e la propria voglia di cambiare, con la speranza che il voto potesse dar loro quel potere che non riuscivano ad avere altrimenti. Non a caso la rapidità dell’avvicinamento al Movimento è stata pari solo alla velocità dell’allontanamento dallo stesso nel momento in cui ha manifestato la sua incapacità a realizzare le aspettative che aveva sollevato.

Oggi il disagio prende strade ancora più variegate e la sindemia del Covid, con tutto quello che ha comportato in termini di paura, isolamento, peggioramento delle proprie condizioni di vita, ne sta moltiplicando i caratteri. Dalla fede in soluzioni miracolisti- che alla denuncia dei complotti passando per la ricerca degli untori e dei capri espiatori, la frantumazione sociale è letteralmente esplosa. Inoltre l’estrema destra si muove con agilità sul terreno della rivolta e prova a strumentalizzare la rabbia e i mille disagi che nella sindemia sono cresciuti. In una situazione così magmatica, non è possibile dividere in modo manicheo una società buona e una politica cattiva. Ma proprio questa difficoltà aumenta la necessità di distinguere con attenzione fenomeni sociali e i fenomeni politici, la necessità di distinguere disagio, rabbia ed esasperazione dalla strumentalità politica. Questa è l’unica strada che ci può consentire di costruire una risposta di sinistra al disagio sociale e nello stesso tempo contrastare frontalmente la destra fascista e nazistoide. I fascisti e non gli arrabbiati – magari confusi – sono i nostri nemici, e proprio per sconfiggerli dobbiamo isolarli politicamente, culturalmente e socialmente.


Foto in apertura di Leonardo Sgatti

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