I diritti umani

Alberto Bradanini[1]

I rivoluzionari sono uccisi dai controrivoluzionari. 

I non-rivoluzionari o sono presi per rivoluzionari e

sono uccisi dai controrivoluzionari, oppure sono presi

per controrivoluzionari e sono uccisi dai rivoluzionari;

oppure non sono presi per nessuno dei due e sono uccisi

sia dai rivoluzionari che dai controrivoluzionari” 

(Lu Xun)

1. La prima cautela, nell’affrontare il tema dei diritti umani, è quella di non cadere nella trappola della strumentalizzazione, dove l’idea sostituisce il fatto. Lo spazio è poco, e la complessità elevata. Inevitabile, dunque, il rischio di essere apodittici. Per cominciare, convince poco la narrazione che l’Occidente, il regno del Bene, sia rispettoso dei diritti umani (con qualche ammessa sbavatura) diversamente dal regno del Male – quello resistenteall’omologazione americanista di F. Fukuyama (democrazia liberale ed economia di mercato) -, mentre i territoriintermedi, il cosiddetto mondo emergente, dipendono dal fronte cui aderisce. Ma andiamo con ordine.

Come noto, i diritti elencati nella Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite (1948) sono figli dell’etica occidentale, caratterizzati dunque sul piano filosofico e ideologico. Tale narrazione di parte pretende che i paesi poveri (perennemente emergenti) rispettino l’ermeneutica formale della loro determinazione, a scapito di quella materiale.  

L’art. 3 del Testo in questione recita: “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza”. Nella lunga elencazione che segue, non manca il riferimento al diritto alla proprietà personale (art. 17), della quale l’individuo non può “essere arbitrariamente privato”. In termini di attenzione sociale, uno spiraglio si apre all’art. 22: “ogni individuo … ha diritto alla sicurezza socialenonché alla realizzazione … dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e … personalità”. Mai, tuttavia, la Dichiarazione fa riferimento ai principi di equità e giustizia sociale, comunque questi si vogliano intendere, o ad eventuali impegni a carico dello Stato per favorirne la fruizione.

Ora, la logica suggerisce che il primo dei diritti elencati (quello alla vita) riceva la massima priorità rispetto agli altri, pur rilevanti. Per i paesi che aspirano a uscire dal sottosviluppo la conquista dei diritti economici, vale a dire quella condizione materiale che garantisce agli esseri umani sopravvivenza e vita dignitosa, andrebbe collocata in cima alle priorità. Non è sempre così, come sappiamo, per svariate ragioni. Anche perché, su questo percorso, tali paesi devono fronteggiare la voracità del regno del Bene che, sconfitto nelle guerre anticoloniali del secondo dopoguerra, mira a riguadagnare i privilegi perduti con politiche neocoloniali, conflitti, finanza, commercio predatorio. I diritti umani – la cui esegesi opportunamente aggiornata sarebbe espressione di un’etica umanistica ancor maggiore – sono stati trasformati in uno strumento distopico di silenziamento di nazioni recalcitranti all’egemonia imperiale: il catalogo dei conflitti scatenati in loro nome non necessita di essere qui riproposto.

Nel 1947, in vista dell’adozione della Dichiarazione, l’antropologo M. J. Herskovits, allora Presidente dell’Associazione americana di Antropologia, aveva proposto invano l’introduzione di tre principi di genesi relativistica: 1) ogni individuo si realizza nella propria cultura; 2) non esistono strumenti di valutazione qualitativa tra culture diverse; 3) costumi e valori valgono solo in seno a un dato sistema culturale. Una puntualizzazione, questa, che avrebbe evitato tante distorsioni di comodo, sottraendo qualche freccia all’impostura imperialistica. 

Se nella sua dimensione nazionale l’individuo moderno è uscito dallo stato di natura (la legge governa la condotta del cittadino), così non è sul piano internazionale, dove domina la legge della giungla, quella del più forte, che si fa beffa di diversità di esperienze e costumi dei popoli della terra. Sotto ogni cielo, l’essere umano persegue gli stessi obiettivi: in primis, una casa, per sé e la propria famiglia, un lavoro (possibilmente stabile), un minimo di protezione sociale, salute e pensione, in funzione delle disponibilità collettive. Le libertà formali (espressione, assemblea, stampa e via dicendo) sono considerate da alcuni paesi un lusso da affrontare successivamente o, quando possibile, far avanzare in parallelo. Eppure, ciò non è consentito, mentre l’1% di super-ricchi, che nel regno del Bene domina anche la sfera politica, si limita a gettare uno sguardo distratto sui danni collaterali (vale a dire miseria, esclusione e sfruttamento) che pure colpiscono schiere di cittadini in ogni dove. 

In Occidente, agli albori della rivoluzione industriale (la fase accumulativa), la protezione dei diritti umani era minima. Se “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, come affermava Mao Zedong, non lo è nemmeno l’uscita dal sottosviluppo, e pertanto c’è un costo pagare, che ciascuno ha diritto a vedersi riconosciuto, secondo equità. 

Non è certo la disumanità, dunque, a renderci insensibili alla retorica distorsiva dei diritti umani. È innegabile, per esempio, che le donne afgane, sotto il regime coloniale Usa (2001-2021), godevano della libertà di uscire senza velo (ma solo a Kabul!). Esse erano però altrettanto libere (si fa per dire) di vivere di stenti o essere sfruttate allo stremo, poiché i loro diritti sociali non erano certo una priorità per le ben retribuite truppe d’occupazione. Nel regno della “Grande Menzogna”, l’ideologia dei diritti umani costituisce la protesi pseudo-filosofica di legittimazione imperiale, omologata da apparati politici, mediatici e accademici: le eccezioni non mancano mai, ma non fanno la differenza. 

2. Nella dottrina giusnaturalista, essi sono poi la filiazione filosofica di quelli naturali, di cui l’uomo è titolare, primo dei quali la libertà. Per Hegel e Marx, tuttavia, i diritti umani sono figli della storia, poiché l’uomo vive solo in essa. In nessuna società primitiva essi sono stati riconosciuti e praticati naturalmente. Nel passato, l’intreccio filosofico delle due nozioni ha finito per legittimare nefandezze di ogni genere, crociate, guerre di religione, schiavismo e colonialismo, fino alla missione civilizzatrice dell’uomo bianco e ai bombardamenti etici americani contro popoli inermi, divenendo strumenti di egemonia militarista.

Il tema acquisisce una moderna sistematizzazione agli albori del capitalismo con l’empirismo liberale di J. Locke e D. Hume, cui si aggiungeranno poi A. Smith e D. Ricardo, promotori di quella disciplina che sarà chiamata “economia politica”. Quest’ultima s’impone quale scienza auto-fondativa, che rinuncia a cercare fonti esterne di legittimazione filosofica o religiosa. Per Locke, in particolare, oltre alla libertà di parola, assemblea, religione e stampa, lo Stato ha il compito di tutelare il diritto alla proprietà privata, intesa per di più senza restrizioni di specie o misura. Oggi, quando la superpotenza atlantica agita la bandiera dei diritti umani (rafforzandone all’occorrenza il potere di convincimento con bombardamenti mirati contro nazioni resistenti, purché prive dell’arma nucleare, non si sa mai!), oltre a cancellare la citata “dimensione materiale”, essi lanciano un messaggio istintivamente compreso dai neoricchi delle “nazioni-target” (Cina, altri paesi comunisti, e in misura minore Iran, Russia, Venezuela e simili), dove la tutela della ricchezza privata è tuttora precaria.

3. Prima di chiudere può risultare utile un riferimento alla Cina, essendo questa la sola nazione in grado di sfidare l’egemonismo americano. È indubbio che il comunismo novecentesco (quello cinese incluso) è rimasto orfano di un pilastro cruciale della speculazione marxiana, quella tensione verso una comunità universale di libere individualitàgiudicata sul fronte filosofico al servizio del capitalismo e su quello della prassi un rischio per la struttura di potere. Ora, se la Cina, insieme alle nazioni resistenti, fa i conti con qualche deficit ideologico o sociale, essa è però un capitolo della lotta per l’emancipazione dei popoli e contro il (neo)-colonialismo, e non costituisce per questo una minaccia alla sicurezza del regno del Bene. Al contrario, alla Cina andrebbe riconosciuto il merito straordinario di aver sollevato dalla povertà un miliardo di individui in pochi decenni, un merito che nemmeno la cosiddetta “Sinistra” – diventata complice del globalismo e della strumentalità dei diritti umani – trova il coraggio di riconoscere.  

L’imperialismo Usa odierno non è diverso nei metodi e obiettivi da quelli del passato, ma ricchezza e potere vi si sono concentrati come mai prima nella storia. Disinformazione e propaganda hanno raggiunto livelli senza precedenti, nell’entertainment, cinema, accademia e via dicendo: le elargizioni dell’industria della difesa giungono ovunque.

Il pianeta è oggi esposto a tre emergenze: a) la crudeltà di un imperialismo onnivoro che concentra ricchezze immense nelle mani di pochi, b) la distruzione dell’ambiente di vita, c) il rischio di una deflagrazione nucleare (la fine del genere umano). Il capitalismo autoritario si manifesta attraverso politiche di disciplina sociale, quelle europee di austerità (imposte da una tecnocrazia non-democratica al servizio del globalismo privato), la strategia della paura (terrorismo, disoccupazione, precariato permanente, l’invasione cinese, la Russia, il virus, l’Iran …). In America, si agitano milizie armate e solo in parte controllabili, l’irrisolto divario razziale, etnico e di benessere, le nefandezze dello stato profondo, il proliferare delle spese belliche, invasioni, conflitti diretti o per procura, e via dicendo. In Europa, al blocco unico di centro è affidato l’incaricato di sorvegliare il disagio sociale per scongiurare il punto di non ritorno: sinistra e destra si distinguono solo per i tratti somatici dei rispettivi vertici e per una diversa perizia nell’organizzare l’intrattenimento, mentre le ali estreme, a destra impraticabili, a sinistra ridotte in cenere, non contano. A fronte di ciò, la maggior parte degli abitanti della terra dispone di redditi di sopravvivenza, mentre la natura strutturale del conflitto tra dominati e dominanti è tenuta nascosta da analfabetismo politico, ritardo culturale, emarginazione e manipolazione. Tempi difficili. L’aspirazione a un mondo migliore continuerà però a sopravvivere, come insegna la storia, nel cuore degli uomini di buona volontà.


[1] Ex-diplomatico. Tra gli incarichi ricoperti, è stato Consigliere Commerciale all’Ambasciata a Pechino (1991-96), Console Generale a Hong Kong (1996-98), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2004-07), Ambasciatore a Teheran (2008-12) e a Pechino (2013-15), È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea e autore di saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018), “Cina, lo sguardo di Nenni e le sfide di oggi” (2021) e “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022). 

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