Giorgia Meloni e la via italiana al nuovo conservatorismo

Guido Calderon

Come il postfascismo, fin dalla “svolta” di Fiuggi, ha potuto archiviare e non mettere in discussione il proprio passato in virtù dell’adesione ai dogmi del liberismo? Si tratta di un percorso reso possibile dalla deriva della destra classica verso posizioni sempre più radicali, come illustrano i casi di Trump, Orbán e forse già di Sarkozy…   

Neofascisti, postfascisti, sovranisti o, semplicemente, nuovi conservatori? Come leggere “il fenomeno” Fratelli d’Italia e il profilo politico e culturale del partito guidato da Giorgia Meloni che dallo scorso 22 ottobre guida il governo della Repubblica, la prima volta dal 1945 per un’esponente di un ambiente sorto originariamente in continuità diretta con gli sconfitti della Seconda guerra mondiale? Per tentare di cimentarsi con tale analisi converrà prima di tutto sbarazzarsi delle interpretazioni in qualche modo rassicuranti che tendono a considerare “l’altra parte” (politica) rispetto a sé come immutabile, monolitica, incapace di misurarsi con la modernità e le sfide che implica e quindi, in buona sostanza, non degna di essere studiata fino in fondo perché considerata come sempre uguale a se stessa. Si tratta del punto di vista di chi una volta decretato che il fascismo è e rimane sempre la medesima cosa non ritiene necessario approfondire il tema giudicando sufficiente un computo del numero di saluti romani che vengono eventualmente esibiti e delle frasi di sapore nostalgico che sono in caso pronunciate.

QUANTI FASCISMI?

Una modalità di osservazione che spesso traduce più la volontà di ribadire la propria identità – in questo caso un antifascismo un tantino di maniera che non sembra cogliere il pericolo quando sopraggiunge in forme inconsuete o sotto mentite spoglie – che il tentativo di comprendere fino in fondo la portata della sfida di fronte a cui si è costretti a porsi. Senza contare che parlare sempre genericamente di “fascismo” sembra escludere come il fenomeno si sia posto in realtà in forme e declinazioni tra loro anche molti distanti e diverse (esprimendo un repertorio molteplice  che potrebbe invece tornare utile consultare proprio a fronte dell’attuale emergenza di nuove destre estreme): dal Ventennio mussoliniano e dai fenomeni europei tra le due guerre mondiali, tutti legati alle potenzialità dello Stato-nazione, alle dittature latinoamericane degli anni Settanta, da alcuni studiosi valutate alla stregua di prime drammatiche traduzioni autoritarie dei progetti del neoliberismo (David Harvey), solo per citare due esempi.

LA DESTRA PLURALE ITALIANA

Questa impostazione sembra inoltre escludere che per capire quanto sta accadendo, e non solo in Italia, ci si debba occupare soltanto delle culture delle destre estreme emerse nella prima metà del Novecento e non delle forme che il fenomeno è andato acquisendo nella seconda metà del secolo scorso e, in modo ancor più evidente, nel corso degli ultimi decenni. Guardare esclusivamente alle forze politiche o alle linee di pensiero che traggono una qualche ispirazione dal passato fascista, o dai suoi epigoni in questo o quel paese, ritenendo di aver per questa via svolto il proprio compito fino fondo, significa viceversa non tener conto delle profonde mutazioni intervenute in quel campo e di come sia invece in qualche modo nel segno della “destra plurale”, capace di unire e fare sintesi tra diverse culture e tradizioni ideologiche, che si sta imponendo un nuovo radicalismo reazionario a vocazione governativa e di massa: elemento illustrato per altro in maniera evidente proprio dal “laboratorio italiano” fin dalla nascita del primo governo Berlusconi nella primavera del 1994 di cui, accanto a Forza Italia e all’allora Lega Nord, faceva parte anche il Msi, trasformatosi in Alleanza Nazionale solo dopo alcuni mesi. In questo senso, indagare l’avventura postfascista fino al suo, rivendicato, attuale approdo in seno ad uno nuovo conservatorismo di ispirazione radicale quando non estremista, non significa in alcun modo negare la pericolosità della situazione, quanto piuttosto aver presente che minacce e sfide non vengono tanto dall’evocazione di un passato irriproducibile, bensì da una possibile ipoteca posta sul futuro. Il primo passo riguarda perciò la comprensione di quanto è accaduto nel frattempo in seno a quel mondo conservatore che la storia, perlomeno fino al 1945 aveva visto schierato, non senza qualche ambiguità come, su tutti, l’interesse britannico, tra i Tory come tra l’aristocrazia, nei confronti dell’Italia di Mussolini o del Terzo Reich, in modo deciso contro i fascismi. Quale che sia la fase che si intende indicare come “punto di svolta”, anche se probabilmente si tratta di vicende che si iscrivono in un medesimo percorso, le une come conseguenza di lungo periodo delle altre, è chiaro come ci si trovi di fronte ad una tendenza in grado di mutare definitivamente la geografia politica che si era soliti considerare come immutabile fin dal Novecento.

DA THATCHER E REAGAN A TRUMP E BOLSONARO

Da un lato c’è il portato dei governi Thatcher e Reagan che per tutti gli anni Ottanta guidarono da Londra e Washington non solo la rivoluzione neoliberista, ma anche una sorta di controrivoluzione reazionaria che aprì la strada ad una progressiva appropriazione da parte delle destre “in doppiopetto” dei temi cari agli estremisti o, appunto, a ciò che nelle rispettive realtà nazionali più assomigliava al radicalismo di ispirazione fascista: sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti il riemergere della questione razziale; i crescenti toni identitari dei Tory, la cui filiazione è riemersa trent’anni più tardi nella sciagurata gestione del referendum sulla Brexit; l’abbraccio, negli Usa, con la destra evangelica e con le teorie neo-nativiste in grado di minare alla radice la fiducia e il ruolo stesso delle istituzioni federali, come sarebbe emerso drammaticamente durante la presidenza Obama, favorendo infine l’ascesa di Trump. Dall’altro, proprio a partire dalla presa, per altro un po’ meno salda dopo le elezioni di Midterms, di una figura come quella di Donald Trump sul Partito repubblicano, la formazione conservatrice del maggiore paese dell’Occidente, si può capire quanto sia mutato perlomeno nel corso dell’ultimo ventennio il profilo e la proposta politica della “destra classica”. Pur con le evidenti specificità e differenze nazionali, sono ascrivibili a vario titolo a questa tendenza, che mescola in proporzioni variabili caso per caso sovranismo, populismo, critica alle forme tradizionali della rappresentanza democratica e dell’articolazione dei diritti dei cittadini, talvolta xenofobia, figure come quelle di Bolsonaro, Orbán, i vertici del partito Diritto e Giustizia (PiS), fondato nel 2001 da Lech e Jarosław Kaczyński, che guida lo stato polacco ma, per estensione, si potrebbero probabilmente includere in tale elenco figure come quelle degli ex premier, austriaco, Sebastian Kurz, britannico, Boris Johnson e, via via, fino a Silvio Berlusconi, la cui Forza Italia, dopo aver governato con Msi/An e Lega entrò nel Partito popolare europeo già alla fine degli anni Novanta. Esempi analoghi arrivano poi da altri paesi, come la Danimarca, la Repubblica Ceca, la regione fiamminga del Belgio e viene da chiedersi se anche Nicolas Sarkozy, alla guida della Francia tra il 2007 e il 2012, non abbia incarnato una simile tendenza, in particolare nell’aver eletto a principio di governo quello spirito anti-’68 che ritorna ancora oggi sullo sfondo delle scelte dell’esecutivo Meloni.

UN’AGENDA RADICALE PER I CONSERVATORI

Ciò che emerge da questo quadro necessariamente sintetico è come l’agenda politica di forze a vario titolo ricollegabili alla destra conservatrice abbia finito per coincidere sempre più spesso con quella degli estremisti di destra. “Una situazione che – come spiega il politologo olandese, e docente negli Usa, Cas Mudde – in molte parti d’Europa come negli Stati Uniti indica prima di tutto il totale fallimento ideologico del conservatorismo tradizionale”. E non a caso, sulla scena internazionale a fare da trampolino di lancio alla legittimazione di Fratelli d’Italia e della sua leader, prima delle elezioni del 25 settembre scorso, ha contribuito almeno in parte anche la guida del Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti (Erc) al Parlamento europeo, cui fino alla Brexit appartenevano anche gli esponenti dei Tory, forte di 63 deputati, che auspica un’alleanza con i popolari in grado di orientare verso destra le scelte della Ue. Questo, malgrado del gruppo facciano parte tra gli altri, accanto al già citato PiS polacco, gli esponenti spagnoli di Vox e i Democratici Svedesi, formazioni non certo note per le loro posizioni moderate o per il background rispettabile dei loro membri. Proprio all’indomani del voto che ha portato Meloni a Palazzo Chigi, si era svolto del resto in un hotel della capitale un convegno programmato da tempo dal titolo «Italian conservatism», il cui parterre illustrava bene il senso che il termine conservatore va assumendo alla luce delle trasformazioni fin qui descritte. Accanto ad esponenti dei Democratici Svedesi e di Vox, alla kermesse romana – cui ha preso parte anche Gennaro Sangiuliano, ex missino e all’epoca ancora direttore del Tg2, intervenuto al dibattito “Per una nuova egemonia culturale” – hanno partecipato figure di primo piano del Danube Institute, un think tank che opera sul terreno culturale per conto del governo di Budapest sotto la direzione di John O’Sullivan, un giornalista britannico che è stato tra i più stretti collaboratori di Margaret Thatcher, oltre al politologo portoghese Jaime Nogueira Pinto, già sostenitore di Salazar, lo storico belga David Engels, studioso del pensiero di Oswald Spengler sul «declino dell’Occidente» e il docente dell’Università di Dallas Gladen Pappin, tra i fautori del «laboratorio culturale» che ha fatto del Texas la roccaforte della destra statunitense. Quasi una rappresentazione plastica dell’identità plurale che intende definire “il conservatorismo italiano” (Francesco Giubilei) e all’interno della quale non si fa con tutta evidenza alcuna differenza tra il thatcherismo , l’evocazione della “democrazia autoritaria” di Orbán e il postfascismo di Fratelli d’Italia.

TRA DRAGHI E FIUGGI

Se la collocazione atlantica e il profilo di continuità rispetto alle politiche di Mario Draghi, elementi chiaramente ribaditi dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, indicano la compatibilità con la governance internazionale di un partito le cui radici ne farebbero altrimenti, almeno in potenza, una forza anti-sistema e una possibile minaccia per un paese fondato sul piano normativo e costituzionale sull’antifascismo, viene da chiedersi se non ci si trovi di fronte ad una sorta di grande equivoco. Vale a dire che quello che passa per il “mito fondativo” del rinnovamento della destra italiana che traeva origine dall’eredità di lungo corso del fascismo e del neofascismo, il congresso della “svolta” di Fiuggi che si celebrò tra il 25 e il 27 gennaio del 1995 (Piero Ignazi) e vide la trasformazione del vecchio Msi nella nuova An, antesignana, malgrado attraverso un percorso piuttosto tortuoso di Fratelli d’Italia, sancì certamente la nascita di un partito di massa che rinunciava ai simboli identitari di un tempo a favore di un protagonismo concreto nell’arena politica, ma che nel regolare i conti con il Novecento abbandonava il fascismo più a favore di un’accettazione delle dottrine liberiste che non delle radici della democrazia repubblicana. Per questa via oggi il superamento del passato appare consumato più nei termini di un’archiviazione che non di una messa in discussione: la violenza dei contenuti del nuovo conservatorismo non deve però trarre in inganno, il problema non sono gli spettri che vengono dal passato, ma il mettere in dubbio nel presente le basi stesse della cultura democratica.         

Bibliografia:

David Harvey, “Breve storia del neoliberismo”, il Saggiatore, 2007     

Cas Mudde, “Ultradestra”, Luiss, 2021

Francesco Giubilei, “Storia della cultura di destra”, Giubilei Regnani Editore, 2018

Pero Ignazi, “Postfascisti?”, il Mulino, 1994  

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