IL CAPITALISMO COME STRATEGIA
Maurizio Lazzarato*
«Se Marx ha potuto affermare ‘accumulate, accumulate! Questa è la legge e i profeti’ per un’economia capitalistica, si potrebbe anche dire : “Indebitatevi, indebitatevi ! Questa è la legge e i profeti.»
Fernand Braudel
Molti considerano Trump un pazzo. Forse lo è individualmente, ma i diversi centri di potere che lo hanno portato alla presidenza e ce lo mantengono, hanno una strategia che sembra un copia-incolla della politica dell’amministrazione Nixon negli anni ‘70.
I problemi sono gli stessi (il potere del dollaro, il rapporto con la Cina, il circuito del petro-dollaro, la finanziarizzazione e il suo rapporto con la produzione, il debito, la rendita, ecc.) e anche i metodi si assomigliano (i dazi, lo sfruttamento degli alleati per salvare l’Impero, l’uso della forza politica e militare, il fascismo, le leggi di emergenza che Trump utilizza ancora oggi) ma di segno opposto. Mentre negli anni ‘70 erano tutti segni dell’invenzione di una nuova accumulazione del capitale fondata sul dollaro e la finanza, oggi sono sintomi della fine drammatica di quel ciclo. Molti sembrano essere scandalizzati del trattamento riservato da Trump agli europei, ma non si tratta che della ripetizione del copione degli anni ‘70. Non solo gli Usa hanno deciso l’inconvertibilità in maniera unilaterale, ma Nixon invio’ John Connally, segretario al tesoro, in Europa per portare la buona novella (in realtà un grande dito medio): « Il dollaro è la nostra moneta e d’ora in poi il vostro problema « .
Il paragone con la prima crisi egemonica degli Usa a cavallo degli anni Sessanta e Settanta è molto significativo. L’economia americana non riusciva già allora a tenere il passo con la competitività della Germania e del Giappone e si sentiva minacciata dal comunismo e nazionalismi nel sud. Saranno in effetti la guerra di Corea e in Vietnam che faranno precipitare la crise dell’economia USA.
All’inizio degli anni settanta, l’Occidente deteneva l’essenziale della produzione mondiale e dell’innovazione tecnologica. Oggi la Cina e i Brics sono potenze industriali e tecnologiche, paragonabili all’Occidente e posseggono gran parte delle materie prime e energetiche, e non hanno nessun interesse a salvare la pelle dell’Imperialismo occidentale ripianando il suo passivo della bilancia dei pagamenti e tutti i loro debiti per cui sacrificare la loro economia, aprendo le porte alla finanza di Wall Street. Non sono vassalli dell’Impero come gli europei.
La grande incertezza e confusione che avvolgono le strategie di Trump trovano la loro ragione nella situazione inedita in cui si trovano ad agire: i rapporti di forza sono radicalmente mutati nel mercato mondiale. E’ questo il principale risultato delle rivoluzioni del XX secolo (la sovietica incoraggiando il socialismo dei “popoli oppressi” ha aperto la strada alla rivoluzione cinese, vietnamita, alle rivoluzioni africane, sudamericane per finire con l’iraniana) che hanno cominciato a distruggere la divisione coloniale su cui si fondava il dominio occidentale sin dalla conquista dell’America. Le rivoluzioni socialiste del XX secolo sono finite, ma i rapporti di forza tra nord e sud sono cambiati per sempre.
Ci troviamo oggi ad affrontare nodi che si sono intrecciati negli anni ‘70 e che abbiamo avuto (e in parte abbiamo ancora) difficoltà a cogliere e sopratutto a sciogliere. Ciò che accade negli anni ’70 è uno spostamento radicale della strategia degli Stati Uniti: il capitalismo finanziario al posto di quello industriale, il debito al posto del salario, gli azionisti al posto dei lavoratori, la rendita al posto del profitto. Questo rovesciamento strategico non è stato realizzato pacificamente, ma attraverso una guerra civile ibrida (‘totale’), al tempo stesso militare, monetaria, finanziaria, industriale, politica e tecnologica, matrice delle guerre contemporanee condotte da Joe Biden e Donald Trump. Finanziarizzazione e guerra civile ibrida sono gli assi della strategia della rivoluzione dall’alto e della controrivoluzione implementate simultaneamente lungo tutti gli anni ’70, che sono state riprese dalle ultime amministrazioni americane, ma in una situazione differente.
Il cambiamento di strategia degli Stati Uniti ha colto completamente di sorpresa l’intero movimento operaio. La sua politica era centrata sulle relazioni capitale/lavoro, mentre la decisione di rendere il dollaro inconvertibile annunciava la subordinazione di tutte le relazioni economiche, politiche e sociali ai rapporti creditore/debitore. Non ci siamo ancora ripresi da questo shock perché le nostre categorie, ma soprattutto i soggetti politici, erano pensati a partire dal capitalismo industriale.
Fernand Braudel potrebbe portare un contributo alla decodificazione di quest’arma di distruzione di massa della finanza, perché è uno dei pochi studiosi completamente a suo agio con questa realtà. Non è stato affatto turbato dall’egemonia del capitale finanziario, perché, nel suo lavoro, credito e finanza sono, fin dal XV secolo, i mezzi della sua egemonia e del suo comando. A differenza dell’economia ortodossa, distingue radicalmente il capitalismo dal mercato e, a differenza del marxismo, non identifica il capitalismo con la produzione (con la rivoluzione industriale) Il capitalismo costituisce una realtà diversa e gerarchicamente superiore all’economia di mercato e anche dell’impresa industriale, che comanda e sfrutta. Non è organizzato a partire dalla concorrenza e dalla finzione ideologica dell’azione razionale di individui sovrani che scambiano, ma dalla concentrazione del potere e della ricchezza nei monopoli, gestita da forze collettive.
“Il capitalismo è nato finanziario” (XV secolo). La moneta (credito/debito) è la sua forza strategica, come sottolinea anche l’economista Michel Aglietta della scuola della regolazione francese, riprendendo esplicitamente la teoria del grande storico francese.
Nonostante i limiti della definizione braudeliana del capitalismo (in particolare l’assenza del concetto di lotta di classe, perché l’industria non solo fa esplodere produttività e profitti, ma anche ostilità, opposizione, guerre e guerre civili.) Il punto di vista dello storico francese merita di essere preso in considerazione perché introduce un concetto, il capitalismo come strategia, che potrebbe aiutarci a ricucire il rapporto con le rivoluzioni. Di fatto, i rivoluzionari della prima parte del XX secolo (Lenin, Mao, Ho Chi Minh, ecc.) hanno vinto (per la prima e l’unica volta nella storia del proletariato) perché sono stati capaci di inventarsi un pensiero strategico adeguato alla realtà dello Stato e del Capitalismo della loro epoca. Braudel non è un rivoluzionario ma pone con molta lucidità la centralità della strategia, facendo del capitalismo non tanto un modo di produzione, un’economia, un’astrazione reale, ma piuttosto una strategia che tiene insieme politica e economia capitalismo e Stato.
Il capitalismo “sorveglia continuamente la congiuntura per intervenire secondo direzioni preferenziali”, cioè “sa e può scegliere il campo della propria azione (…)”. Ha la possibilità “di creare una strategia e i mezzi per cambiarla, il che definisce la superiorità capitalistica”.
Il capitalismo non si sviluppa per stadi in maniera lineare (scambio di merci, industria, finanza) e la sua forza risiede nella capacità strategica di “passare quasi istantaneamente da una forma all’altra, da un settore all’altro, in caso di grave crisi o di un brusco calo dei tassi di profitto”. In Civilisation matérielle, economie et capitalisme (1967), Braudel afferma che, grazie alla sua “relativa libertà di movimento”, il capitalismo può scegliere i settori in cui investire (o disinvestire), passando dal commercio alla manifattura, alla rendita fondiaria, al debito pubblico o all’usura.
In questo modo si può portare alle sue ultime conseguenze la concezione marxiana del “capitale come rapporto sociale”, ovvero come rapporto di potere che stabilisce una gerarchia tra chi comanda e chi obbedisce. Le relazioni di potere, il comando e la subordinazione possono essere comprese, governate o radicalmente modificate solo attraverso una strategia (e dunque presuppongono organizzazione e soggettivazione). Il capitalismo non è un automatismo, né un insieme di relazioni impersonali che in maniera miracolosa sono coordinate da un’istanza trascendente agente alle spalle degli uomini e dei loro rapporti, il mercato. L’azione delle amministrazioni americane sono delle modalità di soggettivazione della macchina Stato-Capitale, capaci di elaborare una politica ogni qual volta il suo potere è messo in discussione. Le leggi dell’economia non si impongono come della forze naturali perché possono essere modificate, cambiate, indirizzate secondo obiettivi che le strategie politiche si danno.
I rivoluzionari del XX secolo hanno avuto il grande merito di trasformare questa sentenza di Marx in strategia : « Gli uomini fanno la propria storia, ma non nelle circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione».
La rivoluzione industriale resta un fenomeno centrale anche in Braudel perché modifica profondamente il capitalismo, ma non è la sua ultima parola.
Il capitalismo investirà la produzione in modo massiccio solo con la rivoluzione industriale, quando il macchinismo trasformerà le condizioni della produzione, ampliandone enormemente il volume e produttività e quindi le possibilità di profitto. Ma l’industria non sembra essere la sua forma definitiva: il capitalismo la precede, la attraversa e la supera. Affermazione quasi profetica di Braudel: «altre opzioni oltre all’industria si offriranno nel XIX e XX secolo» quindi già nel capitalismo industriale la macchina dello Stato e del capitale aveva la possibilità di ‘scegliere’. Il capitalismo finanziario si imporrà su quello industriale già alla fine del XIX secolo (come constatato da Lenin), verrà temporaneamente subordinato nel fordismo per ragioni politiche (guerre mondiali, fascismi, bomba atomica), per poi tornare dominante dagli anni ’70, come punta avanzata della strategia capitalista che neutralizza ogni opzione rivoluzionaria.
La teoria di Braudel offre una chiave di lettura per un politico problema capitale, alla base della sconfitta storica del movimento operaio e della rivoluzione. Marx sostiene che per cogliere la natura del capitalismo bisogna penetrare i segreti della produzione sulla cui soglia è scritto «No admittance except on business», uscendo dalla sfera del mercato. Braudel, dal canto suo, raccomanda anche lui di uscire dal mercato, ma per svelare i misteri della finanza, dove la produzione è sempre necessaria, ma come base e opportunità (sottostante) della speculazione, dove il business principale è la rendita.
Nel primo caso, i lavoratori sono interni e indispensabili alla produzione e la possono bloccare, costruendo rapporti di forza, solidarietà, organizzazione ; nel secondo, il cuore del capitalisme è solo nelle mani dei capitalisti e dello Stato che, come è successo a partire dagli anni 70, hanno potuto rompere il rapporto dialettico con i lavoratori e le loro istituzioni e operare una vera e propria secessione, il rifiuto cioè di ogni mediazione economica e istituzionale.
Il credito / debito
Il principale mezzo di dominio e di sfruttamento del capitalismo è rappresentato dal credito, capace di dare ritmo e direzione agli investimenti e di agire, per anticipazione, sul futuro, determinandone la forma e il contenuto. Il credito e i capitali sono strumenti di conquista e sottomissione: «merci e capitali non hanno mai smesso di viaggiare simultaneamente; i capitali e il credito sono sempre stati il mezzo più sicuro per raggiungere e forzare un mercato esterno». Al credito e ai capitali bisogna aggiungere i cannoni e le cannoniere, capaci di aprire mercati quando questi resistono al capitalismo, come la Cina (guerre dell’oppio) o il Giappone insegnano.
L’economia viene spiegata dagli economisti attraverso il baratto e lo scambio, sui quali la moneta non avrebbe alcun effetto. Essa è un semplice mezzo per facilitare i pagamenti e la circolazione delle merci, il cui valore (utilità o lavoro) è indipendente dalla sua azione. Il valore è dato prima della moneta, sia per gli economisti ortodossi (utilità) sia per i marxisti (lavoro), cosicché la moneta appare come un semplice velo dei rapporti reali. Eppure il capitalismo è un’economia monetaria e finanziaria, in cui il valore è inseparabile dall’azione della moneta e della finanza.
«La moneta precede e determina l’ordine sociale degli scambi», è «logicamente anteriore alle relazioni di mercato» afferma Michel Aglietta.
Il credito/debito è sempre stato il punto di partenza dell’accumulazione, ma la sua affermazione definitiva arriva molto tardi. Dal XV secolo il credito ha tentato più volte di istituzionalizzarsi (prima con Firenze – XIII secolo, poi Genova – XVII, Amsterdam – XVIII). Solo con la rivoluzione industriale riesce a stabilirsi durevolmente come comando e direzione, perché sfrutta e cattura l’enorme produttività introdotta dal macchinismo. La produzione industriale serve da fondamento allo sviluppo del credito / debito, funziona da sottostante alla speculazione.
Questa stabilizzazione del credito, centro di comando e fulcro della strategia capitalistica anche nella Rivoluzione Industriale, è descritta da Marx in una serie di articoli pubblicati sul New York Daily Tribune, dove analizza l’operato del “Crédit Immobilier” dei fratelli Pereire in Francia, un monopolio finanziario concesso da Napoleone III.
In questi articoli, Marx si confronta con il sistema bancario e monetario moderno, capaci di centralizzare la liquidità. Capitale e Stato, insieme, raccolgono i risparmi e li mobilitano per determinare un salto qualitativo nel processo di accumulazione. Il “Crédit Immobilier”, precursore della finanza contemporanea, diventa proprietario della maggior parte dell’industria francese, fungendo al contempo da meccanismo di costituzione e di centralizzazione del mercato dei capitali. Agisce come capitalista collettivo, costituendo il vero governo della socializzazione del capitale. Lo scontro tra oligarchie per determinare la forma dell’industrializzazione si manifesta nel settore finanziario (i fratelli Pereire contro il potente banchiere Rothschild) e non nel capitale industriale. Anche se le banche sono ancora banche d’investimento industriale.
Sergio Bologna, ricostruendo il punto di vista di Marx a partire da questi articoli, afferma la completa convergenza — a questo alto livello strategico decisionale — tra Stato e capitale finanziario, tra economia e politica, dentro e attraverso il credito:
«Il rapporto tra nuova banca (Crédit immobilier) e il regime è molto più di una semplice convergenza […] Il potere statale e il potere economico si identificarono agli occhi della classe operaia».
Il rapporto Stato/capitale produce una macchina a due teste. Lo Stato e il Capitale hanno interessi diversi: l’uno mira alla potenza, l’altro al profitto, ma comunicano attraverso il potere, poiché il capitale, prima di essere una potenza economica, è un rapporto tra forze. Tanto lo Stato quanto il capitalismo, tanto l’economia quanto il politico sono costituiti da relazioni di potere, di comando e obbedienza. È nella strategia che si coglie meglio la loro azione reciproca: nelle scelte del capitalismo lo “Stato è talvolta suo complice, talvolta il suo ostacolo, l’unico ostacolo che possa talvolta sostituirsi a esso, escluderlo o, al contrario, imporgli un ruolo che non avrebbe desiderato”.
Il capitalismo è non de la competizione, ma del «diritto del più forte». La guerra, lungi dall’essere sostituita dal “dolce commercio”, è una forza economica: “La spartizione violenta del mondo, durante la Prima guerra mondiale, denunciata da Lenin, è meno nuova di quanto egli credesse”.
In realtà, capitalismo e Stato gerarchizzano con la forza non solo le società e l’economia, ma il mondo intero, stabilendo un’asimmetria tra centro e periferia che assume la forma della differenza tra città e campagna in Occidente e tra metropoli e colonie nel resto del mondo.
“In ogni caso, è chiaro che la ‘vera’ periferia, al margine estremo, può essere mantenuta solo con la forza, la violenza, la riduzione all’obbedienza – perché non dirlo: con il colonialismo, classificando quest’ultimo, peraltro, tra le vecchie, antichissime esperienze?”.
La critica del capitalismo concorrenziale
Il capitalismo non è mai stato concorrenziale, quindi non è mai stato liberale e l’idea che possa essere stato «progressivo» è fondata su questa lettura fuorviante del suo nascere e del suo svilupparsi. Libertà e uguaglianza non hanno mai retto neanche la circolazione, perché il mercato e il suo scambio sono delle funzioni subordinate allo scambio ineguale e alla disuguaglianza.
I tre volumi di «Civilisation matérielle, economie et capitalisme» escono lo stesso anno (1979) di ‘Nascita della biopolitica’ e costituiscono forse la critica più radicale a tutte les forme di liberalismo (classico, ordo e neo) e anche delle grandi ambiguità di Michel Foucault.
C’è un’altra significativa differenza con il marxismo. Mentre quest’ultimo legge, alla fine del XIX secolo, il passaggio dal capitalismo concorrenziale al capitalismo dei monopoli e della finance, Braudel sostiene che monopolio, credito, rendita, finanza e imperialismo definiscono il capitalismo come una grande macchina di cattura che precede, attraversa e supera la rivoluzione industriale, privandolo di ogni funzione progressiva ancora presente in Marx.
«La nozione di mercato autoregolato (…) deriva da un gusto teologico della definizione». Questo mercato nel quale «intervengono solo la domanda, il costo dell’offerta e i prezzi, che risultano da un accordo reciproco», in assenza di «qualsiasi elemento esterno», è una «creazione dello spirito».
Il capitalismo realmente esistente, suggerisce Braudel, «si appoggia sempre, ostinatamente, su monopoli di diritto e di fatto» e non sulla concorrenza né sul mercato. Grazie alla concentrazione dei capitali è capace, «nove volte su dieci, di cancellarla». Il capitalismo è un “contro-mercato” che cerca e riesce sempre a liberarsi della concorrenza e delle regole dei mercati.
Anche durante il capitalismo liberale del XIX e XX secolo, «il monopolio non ha perso i suoi diritti. Ha semplicemente assunto altre forme (…) dai trust e dalle holding fino alle celebri multinazionali americane».
Braudel apre un confronto molto interessante con Lenin (e Marx). Quando Lenin parla della sostituzione della libera concorrenza con i monopoli, aggiunge, col pieno accordo con Braudel che lo cita: «in realtà i monopoli non eliminano completamente la libera concorrenza da cui sono nati: esistono al di sopra e accanto ad essa».
Per Lenin questo nuovo capitalismo emerge alla fine del XIX secolo. Il capitalismo di Braudel, invece, non evolve in modo lineare dal mercantile all’industriale e al finanziario, né dalla concorrenza ai monopoli, poiché esiste sempre una coesistenza di diverse forme di capitalismo. L’evoluzione per stadi presuppone una linearità dello sviluppo che Braudel critica.
I due livelli (capitalismo monopolistico ed economia di mercato concorrenziale) Lenin li riserva all’imperialismo, mentre per Braudel definiscono il capitalismo prima, durante e dopo il capitalismo industriale.
L’economia concorrenziale è il parente povero del capitalismo, sempre subordinata e sfruttata da quest’ultimo. Tra i “poveri” che subiscono la concorrenza vi sono certamente i proletari, gli operai, le donne, i colonizzati, ecc., ma essa non può costituire in alcun modo il paradigma del funzionamento del capitalismo.
Nell’azione delle amministrazioni americane da Nixon in poi ritroviamo l’assenza di tutto ciò che il liberalismo considera essenziale (mercato, concorrenza, Stato di diritto, individuo) e la presenza di tutto ciò che esso dichiara estraneo alla libertà dell’impresa: monopolio, forza, guerra e guerra civile, finanza, rapporti tra forze collettive organizzate, fascisti, classi in lotta e l’azione dello Stato.
Questo sistema a due livelli – settore monopolistico e settore concorrenziale, disposti gerarchicamente – consente al capitalismo «il monopolio di diritto e di fatto, la manipolazione dei prezzi».
Non sono innanzitutto i costi di produzione né l’offerta e la domanda a stabilire i prezzi. Nel capitalismo i prezzi sono sempre stabiliti dai monopoli, che fanno salire il prezzo di mercato. Ciò che nel 1970 appariva evidente con le multinazionali è, avverte Braudel, una realtà costante del capitalismo.
«Le leggi del mercato non esistono più per le grandi imprese, capaci di influenzare la domanda tramite una pubblicità altamente efficace e di fissare arbitrariamente i prezzi».
Oggi a decidere sono i grandi speculatori. I prezzi sono determinati da scommesse speculative basate su aspettative. Se queste anticipano un aumento, i prezzi salgono rapidamente anche senza modificazioni della domanda e dell’offerta «reali».
Invece di stabilire una giusta remunerazione dei fattori produttivi, ci troviamo di fronte a un prezzo predatorio, senza rapporto con i costi di produzione. Il monopolio speculativo incassa, come ogni buon rentier, senza sforzo, si arricchisce ‘dormendo’.
L’eccezione marxista negli anni ‘70
Paul Sweezy, l’unico marxista che, a mia conoscenza, ha colto in tempo reale il passaggio al capitalismo finanziario, é, nello stesso tempo, d’accordo con Braudel su molti punti e critico rispetto a una delle sue tesi, ripresa e sviluppata da Arrighi.
L’economista americano supera il “paradigma corporate” (economia industriale dominata dalle grandi società per azioni o multinazionali) che aveva lui stesso adottato, perché sottovalutava, sempre a sua detta, la finanza. Negli anni 70, all’interno della Monthly Review, segue passo dopo passo uno scenario diverso: l’emergere di ‘capitalisti finanziari senza esperienza né interesse per la produzione’. Il capitale “diventa inevitabilmente capitale speculativo orientato esclusivamente alla propria auto-espansione”.
La tendenza alla stagflazione degli anni ’70, propria dei monopoli, trova nella crescita dell’’indebitamento di massa” (governo, imprese e famiglie) la contro-tendenza più efficace. Nel 1978 scrive: “Il fattore di gran lunga più determinante della crescita statunitense non è stato, come ci si sarebbe aspettati, l’accumulazione del capitale, ma il consumo”, finanziato dal debito.
Sweezy opera una distinzione, non tra reale e monetario (il capitalismo è sempre una economia monetaria), ma tra produttivo e finanziario. Questo non vuol dire che la finanza non abbia un rapporto con la produzione. Per Sweezy, la «casino society» incanala sicuramente risorse umane e materiali verso un ‘vuoto gioco finanziario’, ma sgonfiare la finanza non porterebbe a una attivazione delle forze produttive. Al contrario andrebbero a aumentare il serbatoio di forze inattive tipico del capitalismo dei monopoli. La ‘casino society’ non è neanche un freno alla crescita economica. Nel 1985, afferma che la crescita dell’economia negli anni precedenti «è stata quasi interamente dovuta all’esplosione finanziaria».
Il punto di vista di Braudel secondo il quale la finanziarizzazione è il sintomo del tramonto di una forma di accumulazione può’ essere messa in discussione a partire da Sweezy. La posizione dello storico francese, accentuata da Arrighi, non sembra corrispondere alla realtà. La costituzione di un mercato mondiale e di una divisione internazionale del lavoro che non ha ridotto, ma moltiplicato il numero di operai di svariati milioni, è opera della finanza come anche la riconduzione per 50 anni dell’egemonia americana. Contemporaneamente pero’, la sua dinamica ‘autonoma e auto espansiva’, fa della predazione, della rendita e della speculazione il suo inevitabile fine.
Fin dall’inizio del capitalismo esiste un doppio mercato: accanto all’accumulazione delle merci, dice Braudel, «vi è regolarmente un attivo di crediti e un passivo di debiti», cioè un mercato del denaro. Il capitalismo non si presenta solo come una «immensa raccolta di merci» (Marx), ma di un’ancora più grande e sempre crescente raccolta di assets finanziari. L’economia capitalistica non è un sistema di baratto o di semplice scambio, necessita di una City o di una Wall Street (Minsky, Sweezy, Keynes), poiché le reti finanziarie precedono produzione e distribuzione.
Accanto all’economia di mercato (D–M–D’), esiste un’economia del denaro (D–D’) che comanda e sfrutta la prima. Nel «casino society» non soltanto il settore (D-D’) può’ diventare autonomo e crescere anche se il settore (D-M-D’) stagna, ma la specificità del capitalismo contemporaneo est l’integrazione della produzione e del mercato finanziario. Imprese finanziarie e imprese non finanziarie sono integrate, come oramai è integrato il welfare e cosi ogni rapporto sociale dove circola capitale. La crisi non è dovuta alla separazione tra produttivo e finanziario, poiché sono sempre più integrati, ma allo sviluppo del capitalismo che esaspera l’estrazione del plusvalore trasformato in rendita, moltiplicando le differenze di classe.
Multipolarismo?
Non siamo ancora riusciti a sviluppare una strategia adeguata a questa nuova forma dell’accumulazione. Ma anche l’Impero ne sta cercando una disperatamente. La situazione è diversa dagli anni ‘70, perché le decisioni strategiche devono essere prese dentro una guerra mondiale a pezzi, e la macchina Stato-Capitale occidentale sembra aver perso la capacità di scegliere e cambiare rapidamente forma e settore (reindustrializzando gli Stati Uniti, come vorrebbe Trump) perché non è più unilateralmente egemone, i BRICS glielo impediscono. Questi ultimi (e in modo particolare la Cina) sembrano perseguire una strategia differente : la moneta e la finanza sono subordinate allo sviluppo della produzione e sono politicamente controllate. Banche e borse sono sotto il controllo dello Stato.
La strategia americana della guerra ibrida contro i Brics (guerra alla Russia, all’Iran, per isolare la Cina) delle due ultime amministrazioni sembra essere in grande difficoltà per il momento. Non hanno smembrato la Russia e l’Iran non è stato piegato, la Cina ho cominciato a mostrare i denti snobbando le sanzioni americane dopo aver neutralizzato i dazi. Il fallimento della guerra commerciale ha spinto gli Usa, alla intensificazione della guerra ibrida che conducono almeno da Obama (Pivot to Asia). Ma anche questa l’ultima loro arma universale, la forza armata, sembra spuntata come il dollaro, la competitività dell’economia, la forza della finanza.
Gli Usa sono seduti sul vulcano della crisi del private credit, della bolla dell’intelligenza artificiale, del debito federale. Probabilmente la cattiva situazione militare avrà delle ricadute negative sull’economia, rendendo difficile l’atterraggio morbido del declino dell’Impero americano.
La guerra contro l’Iran ha mostrato i limiti dei Brics (l’India schierata con Israele e gli Usa), ma anche la loro forza. Come la guerra contro la Russia ha rinforzato i rapporti tra quest’ultima e la Cina, la guerra in Iran costruito una più salda triangolazione tra le prime due e la repubblica islamica. Forse non è un caso che i tre paesi siano i lontani eredi eredi delle rivoluzioni più importanti del XX secolo (sovietica, cinese, islamica). Anche se molto differenti (Khomeini ha massacrato i comunisti) e tutte e tre concluse da tempo, hanno comunque cambiato i rapporti di forza nel mercato mondiale. Le rivoluzioni restano comunque delle ferite difficilmente rimarginabili per il capitalismo. E’ per questo che sono insostituibili.
Di fatto il multipolarismo si è già affermato, ma è e sarà debole, instabile, continuamente martoriato da crisi, guerre e guerre civili sobillate dagli Usa e dai loro servi Israeliani. Gli americani non si rassegneranno a ridurre il loro dominio all’Occidente, diventando un imperialismo continentale.
La diplomazia Usa è una articolazione dell’attività del Pentagono (comme la Banca Mondial, l’FMI). Mentre hanno abbassato i toni a Pechino, continuano ad ammassare truppe e mezzi intorno al golfo Persico, spingono ad armarsi il Giappone (anche nucleare), la Corea del Sud, Taiwan, le Filippine, l’Australia. Non hanno altre alternative per fermare la Cina che circondarla di guerrafondai. Operano nello stesso modo in Europa che è stata trasformata in una grande Ucraina ed è oramai combelligerante a tutti gli effetti. Non possono permettersi di perdere il Medio Oriente, per cui sembrano disposti a scatenate une mega recessione mondiale. Dunque la guerra contro i Brics e il resto del mondo continuerà più intensa. L’incontro di Pechino non ha cambiato praticamente niente. I Cinesi proseguiranno il loro sviluppo tumultuoso, gli Usa a seminare caos e guerre.
Nessuna illusione quindi. Anche con il multipolarismo (che per il momento è una guerra mondiale a pezzi), la massima di Mao, ’l’uno si divide in due’, sarà ancora vera per tutto proletariato mondiale, anche cinese, contro la confuciana « il due si compone in uno ». In che modo il multi polarismo incerto, instabile, sottomesso alle continue provocazioni Usa sarà favorevole allo sviluppo della lotta di classe sarà da vagliare da parte di un pensiero strategico che non potrà non affondare le proprie radici sulle uniche esperienze con cui abbiamo abbiamo sconfitto il nemico di classe.
Bibliografia
Michel Aglietta, La monnaie entre dette et souveraineté, Odile Jacob, 2016
Fernand Braudel Civilisation matérielle, economie et capitalisme (3 tomes), Armand Colin, 1979
Fernand Braudel, La dynamique du capitalisme, Champs / Flammarion, 2008
Michel Foucault, Naissance de la biopolitique, Gallimard/ Seuil, 1979
Paul Sweezy, Harry Magdoff Stagnation and the financial explosion, AAKAR Books, 2008
Primo Maggio, n. 1, 1973
*Maurizio Lazzarato è un sociologo e filosofo italiano, residente a Parigi, Francia dopo aver lasciato l’Italia alla fine degli anni Settanta. Autore di numerosi libri, è stato uno dei membri fondatori della redazione della rivista Multitudes ed ha sviluppato la sua riflessione in particolare sul lavoro immateriale e sul debito.