Il futuro del Mezzogiorno nel bacino del Mediterraneo: dal disastro attuale ad un possibile futuro. 

Tonino Perna*

Premessa  

La questione meridionale è morta e sepolta da quando è caduto il muro di Berlino, la Cina si è aperta al mercato mondiale, e la globalizzazione capitalistica ha reso il Mezzogiorno non più funzionale allo sviluppo economico italiano.   In pochi anni è venuta meno la cosiddetta “via adriatica allo sviluppo” che aveva portato una parte importante delle imprese del Nord-Est a decentrare in alcuni regioni meridionali parte delle lavorazioni nell’industria leggera (abbigliamento, calzature, arredi, mobilio, ecc.). Soprattutto, la domanda che proveniva dal mercato meridionale è diventata totalmente marginale per l’industria del Centro-Nord rispetto al mercato mondiale che si è andato velocemente conformando nel nuovo scenario geopolitico.  Non è un caso che proprio all’inizio anni ’90 si afferma la Lega Nord e prende corpo l’idea di una secessione della parte più ricca del nostro paese.  

In pochi anni l’agenda politica vide la sostituzione della questione meridionale con una imprevedibile ed inedita “questione settentrionale” che spostò lo sguardo politico e mediatico su quest’area.  Il Mezzogiorno era così passato dalla funzione di “esercito industriale di riserva” degli anni ’50 e’60, a fornitore dei prodotti di base dell’industria petrolchimica e dell’acciaio (politica dei “poli di sviluppo”) anni ’70, nonché a un relativamente importante mercato interno per la Pmi del Centro- Nord, a un ruolo del tutto marginale e non più funzionale alla crescita economica dell’Italia.  Non restava che una funzione che divenne sempre più importante: serbatoio di voti per il nascente partito della nuova borghesia italiana (Forza Italia).  Fu proprio il partito di Berlusconi che ottenne una valanga di voti al Sud e, di fatto, impedì la secessione (in Sicilia fece l’en plein nel 2001). La borghesia finanziaria e quella mafiosa avevano ormai unito Nord e Sud in una visione neoliberista che riduceva il welfare ma non riduceva la spesa pubblica aumentando il debito, la rendita finanziaria e la corruzione. 

La saldatura tra la classe politica e l’economia criminale è emigrata nel Centro Nord Italia, anche in aree dove c’era una storica presenza dei partiti di sinistra, nonché una tradizione civica e un capitale sociale che avevano fatto la differenza.

1. Polarizzazione territoriale e marginalizzazione del Mezzogiorno.  

Nel nuovo secolo lo stile di vita, i valori, i comportamenti dei consumatori non dividono più Nord e Sud, le forze sociali e politiche della sinistra arretrano e tentano solo di resistere in alcune aree, ma è profondamente cambiato tutto il nostro paese. Il Mezzogiorno è scomparso nell’agenda politica, salvo qualche accenno di rito che lascia tutti indifferenti. C’è sempre qualche lamentela che parte dalla classe politica meridionale sull’abbandono di questo territorio, ma ormai non trova più ascolto, è un disco rotto. Di contro, i dati ci dicono che la distanza in termini socio-economici è cresciuta, soprattutto a livello di welfare: sanità, istruzione, politiche per l’infanzia.  Basti citare un dato eclatante: la provincia di Trento spende circa 2500 euro per l’infanzia, contro 245 euro della Regione Calabria. A livello di reddito pro-capite il rapporto Sud/Nord che era migliorato dal 1961 al 1972 dal 50 al 59,3% e poi si era mantenuto, con cicliche oscillazioni, allo stesso livello fino al 2011, è oggi sceso sotto il 56%, anche se nel 2024 il Mezzogiorno è cresciuto più del resto del paese. Ma, i dati vanno interpretati. La crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno negli ultimi tre anni è legata soprattutto all’aumento degli addetti nell’edilizia e al turismo: nel solo 2024 l’edilizia ha fatto registrare un incremento del 4,3% e nel turismo dell’1,9% mentre rimane nell’industria manifatturiera l’occupazione è stabile o in declino. Ma, il dato che deve fare riflettere ce lo fornisce la Banca d’Italia: nel decennio 2008/2018 i dipendenti pubblici locali sono diminuiti del 27% al Sud, 20% al Centro e 18% nel Nord. A causa del blocco del turnover il personale che al Sud ha più di 60 anni rappresenta il 35%. Questo dato ci spiega, almeno in parte, perché gli enti locali nel Mezzogiorno non riescono a progettare, a spendere il denaro del Pnrr, a soddisfare i bisogni essenziali dei cittadini causando un diffuso malcontento nei confronti della politica e del settore pubblico.  

Ed anche le imprese non se la passano bene malgrado la diffusione delle ZES (Zone ad Economia Speciale): se consideriamo l’Irap, l’imposta regionale sulle imprese, le regioni che hanno le aliquote più alte, secondo il Ministero delle Finanze sono l Calabria, Campania, Molise, Lazio, Puglia e Abbruzzi.

La polarizzazione territoriale nel nostro paese è diventata talmente profonda che tra alcune regioni del Nord e quelle del Sud sembra di vivere in due Stati diversi: la Calabria e la Sicilia, da una parte e la provincia di Bolzano e la Lombardia dall’altra, hanno le prime un reddito pro-capite (a parità di potere d’acquisto) pari a rispettivamente 55 e 58 per cento della media della Ue, di contro la provincia di Bolzano e la regione lombarda fanno registrare un  più 150 e 129 per cento  della media Ue. 

Complessivamente il Mezzogiorno nel XXI secolo è diventata una delle aree più impoverite e marginali della Ue, sicuramente l’area più vasta, in termini di territorio e popolazione, con una media del reddito pro-capite, a parità di potere d’acquisto, sotto il 60% della media europea.       

 Infine, osservando i dati sull’incidenza dell’economia illegale sul totale (2021).  La prima è la Calabria con il 19,2%, seguita dalla Campania 18%, Puglia 17,6%, Sicilia con il 17,3%.  Media italiana 11,7.  Nord- Ovest 9,2%, Nord-Est 9,7%. E potremmo continuare per dire che negli ultimi trent’anni il Mezzogiorno sta morendo a fuoco lento.  Sin registra un tasso di emigrazione   giovanile che non si era mai visto prima: secondo la SVIMEZ almeno un milione di giovani under 35, dal 2002 al 2024, hanno lasciato il Sud.  Se si considera il fatto che molti under 35 non cambiano la residenza per molti anni, per svariati motivi, il dato è decisamente più alto.  

2 Ripensare il ruolo del Mezzogiorno 

 Proviamo a rovesciare il modo con cui per troppi anni si è affrontata la defunta “questione meridionale” e proviamo a chiederci: cosa può fare il Mezzogiorno per risollevare le sorti del nostro paese. Niente, all’interno di questo modello di sviluppo capitalistico, ma se proviamo ad immaginare un’altra Italia che si dia altre priorità allora possiamo disegnare un altro scenario: 

  1. Se finalmente prendiamo coscienza che la dipendenza dai combustibili fossili fa male alla natura e all’economia del nostro paese, allora possiamo pensare che proprio nel Mezzogiorno il solare e l’eolico possono dare un contributo fondamentale per ridurre drasticamente la nostra dipendenza da petrolio e gas, migliorare la nostra bilancia commerciale e ridurre l’inquinamento.
  2.  L’altro fondamentale settore dove il Mezzogiorno può dare un rilevante contributo al nostro paese è nella filiera agro-alimentare in una logica di sistema agro-ecologico. Il famoso made in Italy è costituito da molte materie prime importate (grano, mais, carni varie, ecc.) che spesso sono di scarsa qualità e dannose per la salute umana. Inoltre, nel prossimo futuro mangiare prodotti alimentari salubri sarà sempre più difficile e costoso, sia perché avanza la cementificazione che l’inquinamento dei terreni, sia perché il mutamento climatico comporta danni crescenti per l’agricoltura con l’intensificarsi degli eventi estremi in tutto il pianeta. Sarà sempre più un lusso per ricchi! Occorre, pertanto valorizzare le aree interne in una chiave agro-ecologica che tenga conto anche del contrasto al dissesto idrogeologico: nel Mezzogiorno oggi secondo l’ISMEA oltre il 30 per cento delle terre collinari è abbandonato, con relativi danni collaterali (frane, smottamenti, incendi). 
  3. L’occasione dello smart-working.  Durante la pandemia del Covid 19 secondo la SVIMEZ sono rientrati nel Mezzogiorno circa centomila giovani in smart-working.   Non sappiamo esattamente quanti siano ritornati nel Centro-Nord, ma sappiamo che per il Sud potrebbe essere una occasione importante.  Naturalmente andrebbe meglio regolato il rapporto di lavoro ed evitata una polverizzazione dei lavoratori, il loro isolamento e la mancanza di contrattazioni collettive.  Ma, un compito importante spetta anche agli enti locali del Sud, come dimostra una recente esperienza. Castelbuono ha sperimentato un modello concreto di south working. È nato nelle Madonie dall’alleanza tra pubblico e privato il primo esempio di rete locale per smart worker con luoghi e servizi dedicati.  
  1. Cultura e Ricerca dovrebbero essere gli assi strategici per una rinascita del Mezzogiorno.  Lo dimostra il fatto che l’ha dove le Università funzionano, creano dipartimenti di eccellenza, attraggono investimenti in capitale umano che valorizzano i giovani che si laureano. L’Unical, l’università di Catania e l’università di Bari sono degli esempi che dimostrano la bontà di questa strategia che vale anche per il CNR e, più in generale, per tutti gli investimenti nella ricerca scientifica e nell’alta formazione che attraggono investimenti nei settori ad alto valore aggiunto. IL nostro Sud non può puntare solo al turismo come sostiene la gran parte della classe politica locale, anche se il turismo, soprattutto quello straniero, cresce più velocemente rispetto al Centro-Nord, passando in dieci anni dall’11% a quasi il 20% dei turisti stranieri in Italia. Né può il Sud divenire una sorta di Florida come ha più volte prospettato il ministro Salvini, sostenendo che potrebbe diventare il paradiso dei pensionati, visto che ormai i giovani sono andati via! 
  2. L’accoglienza dei migranti mirata a valorizzare le loro capacità rappresenta la sola risposta possibile all’inverno demografico che colpisce tutta l’Italia, ma in modo particolare il Mezzogiorno.  Se prendiamo in considerazione gli abitanti “presenti” abbiamo un dato preoccupante: gli over 65 anni sono quasi il 35%. 

Infine, il Mezzogiorno avrà un futuro se ritrova la sua originale collocazione all’interno dello spazio mediterraneo. Ma, questo potrà avvenire solo se cambia radicalmente la politica estera italiana. E’ dalla metà anni ’90 che la politica estera italiana ha guardato solo verso i paesi occidentali e quelli dell’est europeo che facevano parte dell’Urss.  Questa scelta si è dimostrata perdente come oggi appare evidente. 

3. 1951-2001: la fuga del Mezzogiorno dal Mediterraneo 

 La seconda metà del Novecento ha fatto registrare la fuoriuscita del Mezzogiorno dal bacino del Mediterraneo. È ovvio che geograficamente il Mezzogiorno appartiene al Mediterraneo, ma tutta l’economia e la società meridionale si è agganciata, in forme assolutamente dipendenti, al modello di sviluppo del nord Italia e del centro Europa. Con una variante rispetto ad altre aree economicamente arretrate dell’Europa: il peso crescente dei trasferimenti netti dallo Stato centrale.  Agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso il flusso netto di risorse finanziarie dallo Stato centrale alle regioni meridionali è arrivato a toccare il 25% del Pil del Mezzogiorno con un picco rilevante e significativo in alcune regioni, come la Calabria e la Sicilia, dove ha raggiunto il 35%!  Nel nuovo secolo questi trasferimenti sono progressivamente scesi ma sono rimasti ancora rilevanti per il tenore di vita delle popolazioni meridionali. 

La crescente dipendenza dalle risorse esterne si è accompagnata ad un’apertura crescente del territorio meridionale al mercato mondiale che ha ridimensionato drasticamente un tessuto di PMI a carattere artigianale ed industriale che hanno fatto registrare un saldo negativo di circa 44.000 unità nel periodo 1951-1971.  L’avvio nella metà degli anni ’60 della politica dei “poli di sviluppo” ha, in primo tempo, in parte compensato la perdita di addetti nel settore industriale tradizionale (con un incremento di 80.000 addetti nel settore della grande industria), che poi, come è noto, è andato sfumando negli anni ’80 con la chiusura o il ridimensionamento di diversi “poli di sviluppo”. Il risultato è conosciuto: il Mezzogiorno da area produttiva e tecnologicamente arretrata, con una fitta rete di piccole imprese che trasformavano risorse locali, si è trasformato in una vasta area di consumo, sempre più dipendente dalle risorse esterne, sempre più marginale nell’ambito della costruzione europea quanto nell’area degli scambi con i paesi terzi del Mediterraneo.  Il legame economico e culturale con i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo si è ridotto ad un cordone ombelicale nero e inquinante: il petrolio.  Valga per tutti il caso della Sicilia, la regione del nostro Sud che fa registrare in valore assoluto il maggiore fatturato con i paesi del Mediterraneo, ma che se andiamo a leggere di che si tratta scopriamo che oltre l’80 % riguarda l’importazione di petrolio che in quest’isola viene raffinato per il resto del paese e in parte dell’Europa.  Tutta una vasta gamma di beni che venivano scambiati con altri paesi del Mediterraneo è venuta meno, mentre la bilancia commerciale del Mezzogiorno faceva registrare un deficit crescente rispetto ai paesi industrializzati. Anche sul piano socio- culturale si è registrata una divaricazione crescente tra il territorio meridionale ed altri paesi del Mediterraneo, determinata dagli effetti perversi che hanno avuto i processi di modernizzazione e di mercificazione, nonché dalla collocazione geopolitica dei diversi paesi.  Un processo che ha portato a ridisegnare la mappa sociale, politica e culturale del Mediterraneo.

4 Modernizzazione e mercato capitalistico nel bacino del Mediterraneo: limiti, reazioni e nuovi legami sociali

 La penetrazione del mercato mondiale nel bacino del Mediterraneo nella seconda metà del Novecento ha determinato tre fenomeni sociali e politici rilevanti: 

  1. una grande frammentazione sociale, correlata al forte ridimensionamento dei mercati locali con i loro riti –la trattativa sul prezzo, il rispetto, l’amicizia strumentale – con i loro forti legami con le risorse locali.  Una frammentazione socio-culturale che ha prodotto forti spinte verso nuove identità e sentimenti contraddittori verso il modello occidentale di società dei consumi, un mix di mitologia e rifiuto, di imitazione ed espulsione. 
  1. una polarizzazione politica, sociale e territoriale.  Fino agli anni ’90 del secolo scorso si registrava nella geopolitica del Mediterraneo un’articolazione di forze e paesi che, in poco tempo, si è frantumata.  C’erano due grandi paesi –la Iugoslavia e l’Algeria- che appartenevano allo schieramento dei Paesi non Allineati e che giocavano un ruolo importante nello scontro est/ovest, nonché nelle relazioni all’interno del bacino del Mediterraneo.  Come è noto, la Iugoslavia non esiste più e l’Algeria, dopo la guerra civile che l’ha letteralmente dissanguata, è diventato un paese marginale sulla scena internazionale. Rimane la Turchia, terzo grande paese, che potrebbe giocare ancora un ruolo autonomo nel Mediterraneo, ma è dilaniato tanto al suo interno –questione curda, lotta tra fondamentalisti e laici – quanto sul piano della collocazione internazionale, tra spinte contrapposte (entrata nella UE, rapporti con il mondo arabo, fortezza Usa).  
  1. marginalità sul piano dell’economia-mondo. Con la fine della seconda guerra mondiale le direttrici dello sviluppo capitalistico hanno saltato i paesi del bacino del Mediterraneo e gli scambi internazionali hanno preso altre rotte.  A partire dagli anni ’60 del secolo scorso il peso economico del commercio infra-mediterraneo all’interno dell’economia-mondo ha perso progressivamente di peso e valore.  Se si toglie la voce “oil” lo scambio interno al bacino del Mediterraneo è precipitato fino a divenire marginale. Dagli anni ’90 l’emergere delle potenze asiatiche, India e Cina, ha prodotto un’accelerazione a questo processo di marginalizzazione economica di quest’area. 

Se, sul piano economico e tecnologico, oggi il Mediterraneo è certamente un’area marginale dell’economia mondo, sul piano politico è diventata sempre più un’area strategica dove si incontrano e si scontrano grandi interessi, ideologie, dove si gioca il futuro dell’umanità, a partire dalla “guerra permanente” legata a filo doppio allo scontro arabo-israeliano che rischia di fare esplodere l’intero Medio-Oriente.  Ė questo il paradosso, la contraddizione con cui fare i conti nei prossimi anni. Ed è dentro questa contraddizione che va posta anche la specificità della <<questione meridionale>> oggi.  Poche aree del sud Europa hanno il proprio futuro legato a quello del Mediterraneo come l’Italia e, sicuramente, quella parte che si colloca interamente nel baricentro del Mediterraneo e che viene chiamata Mezzogiorno.  Purtroppo, al di là delle dichiarazioni retoriche, non esiste una strategia politica del nostro paese che prenda in seria considerazione il rapporto Mezzogiorno/Mediterraneo, che disegni un progetto coerente di interventi e di iniziative in questa direzione.

5 Mezzogiorno/Mediterraneo: convergenze, divergenze, legami sociali e strategie politiche.

 Anche nel Mezzogiorno d’Italia abbiamo registrato, nella seconda metà del ‘900, fenomeni simili a quelli sopra richiamati, anche se con alcune profonde differenze. La frantumazione/disgregazione sociale nel Mezzogiorno, già segnalata nella “questione meridionale” da Gramsci negli anni ’30 del secolo scorso, si è ulteriormente accresciuta.  Così come la sua marginalità economica è aumentata, di contro ad un forte incremento nei consumi dove la media, grazie ai trasferimenti di reddito, si è avvicinata a quella del centro-nord: i consumi pro-capite sono ormai stabilmente pari all’84% di quelli nazionali. 

 Il processo di modernizzazione/occidentalizzazione si è pienamente dispiegato nel Mezzogiorno ed ha incontrato poche resistenze, a differenza di molti paesi della sponda sud, dove ha generato una reazione culturale e politica –gestita dalle élite politiche e teocratiche– che ha determinato in gran parte, a partire dalla rivoluzione Komeinista, quel fenomeno noto come fondamentalismo islamico. Viceversa, il processo di occidentalizzazione del Mezzogiorno ha prodotto un netto distacco dalle radici culturali mediterranee ed una polverizzazione dei mercati locali e infra-regionali a favore di un rapporto diretto e subalterno con il Nord dell’Italia e dell’Europa: le Regioni, i Comuni del Mezzogiorno hanno spesso più legami, scambi e relazioni con l’area del centro-nord del nostro paese che con altre aree della sponda sud e sud-est del Mediterraneo. 

Paradossalmente, mentre il Mezzogiorno fuggiva economicamente e culturalmente dal suo bacino naturale, nasceva la nostalgia e la retorica di un Mediterraneo che non esiste più se non nei nostri sogni.  Dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso si sono moltiplicate le iniziative, i convegni ed i dibattiti sul Mediterraneo. Sono nati diversi centri culturali e scientifici che si occupano di Mediterraneo, compresi decine di dipartimenti universitari che hanno scambi e relazioni con altre Università del Mediterraneo.  Un fiorire di iniziative che hanno coinvolto anche la sfera politica: non c’è forza politica significativa che non abbia fatto il suo convegno sul Mediterraneo.  Se questi fermenti non possono che essere valutati positivamente, bisogna purtroppo ammettere che hanno prodotto solo dei cambiamenti marginali nelle relazioni economiche e nella strategia politica. 

Se nel periodo dell’egemonia democristiana c’era una qualche capacità andreottiana di giocare un ruolo nel conflittuale rapporto tra Occidente e mondo arabo, se ancora con Craxi c’è stato qualche sprazzo di autonomia rispetto alla strategia della Nato, con il nuovo secolo è finita ogni volontà e capacità di giocare una qualche partita significativa nel mare nostrum. E non c’è una vera differenza tra centro- sinistra e centro-destra. Basti solo citare, per esempio, il programma del governo Prodi (2006-08) dove i riferimenti al Mediterraneo sono solo una cornice simbolica, mentre quando si gioca sul serio –cioè si parla di economia ed interessi – allora il futuro del Mezzogiorno viene visto come “piattaforma per le merci in arrivo/partenza con l’Asia, a partire dal porto di Gioia Tauro”. Ancora peggio è andata con i governi che si sono avvicendati nel nostro Paese. Ma, il vero salto di qualità è iniziato con il governo Gentiloni che ha imboccato una strada che porta a spostare le frontiere dell’Italia nella sponda Sud del Mediterraneo grazie all’accordo siglato dal ministro Minniti con il governo libico. Qualche anno prima la Ue aveva trovato un accordo simile, ma ben più costoso, con la Turchia perché trattenesse nel suo territorio i circa tre milioni di siriani che erano scappati dalla guerra scoppiata nel 2011. Infine, quando si dice che la storia si ripete trasformando la tragedia in farsa, abbiamo davanti ai nostri occhi il caso davvero esilarante del governo Meloni che ha cercato di trasferire una parte dei migranti in Albania facendoli diventare dei pacchi e pacchetti che vanno su è giù nel Mediterraneo, con un costo non indifferente per i cittadini italiani, suscitando l’ilarità generale dell’opinione pubblica e una profonda indignazione, non solo in Europa. 

In breve, si può dire che quando il Mediterraneo è entrato, raramente, nell’agenda politica ha assunto il ruolo della citazione colta, del riferimento ideale, privo di scelte conseguenti e di strategie politiche. 

 A dispetto dell’inerzia della politica, le popolazioni del Mediterraneo sono entrate attivamente a far parte della popolazione che vive nel nostro paese, provenienti da aree in guerra (i Balcani), da aree impoverite (il Maghreb ed il Masherek), da tutti i paesi del Mediterraneo. Oggi costituiscono più della metà dei 5,3 milioni di immigrati che vivono stabilmente nel nostro paese.   

  E’ a partire da questi soggetti concreti – gli immigrati dei Paesi del Mediterraneo, dai Balcani al Maghreb e Mashrek – che può e deve essere costruita una strategia culturale e politica che si fondi su questi nuovi legami sociali, che faccia del migrante mediterraneo non solo un cittadino italiano con tutti i  relativi diritti ed i doveri, ma anche il ponte culturale, sociale ed economico con cui contribuire a costruire una Mesoregione Mediterranea, un’istituzione capace di superare i conflitti in atto e trasformarli in energie vitali. 

In questo ambizioso, ma assolutamente necessario, orizzonte progettuale, un ruolo di primo piano lo deve giocare il Mezzogiorno.  Quest’area del nostro paese si trova oggi ad attraversare un passaggio difficile che richiede una forte innovazione politica e culturale.  

6. Le alternative possibili e praticabili: a partire dal Mezzogiorno

Con il nuovo secolo i governi italiani hanno progressivamente voltato le spalle al Mediterraneo seguendo il nuovo flusso degli scambi internazionali, della globalizzazione dei mercati, che hanno visto le imprese italiane trovare nuovi spazi per un export in continua crescita.  In fondo il modello di sviluppo italiano non è cambiato dagli anni ’50 restando quello che Augusto Graziani aveva definito un modello “export oriented” basato su un relativo basso costo del lavoro (che si è confermato nel nuovo secolo dato che siamo l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, dove i salari in termini di potere d’acquisto sono rimasti al palo negli ultimi vent’anni) e sulla capacità della PMI di trovare nicchie nel mercato mondiale.   

Mentre l’Italia e la Ue guardavano ai nuovi mercati dell’est, alle nuove potenze emergenti (Cina e India), i Paesi del Mediterraneo implodevano.  Paradossalmente dopo la cosiddetta “Primavera araba” che ha fatto sperare a tanti una trasformazione democratica di questi paesi con maggiori diritti sociali e civili, c’è stata una reazione violenta che ha portato a conflitti e ad una generale involuzione della sponda sud-est Mediterraneo.  Sono letteralmente “implosi” la Libia, la Siria, il Libano, mentre attraversano una grave crisi sul piano economico e politico l’Egitto, la Tunisia, la Turchia e parzialmente anche l’Algeria. Infine, l’asse Nethanyau- Trump, col primo che dirige l’orchestra, hanno scatenato l’ultimo grande paese che era rimasto non coinvolto, anche se all’interno cresceva l’insofferenza per una teocrazia dispotica.    Sembra che il bacino del Mediterraneo sia entrato in una fase di implosione generalizzata da cui è difficile vedere una via d’uscita.   

  Eppure i cambiamenti geopolitici in atto potrebbero far rivedere all’Italia e alla Ue la propria strategia di politica internazionale nel tempo della, crisi della globalizzazione capitalistica, del neo-protezionismo trumpiano, della marginalità crescente della Europa rispetto alle nuove potenze emergenti. Con un’economia mondo che si sposta verso l’Asia con una strategia cinese di coinvolgimento commerciale della gran parte dei Paesi latino-americani e africani, l’Ue deve rivedere la sua collocazione nel nuovo mondo che si sta configurando. 

Le nuove coordinate del Mercato Mondiale, impongono oggi di pensare ai Paesi del bacino del Mediterraneo come ad una Mesoregione, l’unica scala istituzionale e socio-economica, capace di impedire l’ulteriore marginalizzazione di quest’area.  E non solo. La costruzione di una Mesoregione Mediterranea, con relative istituzioni sul modello della UE, richiede un cambiamento nell’approccio ai paesi del Mediterraneo, che dovrebbe essere radicale: passando dall’attuale tentativo di spostare le nostre frontiere sulla sponda sud-est per impedire il flusso dei migranti, all’inclusione economica-sociale e culturale di tutti questi Paesi nella Mesoregione Mediterranea. 

 Compito non facile.  

  In questo scenario l’area meridionale del nostro paese verrebbe ulteriormente penalizzata.  Il Mezzogiorno, infatti, si trova oggi a vivere una situazione estremamente delicata, l’attraversamento di un passaggio storico difficile. 

Da una parte, infatti, verranno meno progressivamente il flusso di risorse finanziarie della UE, sia per il taglio progressivo dei sussidi all’agricoltura tipica del Mezzogiorno (si pensi solo all’olivicoltura) , sia per l’uscita –dal 2013- dalle aree obiettivo 1 della  UE.  Dall’altra, la liberalizzazione degli scambi comporterebbe una concorrenza insostenibile per molti prodotti tipici dell’agricoltura e dell’artigianato meridionale.  Da qui muove la necessità di una svolta politica, di una strategia che cominci a costruire dal basso uno spazio economico, sociale ed istituzionale capace di superare il binomio assistenza/concorrenza, di offrire altre opportunità alle imprese ed ai cittadini del Mediterraneo. 

  I punti salienti di questa nuova strategia possono essere sintetizzati in questi obiettivi:

a) L’istituzione di un Erasmus Mediterraneo. L’Erasmus è stata una delle principali forme con cui si è innescato, a livello sociale e culturale, un processo reale d’integrazione europea. Ci sono alcune iniziative che vanno in questa direzione, ma non sono supportate finanziariamente per essere efficaci e di massa.     Si può pensare di estenderlo al resto dei paesi del Mediterraneo, a partire, a titolo sperimentale, dal coinvolgimento delle Università del Mezzogiorno.

 b) I Consorzi per i prodotti tipici del Mediterraneo che evitino ai nostri consumatori prodotti transgenici ed una concorrenza selvaggia sui prezzi.  I Consorzi tra produttori possono puntare anche alla promozione di un marchio Med, che si qualifichi per qualità ambientale e rispetto dei diritti dei lavoratori, che preveda un prezzo di conferimento minimo da pagare ai produttori, in base ai diversi poteri d’acquisto delle valute del Mediterraneo. In modo da ridurre lo scarto tra produzione e distribuzione nella catena del valore. 

c)  Una rete di scambi fondati sul modello del “fair trade” che ha dimostrato di dare buoni risultati in tutte le aree dove è stato praticato.  Si tratta non solo di estendere, cosa che si sta facendo, le botteghe del mondo ai paesi del Mediterraneo, ma anche di moltiplicare i progetti di fair trade tra associazioni di consumatori e produttori mediterranei. 

d)Una politica comune per la piccola pesca artigianale e per la ricostruzione del patrimonio floro-faunistico del Mediterraneo. Il Mediterraneo vive una crisi gravissima, un collasso ecologico in alcuni suoi tratti di mare, che richiede una coraggiosa politica da parte dei paesi che si affacciano su questo mare : fermo pesca, controllo e riduzione dei permessi per la pesca industriale, forte contrasto all’inquinamento, ecc. 

e) Una stretta collaborazione per una transizione energetica green che sulle energie rinnovabili tra i paesi del Sud Europa e il resto del Mediterraneo potrebbe dare una spinta importante in questa direzione, con rilevanti ricadute positive sul piano ambientale ed economico. 

f) Una politica di apertura ai flussi di migranti sud-nord attraverso permessi soggiorno a tempo determinato e facilità di entrata ed uscita dalla UE .  Questa è la sola politica di contrasto reale al mercato dei clandestini ed alle tragedie che insanguinano questo mare nostrum.  Valga per tutti il caso della Polonia : prima di entrare nella UE i  polacchi entravano facilmente nella UE –grazie a papa Giovanni Paolo II- con un permesso turistico di qualche mese e, chi non trovava lavoro, ritornava facilmente a casa in pulman.  Non si è mai sviluppato un mercato dei clandestini.  

g) Un’innovativa politica comune per il turismo, che eviti le forme più inquinanti ed invasive del turismo di massa, coinvolga le popolazioni locali, blocchi nuovi permessi alle grandi catene turistiche che non danno alcun beneficio ai territori occupati.  Una politica turistica comune significa porsi, su scala mondiale, come un’unica area (come il nord-America, l’India o la Cina) che preveda dei pacchetti turistici di valorizzazione delle grandi risorse storiche, ambientali e culturali. (solo per fare un esempio fra i tanti: un pacchetto turistico che preveda la visita di Salonicco, Amman, Tunisi, Malta, Palermo, Cagliari, Marsiglia oppure un altro che coinvolga la parte ovest del Mediterraneo ecc.).  

h) Una politica per le aree interne che fermi il declino e l’abbandono.  Il Mediterraneo, diceva il grande Fernand Braudel, sarà quello saranno le sue montagne: dai Balcani all’Atlante, passando per gli Appennini e la catena Iberica.  Se le popolazioni dell’interno collinare e montuoso continueranno a scendere verso la costa, sarà difficile nel prossimo futuro reggere l’impatto di una sovrappopolazione che andrà a vivere lungo le coste, ed i cui rifiuti si sommano a quelli dell’industria, del turismo di massa e dell’agricoltura industrializzata.  Si può pensare, tra l’altro, a mettere in rete le aree protette che insistono nelle montagne del Mediterraneo – e sono tante- per dotarle di strumenti atti ad un rilancio ambientale ed ecoturistico delle aree interne. 

i) Last but not least: una seria politica per la Pace che usi la diplomazia, le risorse economiche, per porre fine ai conflitti che affliggono molti paesi della sponda sud-est del Mediterraneo.  Questa è la priorità delle priorità: senza una pace duratura niente è possibile costruire in questo bacino.  Proprio ritornando alle sue radici mediterranee la Ue potrebbe ritrovare un ruolo politico significativo che la renda autonoma dalle superpotenze e pretenda di contare in quest’area del mondo.  Non dimentichiamoci che la Comunità Europea nasce in Sicilia con l’adesione dei 6 paesi fondatori (Italia, Francia, Germania e Benelux), firmando la famosa Carta di Messina il 5 giugno del 1955, preludio e presupposto del Trattato di Roma del 1957.   

Ci fermiamo qui, sperando di aver dato qualche idea che vada nella direzione della costruzione dal basso della Mesoregione Mediterranea. Noi pensiamo che vada fatto da subito ed a partire dalle regioni del Mezzogiorno d’Italia che potrebbero costituire un fronte di sperimentazione ed innovazione sulle politiche mediterranee. 


*Tonino Perna è un economista, sociologo e politico italiano. E’ stato, vicesindaco di Reggio Calabria è professore emerito di sociologia economica presso l’Università degli studi di Messina, autore di vari saggi e pubblicazioni, editorialista del Manifesto e del Quotidiano del Sud.

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