Far rinascere il territorio con l’immigrazione
Piero Bevilacqua*
Se ci sono non poche ragioni per opporsi all’insensato piano di riarmo da parte dell’UE, di portare al 5% del PIL la spesa militare tra i membri della Nato, per una minaccia di invasione russa inventata, ce n’è una, non meno grave, che in Italia rischia di passare inosservata. Una ragione che la nostra opinione pubblica tende a rimuovere per un grave deficit storico della cultura nazionale: l’ignoranza dei caratteri strutturali del nostro territorio. A ricordarcelo è stato di recente il ciclone Harry che, a gennaio di quest’anno, ha colpito, com’è noto, Calabria, Sicilia e Sardegna. Un evento che si segnala drammaticamente non solo per l’entità dei danni, ancora non tutti calcolati, ma soprattutto per ciò che anticipa del futuro prossimo delle zone costiere del nostro Paese. Intanto una premessa, un’informazione allarmante, nota negli ambienti scientifici e fornita da Luca Mercalli sul “Fatto”: “dal 1900 il Mare Nostrum si è innalzato di circa 20 cm, metà dei quali acquisiti dopo il 1993. E ora siamo a un incremento di 4 millimetri all’anno causato dalla fusione dei ghiacci e dall’espansione termica delle acque” (23/1/26). Collegato a tale fenomeno e in parte indipendente, è un variegato processo di erosione dei litorali, soprattutto in prossimità degli estuari, per i decrescenti apporti di materiali dei corsi d’acqua. Si tratta dunque di due processi costanti e crescenti che investono i circa 8000 km della Penisola e delle isole.
Ora è dannatamente ignorato dagli italiani, a partire dai suoi ceti intellettuali, impermeabili a ogni curiosità sulla storia del nostro ambiente, che, a parte l’Olanda, non esiste in Europa un paese più artificiale del nostro. Data la giovinezza geologica della Penisola e delle isole, ospitiamo ben 4 vulcani attivi, le popolazioni che le hanno abitate sono state costrette a un’opera incessante di difesa, modificazione e plasmazione del loro habitat originario. Basti pensare che la nostra area più ricca, la Pianura Padana, è il frutto di un’opera incessante e secolare di incanalamento delle acque del Po e dei suoi affluenti e di opere di bonifica. Ricordo che una delle sue aree più fertili e oggi più prospere, la Bassa Padana), vale a dire il territorio delle provincie di Modena, Reggio Emilia, Ferrara, Rovigo, è stata sottratta alle acque e resa coltivabile grazie a una bonifica conclusasi solo alla fine del secolo scorso. (Giorgio Porosini, Bonifiche e agricoltura nella valle padana (1865-1915), Banca Commerciale Italiana, 1978)
Un’avversità ambientale secolare.
E ricordo, tanto per evocare un caso meridionale, che in Calabria la piana di Sibari, dove oggi fiorisce forse l’agricoltura più prospera della regione; quella di Lamezia, anch’essa (anch’ essa) centro agricolo importante, dov’è sorto anche l’aeroporto; quella di Gioia Tauro, dove è stata distrutta un’agricoltura fiorente e insediato un porto internazionale che porta poca ricchezza alla regione, erano tutte e tre, in diversa misura, paludose e malariche. Tutte e tre sono state rese abitabili e sede di economie grazie all’opera di bonifica che ha attraversato il primo ‘900, si è intensificata nel ventennio fascista e si è conclusa negli anni ’50, grazie anche ai finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno.
Queste terre di pianura, come tutte le aree costiere italiane, quelle della Sicilia e soprattutto della Sardegna, sono state infestate per secoli dalla malaria. Oggi pochissimi sanno che tra tutti i grandi paesi d’Europa l’Italia è stata la sola ad aver dovuto affrontare, per i millenni dell’era volgare, un problema ambientale di prima grandezza: per l’appunto la malaria, che diffondeva febbri intermittenti fra le popolazioni rurali e ne condizionava la vita e la capacità di lavoro.
Ma la Penisola è interamente attraversata dall’Appennino, una catena giovane, geologicamente composita, in continua evoluzione. Esso forma un “sistema” con le pianure sottostanti, anzi il “sistema territoriale italiano”. Dalla salute delle sue montagne (pendii non disboscati, torrenti ben inalveati, ecc.) dipende quella delle terre piane. Ma è accaduto che questo sistema, nella disattenzione quasi generale, si è spezzato. L’agricoltura capitalistica e la politica agricola dell’Unione hanno cacciato gli uomini dalle campagne collinari e montane. Le alture appenniniche e preappenniche, che sono state per millenni sede di agricolture, economie pastorali, selvicolture, ecc., sono state in gran parte desertificate. Ricordo qui che tra il 1970 e il 2017 l’Italia ha perduto ben 4000 milioni di ettari di terra coltivabile, il 46% delle aziende agricole, quasi tutte insediate sulle alture, quasi tutte piccole e medie imprese contadine. Un fenomeno di abbandono delle terre accelerato negli ultimi anni dalla pressione esercitata dalle grandi catene di distribuzione commerciale, che strozzano le imprese a valle della produzione, al momento della vendita dei prodotti stagionali, con l’imposizione di prezzi capestro che erodono rovinosamente i margini di utile dei contadini. I quali già a monte erano e sono tiranneggiati dagli alti costi di sementi, concimi, macchine agricole, fitofarmaci, ecc., imposti dai colossi dell’agribusiness.
Dunque in Italia, come nel resto d’Europa, non solo la società, ma anche il territorio è stato lasciato al saccheggio del libero mercato. E ricordo che in quelle aree non sono scomparse solo le economie agricole. I contadini, i pastori, i boscaioli che le abitavano, anche se spesso in reciproco conflitto, vigilavano e curavano il territorio: inalveavano le acque, riparavano i muretti, ripulivano i boschi, intervenivano prontamente sulle piccole frane e sugli incendi, ecc. Oggi quegli habitat sono incustoditi. Sicché le aree di valle e costiere sono ormai prive delle difese che, a monte, un tempo filtravano e contenevano il precipitare delle acque e le frane dell’Appennino.
Colline spopolate e pianure costiere intasate.
Ma allo spopolamento delle aree interne oggi corrisponde un’altra novità storica: l’intasamento delle pianure e colline litoranee e la loro vasta cementificazione. Vale a dire un’area geografica dove negli ultimi decenni si è addensata una fitta popolazione che ha abbandonato i paesi interni e costituisce ben il 28,2 % della popolazione italiana, secondo dati dell’Annuario Statistico dell’Istat del 2022. Una concentrazione demografica che grava su un territorio occupato, oltre che da piccole aziende, da infrastrutture vitali per l’economia del Paese: ferrovie, strade, porti, porticcioli pescherecci e turistici, centri balneari, acquedotti, depuratori, canali, ecc. Si tratta dunque di un’area territoriale di elevato valore economico, destinata a diventare sempre più vulnerabile da eventi come quello del 22 e 23 gennaio, ormai diventati frequenti in un Mediterraneo sempre più caldo e tropicalizzato. Una condizione aggravata dal fatto che, mentre le tempeste esaltano la forza distruttiva del mare, sono simultaneamente accompagnate da precipitazioni intense che investono le immediate alture, solitamente interessate da processi franosi di varia gravità. Niscemi, il paese della Sicilia che precipita, è solo l’ultimo simbolo della fragilità del nostro territorio. Com’è noto, infatti, anche l’Italia interna non sta poi così bene e danni milionari investono e si cumulano annualmente in questa o quella regione, da ultimo l’Emilia-Romagna). Dunque la condizione drammaticamente inedita in cui si trova quella che possiamo considerare la “polpa” del territorio italiano è di essere sempre più minacciata dalle tempeste del mare e dai disordini erosivi delle alture che attraversano l’intera Penisola e soprattutto il Mezzogiorno.
A tutti oggi dovrebbe essere finalmente evidente, anche a fronte del carattere violento che assumono i fenomeni atmosferici, che questo inedito squilibrio nell’assetto del nostro territorio costituisce la più grave questione ambientale d’Italia. Ed è facile prevedere che nei prossimi anni non solo i governi dovranno sborsare risorse ingenti e crescenti per la ripresa di economie danneggiate, da cui dipende la vita di milioni di persone, ma dovranno ripensare il rapporto tra insediamenti e territorio in molte aree, le quali rischiano di diventare difficilmente agibili per gran parte dell’anno. Si deve comprendere che abitare sulle coste italiane e le valli litoranee, soprattutto del Sud, comporterà costi crescenti di riparazione e manutenzione, oltre alla costituzione di nuove condizioni di abitabilità in molte aree. Nei bilanci nazionali di un paese che vuole avere un futuro non solo urgono risorse per sanità e scuola, ma anche per vivere sul suo territorio. La storia secolare del nostro Paese ce lo insegna. Il nostro suolo non è “fermo”, come dicevano gli ingegneri e gli agronomi dell’800, simile a quello della Francia, della Germania, della Spagna. Esso ha continuamente bisogno di investimenti per essere reso umanamente abitabile ed economicamente sfruttabile. Una classe dirigente che progetta di investire decine di miliardi in armi, sottratte al PIL di un paese indebitato, che difficilmente potrà crescere sul piano economico nel turbolento scenario geopolitico di oggi, dove troverà le risorse per una necessità così vitale? In pochi altri casi, come in questo, appare chiaro che scegliere la strada delle armi significherà condannare a una lenta rovina quel che resta del Bel Paese.
Occorre visione e coraggio per arrestare il declino
È dunque una strada che non possiamo continuare a battere, per uscire dalla quale occorre avere idee e progetti alternativi di ampio respiro. La politica di razzistica ostilità ai flussi di immigrazione da parte del ceto politico della destra costituisce un errore paradossale e un grave danno alle nostre economie e alla nostra società. A parte l’intollerabile ingiustizia di perseguitare uomini, donne e bambini a cui, con le nostre guerre al seguito del padrone americano, o con le nostre politiche neocoloniali, abbiamo sottratto condizioni di vita dignitose nei loro paesi, non accoglierli e dar loro un futuro nel nostro è un suicidio economico. L’Italia perde costantemente popolazione, ogni anno muoiono più persone di quante non ne nascono. Ebbene, noi possediamo nelle aree interne un potenziale di ricchezza. Esse possono tornare ad essere luoghi di economie, soprattutto di agricolture biologiche e di qualità, di piccole imprese di trasformazione alimentare, di acquacoltura, di piccolo allevamento avicolo, oltre che di piccolo bestiame, di turismo, di selvicoltura e di piccola industria di lavorazione del legname, ecc. Queste terre ora deserte devono diventare di nuovo luogo di produzione di beni e benessere. Perché è la scomparsa di queste economie che ha svuotato di abitanti i tanti paesi del nostro Mezzogiorno e di altri centri della Penisola. Ma non dimentichiamo che sempre in aree di altura noi possediamo un vasto patrimonio abitativo che va in rovina. Palazzi, case, stalle, frantoi, magazzini abbandonati. Come non renderli utili, facendoli abitare da popolazione giovane che vuole costruirsi una possibilità di vita? Tanto più che ad essa sarebbe possibile offrire possibilità di lavoro e di gestione di piccole imprese economiche.
Dunque, vastissime aree collinari del nostro Mezzogiorno, oggi abbandonate, potrebbero rifiorire grazie a nuove e antiche economie attraendo le forze che possono praticarle. Senza considerare il vantaggio che ne trarrebbero tantissime aziende agricole, si pensi soltanto a quelle olivicole, così predominanti nel Centro-Sud, che oggi soffrono in maniera crescente la mancanza di manodopera esperta. Le campagne abbandonate rendono sempre più difficoltosi i lavori stagionali per mancanza di braccia e di una regolazione dignitosa del lavoro agricolo. E allora come non vedere che questo è un fronte di rivendicazione politica di vasta portata? La possibilità di far rinascere tante aree del nostro Sud è legata a una politica di accoglienza, che non può essere tuttavia lasciata al caso caotico della disorganizzazione italiana. Fare entrare masse di migranti senza una programmazione territoriale, in assenza di un investimento economico significativo per la loro collocazione dignitosa ed economicamente utile, significa scaricare disagi sui ceti popolari delle aree marginali delle nostre città. Con le conseguenze politiche che conosciamo. Occorre investire nell’organizzazione dell’accoglienza, nella formazione e soprattutto nell’offerta di condizioni dignitose di vita, di tutela sindacale, di supporto economico per trasformare un grande problema umano e demografico in una leva di rinascita del nostro territorio e del nostro Mezzogiorno. In questo compito, come mostra il caso di Riace, appare di grande aiuto la possibilità di offrire, a chi arriva, una casa, una residenza stabile, un centro in cui vivere in comunità, dove poter stabilire rapporti umani. Ma gli insediamenti non possono essere lasciati al caso, bisogna dotare i centri di servizi (scuole, presidi sanitari), fornirli di trasporti adeguati che consentano ai nuovi abitanti facilità di spostamenti. Non si può pensare a un insediamento che somigli a una deportazione. Ma tutto questo non è pensabile come un processo spontaneo. Non è assolutamente realizzabile senza adeguati investimenti, una visione progettuale, con uno sforzo organizzativo mirato. Perché si tratta di un disegno vantaggioso e ricco di prospettive, che affronta un grave problema umanitario e sociale, quello dell’immigrazione, valorizza economicamente aree oggi infruttuose, solleva la nostra depressa economia e il declino demografico, contribuisce ad affrontare un grave problema ambientale che danneggia e minaccia l’intera Penisola. Che il governo Meloni abbia speso circa un miliardo per creare un centro di deportazione in Albania prova oggi grottescamente che esistono le risorse per realizzarlo, sottraendole a un fallimentare intento di segregazione razziale.
*Piero Bevilacqua, già docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma, si è occupato di storia del Mezzogiorno, dell’agricoltura italiana e internazionale, del territorio e di storia ambientale. Ha scritto diversi saggi sul capitalismo del nostro tempo per Donzelli, Laterza e Castelvecchi. Ha pubblicato romanzi e testi teatrali.