Globalizzazione capitalistica, decolonizzazione, ricolonizzazione

Stefano G. Azzarà*

La fine della Guerra Fredda e l’inizio della guerra globale dell’Occidente: la madre di tutti i “fascismi”

[…] Se fino alla Guerra del Libano molto estesa è stata la solidarietà verso i palestinesi e in generale i popoli coloniali, nel corso degli anni Novanta qualcosa stava già cambiando, secondo una linea di fuga che in poco tempo avrebbe mutato drasticamente lo scenario internazionale e il clima politico generale. La Guerra Fredda si era conclusa e l’Unione Sovietica e il campo socialista erano stati abbattuti, spezzando la memoria unitaria della storia delle discriminazioni. L’Occidente a guida statunitense trionfava e si preparava a imporre il proprio progetto di un mondo unipolare: la costruzione di una sorta di impero universale incardinato su una precisa gerarchia che agli interessi di Washington avrebbe coordinato in posizione subalterna, uno dopo l’altro, quelli dei suoi vassalli europei, prima quelli più entusiasti e poi a ruota anche quelli più riottosi come la Germania o la Francia. Poteva non impattare questo cambiamento di fase sui grandi processi della decolonizzazione in corso e sulla decostruzione dell’orientalismo, ma anche sulla lettura generale dell’esperienza coloniale euroamericana?

La cosiddetta globalizzazione capitalistica è stata lo strumento di politica economica con il quale quel centro di comando avrebbe dovuto rimodellare il mondo, attraverso l’apertura dei mercati fino a quel momento ancora in parte chiusi e la diffusione di un principio del libero scambio che camuffava con un nobile nome uno scambio che era invece decisamente iniquo, in quanto perpetuava già a monte e nella sua struttura i rapporti di subordinazione e dominio. Ma la dimensione economica non è mai stata disgiunta, in quel progetto che esprimeva la logica stessa del bisogno di espansione imperiale, da quella militare. Ed è stato con l’attacco all’Iraq che la rioccidentalizzazione imperiale del mondo ha cominciato a essere implementata, attraverso una catena pressoché ininterrotta di guerre – alcune con la copertura di un’Onu condizionata dai nuovi rapporti di forza globali ma molte altre senza nemmeno questa legittimazione coatta minimale, ad attestazione del delirio di onnipotenza e del senso di impunità degli Stati Uniti e della Nato – che è arrivata sino ai nostri giorni e ha mutato di nuovo e significativamente, dopo i decenni della Guerra Fredda, i caratteri della politica internazionale ma anche di quella interna ai singoli paesi.

Ci si interroga oggi sulla crisi incalzante della democrazia liberale, sull’avanzata a quanto pare inarrestabile delle destre e dei pericoli autoritari all’interno dei regimi rappresentativi e sul riemergere dell’intolleranza, del razzismo, e della xenofobia. Da più parti si grida anche al possibile ritorno di pulsioni fasciste o fascisteggianti, chiamando le forze democratiche e responsabili di ogni orientamento a mettere da parte le differenze e a unirsi in un fronte comune in difesa delle istituzioni liberali. È un appello che ha un suo senso, certo, dal momento che la sinistra liberale è sempre preferibile all’ala destra di quell’impostazione; ma che suona oggi decisamente ipocrita e in ritardo, gonfio di lacrime di coccodrillo. Ben pochi, infatti, tra coloro che se ne fanno promotori e che interpretano sistematicamente l’avanzata autoritaria come una sorta di infezione che aggredisce un corpo di per sé sano provenendo subdola dall’esterno – ossia dall’asse delle “autocrazie” che a loro dire assedierebbero la democrazia liberale –, collegano questo fenomeno generalizzato di slittamento a destra o all’estrema destra dei sistemi politici occidentali alla sua vera origine, ossia alla rottura programmatica di quel tabù della guerra che era stato il lascito più importante che le popolazioni europee avevano saputo ereditare dalle macerie del secondo conflitto mondiale; una rottura che, oltretutto, loro per primi avevano attivamente e a volte entusiasticamente promosso, in continuità con la storia di una parte considerevole dei ceti intellettuali e politici occidentali.

Eppure dovremmo saperlo, avendolo vissuto in quanto popolo europeo in prima persona: non è stato il fascismo internazionale storico anzitutto una tragica conseguenza della Prima guerra mondiale, dei suoi presupposti nel conflitto inter-imperialistico tra le grandi potenze dell’epoca, dei troppi nodi irrisolti che il Trattato di Versailles aveva lasciato sul terreno, anzitutto proprio a proposito delle diverse questioni nazionali e in generale della costruzione di un ordine democratico tra le nazioni? E non erano stati proprio i liberali, tanto in Italia quanto in Germania, ad aprire le porte al fascismo e al nazismo nella prima metà del Novecento, al fine di arrestare il bolscevismo insito nella democrazia di massa, salvo un attimo dopo – quando era troppo tardi – scrivere o sottoscrivere manifesti antifascisti? Ed è così strano, allora, che, nel momento in cui la guerra è stata rilegittimata dalle principali potenze come normale strumento di gestione delle contraddizioni del mondo e l’idea di un primato imperiale è tornata a essere considerata normale – così come normale tornava a essere l’idea di una superiorità di civiltà dell’Occidente sul mondo dei barbari incapaci di autogovernarsi e di un diritto del medesimo Occidente a imporre su questi la propria supremazia –, siano state in primo luogo le pulsioni di destra a risultarne sollecitate e favorite? È difficile capire che l’uso della forza e della violenza sistematica dall’alto – legittimata sul piano teorico sin dagli anni Settanta con la riesumazione della dottrina scolastica della guerra giusta, tramite la quale Walzer riassorbiva nell’alveo liberale il movimento pacifista che aveva manifestato contro il Vietnam e che lo stesso Walzer avrebbe riproposto come attuale per i conflitti più recenti che si sarebbero svolti «in posti come Gaza, l’Afghanistan e lo Sri Lanka, dove eserciti di uno Stato combattono contro forze terroriste ribelli», e che all’altezza della prima Guerra del Golfo sarebbe stata richiamata anche da Norberto Bobbio – è inevitabilmente l’apripista di una normalizzazione della forza e della violenza anche nella società civile e a tutti i livelli, dai rapporti economici tra le classi, al costume politico, allo stesso dibattito culturale?

Il revival del colonialismo e il progetto liberale bipartisan di ricolonizzazione del mondo

L’offensiva occidentale di fine XX secolo, in ogni caso, ha comportato inevitabilmente una crisi che ha messo in discussione il decorso del processo di decolonizzazione, al quale è stato a un certo punto contrapposto un vero e proprio ambiziosissimo progetto di ricolonizzazione planetaria di fatto. Abbiamo così assistito, proprio a partire dagli anni Novanta, assieme alla rivalutazione morale della guerra d’aggressione, a una rilegittimazione dello stesso colonialismo di un tempo, alla quale ha fatto eco l’auspicio di un colonialismo di tipo nuovo.

Troppo severamente era stata giudicata l’espansione occidentale avvenuta nel corso dell’età moderna e culminata con l’imperialismo. Se c’erano stati eccessi innegabili nell’affermazione del potere del mondo bianco, eccessi che in taluni casi hanno comportato anche la sofferenza delle popolazioni investite da questa dinamica, prevalente andava invece giudicata la spinta positiva di civilizzazione e modernizzazione che il colonialismo aveva innescato nel Terzo Mondo. Minimizzando i primi, era finalmente possibile esaltare questo secondo aspetto, tanto più che la riaffermazione del primato dell’Occidente su un pianeta riottoso sembrava essere la conseguenza inevitabile della conclusione liberale della storia: venuti meno i precedenti equilibri, era a questo punto possibile far riconoscere al mondo la superiorità del modello democratico e, laddove questa superiorità non venisse ammessa spontaneamente dai ceti dirigenti locali, appariva ai più persino doveroso imporla con la forza; esportando questa democrazia salvifica attraverso una gigantesca e ininterrotta operazione di polizia internazionale – Infinite Justice! – che in nome dell’umanità avrebbe ricondotto alla ragione quelle entità criminali e banditesche, le quali, nel loro fanatismo nazionalista e fondamentalista, non avevano voluto riconoscere la legittimità del nuovo ordine mondiale unipolare e sottomettersi all’unica civiltà possibile e alla sua definizione dei valori.

È un progetto che, nel revocare la forma di coscienza condivisa che aveva presieduto alla Seconda guerra mondiale e nello spezzare l’unità della memoria anticoloniale-antifascista, ha attraversato numerose varianti. E che, dapprima dissimulato o imbellettato, viene rivendicato ormai in maniera esplicita e orgogliosa, a volte senza nemmeno più agitare l’obiettivo della democratizzazione universale e della presunta liberazione dei popoli dai loro “dittatori”; tanto che può essere esposto punto per punto senza provocare scandalo, oggi, nelle parole del Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, Marco Rubio, nel discorso da questi tenuto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. L’Occidente rimanga unito in una «nuova alleanza» sotto la direzione degli Stati Uniti, come quando sconfisse la minaccia comunista. E fermi il declino ritornando, senza vergognarsene – e senza vergognarsi di riarmarsi e combattere per il proprio stile di vita –, al colonialismo e agli imperi, dice pressoché alla lettera Rubio; mentre l’Europa “democratica” – che nei giorni di festa si allarma a parole per la deriva a destra e vorrebbe rappresentare un’alternativa al trumpismo, ma che nei giorni feriali si prepara ad allearsi con le nuove forze eversive che montano in tutto il continente – lo applaude con poco convinte distinzioni, pregustando già le briciole del bottino:

«Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo.

Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, si stava contraendo. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e da rivolte anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e steso la rossa falce e martello su vaste aree della carta geografica negli anni a venire.

In questo contesto, allora come oggi, molti giunsero a credere che l’era del dominio dell’Occidente fosse giunta al termine e che il nostro futuro fosse destinato a essere una debole e flebile eco del nostro passato. Ma insieme, i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, ed era una scelta che si rifiutarono di compiere. Questo è ciò che abbiamo fatto insieme in passato, e questo è ciò che il Presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora, insieme a voi».

Assicurare la continuità del predominio euroamericano, dunque, oggi come è stato fatto ieri:

«Ed è per questa ragione che non vogliamo che i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe ancora più deboli. Vogliamo alleati in grado di difendersi, così che nessun avversario sia mai tentato di mettere alla prova la nostra forza collettiva. Ecco perché non vogliamo che i nostri alleati siano incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e del loro retaggio, che comprendano che siamo eredi della medesima grande e nobile civiltà e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di difenderla.

Ed è per questo che non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai infranto piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per ripararlo, perché noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del declino controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana. Ciò che vogliamo è un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche ma un malessere fatto di disperazione e compiacimento. Un’alleanza – l’alleanza che vogliamo – non è paralizzata nell’inazione dalla paura – paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia. Vogliamo invece un’alleanza che corra coraggiosamente verso il futuro. E l’unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli».

Una rinnovata alleanza per un nuovo secolo occidentale, allora, in un’offensiva nella quale la maschera della guerra difensiva preventiva contro i nemici dell’unica vera civiltà è ormai quasi solo un’abitudine retorica nemmeno troppo necessaria:

«Un’alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione che ci consenta di plasmare il nostro destino – non un’alleanza che esiste per gestire una sorta di Stato sociale globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un’alleanza che non permetta che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del suo controllo; un’alleanza che non dipenda da altri per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un’alleanza che non conservi la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i tanti e che chieda il permesso prima di agire. E soprattutto, un’alleanza basata sul riconoscimento che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme qualcosa di unico, distintivo e insostituibile, perché questo, dopotutto, è il fondamento stesso del legame transatlantico.

Agendo insieme in questo modo, non solo contribuiremo a recuperare una sana politica estera. Ci restituirà una più chiara percezione di noi stessi. Ci restituirà un posto nel mondo e, così facendo, respingerà e scoraggerà le forze di distruzione della civiltà che oggi minacciano sia l’America che l’Europa.

[…] E sono qui oggi per chiarire che l’America sta tracciando la strada per un nuovo secolo di prosperità e che ancora una volta vogliamo farlo insieme a voi, nostri amati alleati e nostri più vecchi amici. (Applausi.)

Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia; con un’Europa che abbia lo spirito creativo della libertà che ha mandato navi in ​​mari inesplorati e ha dato vita alla nostra civiltà; con un’Europa che abbia i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere. Dovremmo essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato insieme nel secolo scorso, ma ora dobbiamo affrontare e cogliere le opportunità di un secolo nuovo, perché il passato è passato, il futuro è inevitabile e il nostro destino comune ci attende. Grazie. (Applausi)».

Questo revival del colonialismo, che oggi viene celebrato con franco e sincero orgoglio dall’amministrazione Trump di fronte agli impotenti rappresentanti delle nazioni europee, non è affatto, però, una clamorosa novità, come sostiene la liberaldemocrazia spiazzata e intimidita dal nuovo corso statunitense; perché viene in realtà ripresentato e praticato da almeno tre decenni, nel consenso dell’establishment liberale di ogni orientamento, come autodifesa preventiva dell’Occidente assediato, o come punizione dei dittatori ed educazione alla democrazia dei popoli incapaci di autogovernarsi. E se le sue conseguenze si stanno rivelando oggi devastanti per il mondo intero e per lo stesso ordinamento del diritto internazionale, è chiaro che questo progetto neocoloniale non poteva che impattare drammaticamente sin dall’inizio e in maniera particolare – per concentrarci sul tema che ci riguarda – tanto sulla concreta sorte dei palestinesi, quanto sul sentimento dell’opinione pubblica occidentale nei loro confronti: favoriti da una straordinaria simpatia trasversale prima, i palestinesi saranno sommersi da una altrettanto straordinaria indifferenza o persino ostilità da quel momento; dal momento, cioè, in cui l’offensiva occidentale è ripartita. Se l’Occidente è in guerra e questa guerra si svolge in una parte considerevole nel Medio Oriente e nel cuore della civiltà islamica, infatti, è evidente che di questa guerra proprio Israele – un paese che dell’Occidente è divenuto ormai parte a pieno titolo, dopo la cooptazione postbellica nella comunità dei bianchi di quegli ebrei che, pure, l’Europa aveva «vomitato» via da sé – costituisce l’avamposto o l’«avanguardia», collocandosi alla prima linea in un ambiente ostile e pericoloso nel contesto di un huntingtoniano scontro di civiltà…

Estratto da: Dov’è Dio dopo Gaza? Il genocidio postmoderno e la crisi dell’universalismo liberale, di prossima uscita presso Mimesis


*Insegna Storia della filosofia all’Università di Urbino. Il suo lavoro si concentra sulla comparazione delle grandi tradizioni filosofiche e politiche del XIX e XX secolo: conservatorismo, liberalismo, materialismo storico.

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