Il Mezzogiorno ancora ai margini

Pier Giorgio Ardeni*

Il sentiero di sviluppo del Mezzogiorno

Se è vero che la dualità Nord-Sud ha sempre avuto una sua specificità, questa si è determinata, quanto meno a partire dall’unità d’Italia, con una particolarità data dal processo di sviluppo capitalistico industriale italiano e dalle sue dinamiche sociali. Nell’Italia appena riunificata – Paese late comer tra le economie industrializzate – sul Mezzogiorno agiscono tanto la suddivisione internazionale del lavoro – materie prime e manodopera – che l’assoggettamento istituzionale del Nord lombardo-piemontese del Sud borbonico delle Due Sicilie, che determinano da subito l’attribuzione delle parti, con il Meridione «al traino». Dinamiche sociali e conflitto vengono sussunte dal disegno, perdendosi nello scontro che va delineandosi anche in Italia tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato, tra sviluppo industriale e arretratezza agricola, con la vasta massa del popolo contadino e bracciantile lasciato ai margini. Lo scontro di classe, l’avanzata delle masse operaie nel segno del socialismo, all’ombra del giolittismo, non riesce a coniugare – se non nella breve stagione del “biennio rosso” – le lotte operaie delle città industriali con quelle bracciantili delle campagne, perdendo il Sud. Così, dopo il ventennio in cui la borghesia italiana – quella “produttiva” del Nord, che congloba quella “latifondista” del Sud – riesce a sedare il Paese grazie al pugno forte del Fascismo, la ripartenza post-bellica rimarrà segnata da divisioni che segnano la divaricazione dei sentieri di sviluppo su traiettorie diverse. Nel Nord, lo sviluppo riparte nel segno della ricostruzione, trainato dal mercato, lungo linee già tracciate, accompagnato dalla mano pubblica. Nel Sud, in assenza di un asse industriale definito, lo sviluppo viene lasciato a sé, contenendo la spinta all’emancipazione del vasto popolo dei “esclusi” con le “toppe” della riforma fondiaria. È un’Italia in cui, ancora, le “civiltà contadine” sopravvivono, nelle loro specificità locali: quelle del Centro-nord verranno assimilate nel dualismo produttivo tra agricoltura capitalistica e industria, mentre quelle del Sud saranno spazzate via dallo svuotamento che sarà originato dal grande travaso migratorio dalle campagne alle metropoli del “triangolo industriale”. Le dinamiche sociali generate dall’industrializzazione lasciano giocoforza il Sud ai margini. Così, mentre al Nord queste si consolidano nello scontro tra una borghesia imprenditoriale crescente e una classe operaia le cui fila si ingrossano di anno in anno, nel Meridione latifondiario la risposta che viene data ad un corpo sociale che va depauperandosi è quella della parziale (e incompleta) redistribuzione delle terre accompagnata dall’intervento pubblico a favore di un’industrializzazione “calata dall’alto”. 

Nel 1951, mentre nel Nord la classe media autonoma – formata in gran parte dai coltivatori diretti – rappresenta il 40.4% del corpo sociale, nel Mezzogiorno raggiunge il 48.5%. La classe operaia (in cui vi sono tanto gli operai dell’industria che i salariati agricoli), invece, che al Nord è al 44.6%, al Sud si attesta al 39.9%. Nel 1971, la classe media autonoma crolla al 26% al Nord, mentre nel Meridione è ancora al 34.8%. La classe operaia, dal canto suo, compone il 51.7% del corpo sociale al Nord, mentre al Sud è al 46% (si veda Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024).

Sarà un processo che non altera, se non di poco, il sentiero tracciato, fermando appena il divario accumulato. Nel periodo caratterizzato dalle politiche di intervento straordinario, il Mezzogiorno vive una fase di “recupero”, sul piano strutturale e sociale. Nei trentaquattro anni in cui opera (dal 1950 al 1984), la Cassa per il Mezzogiorno trasferisce ingenti risorse pubbliche al Sud contribuendo alla crescita del Pil, del reddito e dei livelli di occupazione delle regioni meridionali. E la struttura sociale si modifica, anche se più lentamente, rispetto al Centro-nord. La logica che sottintende l’intervento si risolve in misure che puntano all’integrazione del sistema economico del Mezzogiorno in quello nazionale, in modo adattivo. Modernizzazione è la parola chiave che tiene insieme l’impianto, in un progetto in cui persistenti tendenze moderate e conservatrici convivono con spinte emancipatorie, in primo luogo nel conflitto tra capitale e lavoro, nel rapporto tra agricoltura e industria, nel contrasto tra intervento pubblico e iniziativa privata. Ma per tutto il periodo, le pratiche consociative che si sovrappongono alle esigenze della programmazione generano un apparato che sarà alla fine più di peso che di traino, mentre il quadro economico nazionale va mutando.

In ogni caso, il quadro cambia quando l’intervento straordinario viene messo sotto attacco dalla nascente controffensiva neoliberista. Dopo il “miracolo” economico, il “boom” e l’industrializzazione che portano l’Italia nel capitalismo maturo, lo sviluppo rallenta. La terziarizzazione, la ristrutturazione e l’ampliamento della spesa pubblica, raggiunto l’apice negli anni Ottanta, entrano in una fase di consolidamento. La crescita, però, si arresta e nella nuova fase che si avvia negli anni Novanta, con la globalizzazione, l’economia del Paese perde terreno, adattandosi alla meglio. Per il Meridione, il treno della “convergenza” è già passato. La Cassa viene chiusa nel 1984 e sostituita da una sua versione depotenziata, l’Agenzia per la promozione e lo sviluppo del Mezzogiorno (AgenSud), che verrà a sua volta soppressa nel 1992, quando ormai le logiche di mercato si avviano a diventare pensiero dominante, mettendo da parte ogni funzione di indirizzo delle politiche pubbliche. Nell’economia neoliberista, la “questione meridionale” non trova più legittimazione, perché è l’economia nel suo insieme – e la società – che devono far fronte alle forze del mercato, che stanno oltre e sopra gli Stati. E quella “questione” diviene parte di una più vasta questione di rapporto tra Nord e Sud del mondo, in cui il capitale agisce in modo neo-coloniale su vaste aree del pianeta, evidenziando rapporti di subordinazione strutturale senza i quali l’egemonia capitalistica su scala globale non potrebbe realizzarsi.

Gli studi sul Mezzogiorno

Nella storia dello sviluppo economico e sociale italiano, il Mezzogiorno è sempre rimasto – e rimane tuttora – ai margini. E lo è rimasto anche nell’attenzione che vi hanno dedicato gli studiosi. Vi era stata una tradizione del meridionalismo critico – da Guido Dorso a Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci – che si era distinta per aver analizzato la specifica e particolare dualità Nord-Sud. Quella tradizione, tuttavia, appare oggi fortemente indebolita a favore di visioni estetizzanti della realtà meridionale, di subalterne strategie di adattamento e di ambigue retoriche identitarie. Nel solco di quel meridionalismo critico troviamo il recente libro di Pino Ippolito Armino Storia dell’Italia meridionale (Laterza, 2025) che è, purtroppo, in solitudine. Così come anche il volume appena uscito a mia cura, Strappare ai padroni le maschere coi denti. Il Mezzogiorno di Rocco Scotellaro oggi (Donzelli, 2025). Perché esiste ancora una questione meridionale che può essere compresa in termini corretti solo facendo riferimento alle modalità secondo cui si sono affermati, in Italia e nel mondo, il sistema di produzione e i rapporti sociali che stanno alla base del sistema capitalistico attuale. 

Vi sono stati studiosi – come Marco Gatto, Sandro Abruzzese, Vito Teti, Franco La Cecla, Alessandro Leogrande – che hanno mostrato l’importanza del legame tra realtà del Mezzogiorno e processi storici globali. Piero Bevilacqua, ad esempio, si è concentrato sulla questione meridionale, che ha analizzato superando vecchi stereotipi e concentrandosi sulle trasformazioni strutturali, ambientali e socio-economiche del Mezzogiorno dal XIX secolo ad oggi. I suoi studi – come Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi (Donzelli, 2005) e il lavoro fatto per la rivista “Meridiana – hanno messo in luce il ruolo della geografia, l’integrazione del Sud nel mercato europeo e il rapporto tra sviluppo e questioni ambientali.

Emanuele Felice, dal canto suo, ha studiato il processo che ha reso possibile la persistenza di un ritardo nello sviluppo del Mezzogiorno (si veda, ad esempio, Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, 2013, o il libro in uscita ora, a sua cura, La via del Sud. Per una storia nuova, Il Mulino, 2026). In questi lavori, la prospettiva è sempre stata quella del lungo periodo, in un ottica storico-economica che, tuttavia, non mette in sufficiente luce il nesso dei rapporti tra capitale e lavoro e il ruolo del processo dello sviluppo capitalistico nel determinarsi di quel ritardo. La tesi di Felice, piuttosto, è che l’arretratezza del Mezzogiorno non è stata causata da fattori geografici o genetici, bensì da fattori storico-istituzionali.

Nonostante questi studi, però, è rimasta debole la consapevolezza che il rapporto tra Nord e Sud si configura più che mai come un rapporto di subordinazione funzionale all’affermazione di un modello e al mantenimento di un sistema economico e sociale, quello del neo-capitalismo globalizzato. In sostanza, il Mezzogiorno è rimasto ai margini, tanto dello sviluppo che degli studi sullo sviluppo stesso.

Il Mezzogiorno oggi: un quadro economico e sociale ancora ai margini

Negli ultimi vent’anni, il Mezzogiorno ha vissuto una fase di sostanziale stagnazione, in un Paese esso stesso fermo, segnata da un persistente divario economico con il Nord, un vistoso spopolamento e una forte emigrazione giovanile, pur mostrando segnali di resilienza in specifici settori produttivi e, recentemente, una crescita occupazionale superiore alla media nazionale in alcune aree, con un ruolo crescente delle medie imprese. Così, il Mezzogiorno è stato descritto come un’area che fatica a crescere complessivamente, spopolandosi, ma con “oasi” imprenditoriali dinamiche e competitive. 

Nonostante la ripresa dei tassi di occupazione, persiste l’emergenza del “lavoro povero” (con 1,4 milioni di lavoratori) e dei bassi salari reali. Il fenomeno più critico dell’ultimo ventennio, a questo riguardo, è la “fuga” delle competenze. Oltre un milione di persone ha lasciato il Sud negli ultimi 20 anni. Ma è un’emigrazione qualificata: in soli 10 anni, circa 200mila giovani laureati si sono trasferiti verso il Centro-Nord o all’estero. Accompagnata da un processo di degiovanimento, tanto che il calo demografico mette a rischio la chiusura di 3.000 scuole primarie in piccoli comuni.

Il modello di intervento è passato dalla logica straordinaria a quella della “coesione” europea, con strumenti come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e l’istituzione della ZES (Zona Economica Speciale) Unica, che rappresentano i principali pilastri attuali per attrarre investimenti e ridurre il gap infrastrutturale. Nel contempo, però, persistono gravi carenze nei servizi per l’infanzia (in città come Palermo, ad esempio, il 73% dei bambini non ha accesso al tempo pieno scolastico).

Secondo gli ultimi Rapporti Svimez, il divario tra Nord e Sud permane, anche se negli anni recenti si è fermato. Le ultime recessioni avevano determinato non solo un’ampia caduta del Pil italiano, ma anche un ampliamento ulteriore dei divari territoriali, cosa che invece non è avvenuta nel periodo dopo il 2019, quando le regioni del Mezzogiorno hanno mostrato un andamento in linea con il resto del Paese (+7,7% contro+5.8% medio nazionale). Tuttavia, nel Mezzogiorno il reddito primario e disponibile cresce meno che nelle altre aree, come anche i consumi. Dopo la crisi del 2007-08, il differenziale di crescita Nord-Sud si era ampliato. E aveva continuato ad ampliarsi anche nel periodo 2011-15. Dopo la caduta del 2020, invece, la ripresa delle varie macro-aree italiane è stata uniforme. Nel periodo 2019-24, nel Mezzogiorno la crescita cumulata del Pil ha superato la media nazionale (nonostante marcati differenziali di crescita interni alle macro-aree). Nel 2024, però, il Pil pro capite nel Nord-ovest ha raggiunto i 46,1 mila euro, mentre nel Mezzogiorno si è fermato sotto i 25 mila euro. In termini relativi, il Centro-Nord produce ancora circa una volta e tre quarti la ricchezza generata nel Sud, un rapporto che negli ultimi anni appare sostanzialmente stabile e che continua a rappresentare uno dei principali nodi irrisolti dello sviluppo italiano.

Nel periodo 2019-24, poi, il reddito primario è cresciuto nel Sud molto meno che nel Nord-ovest o nelle altre macro-aree. Il reddito disponibile reale è diminuito in tutte le macro-aree, meno nel Nord-ovest che nel Mezzogiorno. I consumi, a loro volta, sono rimasti stagnanti: il loro livello pro capite resta nettamente inferiore rispetto al resto del Paese: 17,8 mila euro annui contro i quasi 26 mila del Centro-Nord.

Nel 2024 il numero degli occupati cresce dell’1,6% a livello nazionale, ma è nel Mezzogiorno che l’incremento risulta più intenso (+2,2%), trainato in particolare dalle costruzioni e dai servizi. È recupero importante, anche se parte da livelli storicamente più bassi e non basta da solo a colmare il gap in termini di produttività e redditi. L’occupazione aumenta soprattutto tra i lavoratori a tempo indeterminato e a tempo pieno, tra i lavoratori over 50 e tra gli uomini. I principali indicatori del mercato del lavoro, però, sono ancora critici per il Mezzogiorno: un tasso di attività molto più basso, un tasso di occupazione molto più basso, un tasso di disoccupazione (anche giovanile) molto più alto e un tasso di mancata partecipazione molto più alto (anche se in calo).

Si conferma, poi, il dato strutturale della dinamica demografica: il contributo degli stranieri nazionale interessa solo marginalmente le regioni meridionali. La sostanziale stabilità della popolazione (anche se in calo) è assicurata dalla crescita dei cittadini stranieri (+166mila), in larga parte al Centro-Nord (+121mila), che quasi sterilizza il calo di quelli italiani (-174mila), in prevalenza residenti nel Mezzogiorno (-126mila). La contrazione delle nascite è omogenea nel Paese (-3,5%), anche se i decessi sono in calo, facendo così aumentare la speranza di vita. In sostanza, anche i principali indicatori demografici sono critici per il Mezzogiorno: natalità e mortalità sono in linea con il resto del Paese (ma la crescita naturale è minore), il tasso migratorio interno è negativo, il tasso migratorio totale è quasi nullo, cosicché il tasso di crescita totale negativo, mentre nelle altre macro-aree è positivo. In definitiva, la popolazione residente nel Meridione continua a diminuire ed è sempre meno giovane: nel Meridione calano soprattutto le fasce giovani, più che nel Centro-Nord (dal 2002 il calo è stato drammatico). I saldi migratori totali per tutte le macro-aree sono negativi e sono peggiori per il Mezzogiorno. Inoltre, i flussi migratori dal Meridione interessano soprattutto i più istruiti e sono in aumento.

È un Paese poco attrattivo, ma è soprattutto il Mezzogiorno che è poco attrattivo. Sono soprattutto i giovani ad emigrare (51,7%), di cui i laureati sono il 27,5%. Nella fascia 25-34, la percentuale di laureati sul totale degli emigrati dal Mezzogiorno è passata da meno del 20% nel 2002 al 57,5% nel 2022.

Se poi guardiamo alle retribuzioni (salari e stipendi), vediamo che le retribuzioni nominali sono aumentate meno in Italia che in altri Paesi europei e ancor meno in Mezzogiorno: in termini reali, le retribuzioni italiane sono oggi inferiori a quelle di 10 anni fa del 4%; quelle del Mezzogiorno sono inferiori dell’8%.La struttura sociale, invece, è oggi più simile nel Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia (si veda Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024): la classe operaia e salariata rappresenta il 50.7%, contro il 55.4% del Centro e il 52.9% del Nord. In Meridione, vi è una maggiore componente salariata e di lavoro autonomo, contro una minore componente impiegatizia e tecnica: è un Mezzogiorno più “proletario”. Il lavoro salariato rappresenta il 43.2% (contro il 40.8% del Nord-ovest), mentre la classe medio-bassa assomma al 29.5% (contro il 33% del Nord-ovest). In sostanza, nel Mezzogiorno, lavoro salariato e autonomo poco qualificato sono più presenti che al Nord, il che significa che la struttura sociale meridionale è più «proletarizzata» di quella del Centro-Nord. Se a ciò aggiungiamo che redditi e salari sono più bassi, è chiaro che il divario persiste ed è peggiorato. È un Mezzogiorno che è ancora e sempre ai margini.


*Pier Giorgio Ardeni è professore di economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. Scrive su varie riviste e giornali. Tra i suoi libri recenti, Le classi sociali in Italia oggi (Laterza, 2024) e Sviluppo al capolinea. Le crisi che l’Italia deve risolvere per non precipitare (Meltemi, 2025).

Print Friendly, PDF & Email