Il mezzogiorno tra assenza di politiche industriali e mancata transizione ecologica: il caso dell’ILVA
Francesco Brigati*
Il mezzogiorno del nostro Paese ha vissuto, negli ultimi 30-40 anni, un arretramento principalmente per l’assenza di politiche industriali e di investimenti infrastrutturali che, invece, dal dopo guerra, attraverso la Cassa del Mezzogiorno e l’Istituto per la ricostruzione industriale, ha consentito uno sviluppo del Sud.
La Cassa del Mezzogiorno, che dal dopo guerra ha contribuito al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale attraverso anche l’esecuzione di opere straordinarie, non ha trovato continuità soprattutto rispetto al tema infrastrutturale, dell’innovazione tecnologica e della ricerca determinando un arretramento strutturale per il sud dell’Italia.
Un arretramento che in una minima parte è stato colmato attraverso lo strumento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nato, appunto, con l’obiettivo di colmare il divario tra nord e sud e sostenere la crescita e la ripresa economica italiana dopo la pandemia, dando un nuovo impulso all’innovazione, alla trasformazione digitale, alla transizione ecologica, ad una mobilità sostenibile e non solo.
Tra i tanti obiettivi previsti dal PNRR c’era anche la transizione ecologica dell’ex Ilva con un progetto da 1 miliardo di euro destinato per la costruzione di forni elettrici e la de carbonizzazione che, nel corso del 2023, il governo Meloni ha deciso di rimuovere.
È del tutto evidente che il tema dello sviluppo si gioca sull’inclusione delle aree periferiche nelle sue filiere strategiche e negli ecosistemi industriali continentali. Per il nostro Paese significa una cosa chiara: senza il Mezzogiorno inserito nelle catene del valore europeo, l’intero sistema Italia resta gracile. L’integrazione tra politiche industriali, investimenti in innovazione e strategie territoriali potrebbe consolidare una convergenza basata sulla crescita della produttività nelle regioni più in difficoltà del sud con l’obiettivo soprattutto di costruire una politica industriale nazionale capace di governare ed investire sulla transizione green e digitale.
Quando parliamo di scelte politiche industriali non possiamo che fare riferimento al fallimento dell’acciaieria più grande d’Europa, l’ex Ilva, una vertenza ancora irrisolta tra problemi ambientali, occupazionali ed industriali.
Ex Ilva: una vertenza ancora irrisolta tra problemi ambientali, occupazionali ed industriali. Unica soluzione: l’intervento pubblico.
La vertenza ex Ilva sembra non avere mai fine, con l’aggravante che il tempo trascorre inesorabilmente.
Dal 26 luglio 2012 sono trascorsi 14 anni, e le problematiche ambientali, occupazionali ed impiantistiche aumentano senza che ci sia una via d’uscita che garantisca una vera prospettiva di transizione ecologica e sociale.
È del tutto evidente che lo stabilimento siderurgico paga le conseguenze di scelte sbagliate dei governi che si sono succeduti negli anni, i quali puntualmente sono intervenuti con decreti d’urgenza spostando in avanti le scelte di politiche industriali che avrebbero dovuto garantire la messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti.
È utile ricordare che siamo di fronte ad una seconda amministrazione straordinaria, subentrata lo scorso 18 febbraio 2024, a seguito di una gestione scellerata e predatoria da parte di Arcelor Mittal che, di fatto, aveva un obiettivo: fermare gli impianti con modalità operative non previste in modo da danneggiarli anche nell’eventuale ripartenza, così come avvenuto con AFO/2.
Tuttavia, nonostante l’assoluta contrarietà della Fiom Cgil, il governo ha proceduto alla realizzazione del bando di vendita internazionale in assenza del compimento del piano di ripartenza che avrebbe dovuto garantire la messa in sicurezza degli impianti e la continuità produttiva necessaria quest’ultima ad accompagnare il processo di vendita di un’azienda competitiva sul mercato italiano ed internazionale.
Piano di ripartenza. I commissari Straordinari, in occasione dell’incontro del 24 luglio 2024 tenutosi presso la Presidenza del Consiglio, presentano il Piano di Ripartenza che successivamente sarà inserito nel primo accordo di cassa integrazione straordinaria del 26 luglio che prevedeva, entro la metà del 2026, la messa in funzione a regime di 3 altiforni, degli impianti di tutti i siti con la progressiva ripresa e l’ incremento dei volumi con la conseguente certezza di riduzione della cassa integrazione, che partiva da un numero massimo di 4050 su 9869 lavoratori coinvolti fino ad azzerarsi tra marzo e giugno 2026, col rientro di tutti e senza alcun esubero strutturale.
7 maggio 2025 – Esplosione AFO/1. Il piano di ripartenza, così come più volte denunciato dalle organizzazioni sindacali subiva un ritardo a seguito della difficoltà economiche e finanziare della gestione commissariale. Infatti, secondo il piano di marcia lo stesso Afo/1 si sarebbe dovuto fermare a marzo del 2025 per consentire la ripartenza di AFO/2. Il 7 maggio scorso divampa un incendio su Afo /1 a causa dello scoppio di una tubiera e determina uno stravolgimento degli assetti di marcia, ma soprattutto un cambio di strategia da parte del governo che si affida, ancora una volta, al bando di vendita internazionale come unica soluzione alla vertenza ex Ilva nonostante i solleciti delle organizzazioni sindacali a prevedere misure straordinarie necessarie a garantire la sicurezza sugli impianti e un’azienda che torni sul mercato competitiva.
Piano Corto. A novembre, infatti, c’è stata la presentazione del piano corto da parte del governo che sin da subito lo abbiamo definito un piano di chiusura perché prevedeva non solo l’aumento del numero dei lavoratori che sarebbero stati collocati in cassa integrazione, insieme alla fermata di altri impianti, ma anche il fatto, come tra l’altro ci aveva ricordato a Palazzo Chigi il ministro Urso, che le risorse disponibili consentivano la marcia degli impianti fino al 28 febbraio 2026.
Il governo Meloni ha deciso, con la presentazione del piano corto, che l’unico modo per garantire quel poco di produzione era chiudere le batterie, cosa che tra l’altro è avvenuta nella prima decade di gennaio per poi affidarla a dei possibili acquirenti che in quella fase corrispondevano a due fondi di investimenti speculavi.
La seconda questione riguardava la scadenza inizialmente prevista per il bando di vendita internazionale, una condizione che ancora una volta non si è verificata. Inoltre, come Fiom Cgil abbiamo denunciato agli inizi di gennaio 2026 che l’operazione del governo mirava n alla fermata delle batterie non per due mesi, bensì per quattro, perché la fermata in preriscaldo era legata anche a una problematica impiantistica sui sottoprodotti.
Questa situazione si è prolungata con numeri elevati di cassa integrazione e con il problema, posto sin da subito, che quel piano corto si concretizzava perché non c’erano le risorse per garantire la produzione e la manutenzione degli impianti.
Scioperi ed iniziative di mobilitazione. A dicembre ci sono state iniziative di mobilitazione e sciopero in maniera unitaria con tutte le organizzazioni sindacali per dire no al piano di chiusura e per tornare nuovamente a Palazzo Chigi. Anche in quella circostanza siamo stati inascoltati e l’azienda ha continuato a produrre al minimo aumentando drasticamente i numeri della cassa integrazione e intervenendo sempre meno sulle problematiche quotidiane degli impianti, frutto anche della mancanza negli anni di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria della gestione di Arcelor Mittal.
Sicurezza e manutenzioni ordinarie e straordinarie. Cosa non ha funzionato
L’impossibilità di garantire una manutenzione programmata ha portato a ridurre gli interventi e in alcuni casi ad intervenire solo sulle emergenze, fino ai due incidenti mortali che hanno coinvolto Claudio Salamida, 45 anni, e Loris Costantino, 37 anni, entrambi precipitati per il cedimento del piano calpestio durante attività operative, uno in acciaieria e l’altro in agglomerato. Una condizione verificatasi per scelte governative sbagliate perché quando decidi di disinvestire a pagarne il duro prezzo sono sempre i lavoratori. Per tali ragioni
abbiamo scioperato unitariamente perché chiediamo da tempo interventi ordinari e straordinari per la prevenzione e la salute e sicurezza dei lavoratori e sono state due tragedie a distanza di poche settimane che dovevano essere evitate ma le nostre richieste sono rimaste inascoltate.
Dall’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo preteso risposte chiare sul tema della sicurezza e siamo riusciti ad ottenere un tavolo alla presenza anche del Ministero del Lavoro presso lo stabilimento di Taranto con i funzionari del Ministero del Lavoro. Resta però il problema della mancanza di liquidità, perché servono risorse ingenti per affrontare sicurezza e continuità produttiva.
A che punto è il bando di vendita dell’ex Ilva? Ad oggi, sulla questione del bando di vendita, sempre secondo quanto dichiarato in audizione in parlamento del Ministro Urso, siamo a un punto che si potrebbe definire definitivo, anche se si tratta già del quarto rinvio. Il bando di vendita internazionale, come ribadito dalla Fiom Cgil, è stato sin dall’inizio un’accelerazione inspiegabile da parte del governo, inefficace per le condizioni in cui versa lo stabilimento, con un solo altoforno in marcia e problemi su AFO/4 e sull’altoforno 1 dopo l’incendio ancora sottoposto a sequestro probatorio.
Avevamo sostenuto che fosse necessario garantire l’attuazione del piano di ripartenza, che prevedeva tre altoforni in marcia, sei milioni di tonnellate e zero esuberi al termine del percorso. Il governo ha invece scelto di non intervenire sull’ex Ilva, limitandosi a un prestito ponte in una situazione che richiedeva investimenti strutturali e garanzie sul processo di transizione ecologica.
All’apertura del bando hanno partecipato Baku Steel e altri player siderurgici, gli azeri dopo una prima offerta di un miliardo per l’acquisizione del gruppo ex Ilva hanno dimezzato l’offerta, a seguito dei problemi impiantistici e con una produzione al minimo, per poi ritirarsi definitivamente tra polemiche sull’accordo di programma con le istituzioni locali e sulla nave rigassificatrice.
Il bando di vendita è un flop. I fondi di investimento speculatevi offrono 1 euro e nessuna garanzia occupazionale e ambientale.
Dopo il ritiro dal bando di aziende del settore della siderurgia sono rimasti due fondi, Bedrock e Flacks Group con una offerta di 1 euro per l’acquisizione dell’ex Ilva, e lo scorso 11 marzo arriva una manifestazione di interesse da parte di Jindal.
Il 5 marzo, a Palazzo Chigi, il governo in un evidente stato confusionale ha fornito pochi elementi su Flacks Group, evidenziando l’assenza di un piano economico e industriale chiaro e in assenza di un player industriale del settore della siderurgia si rendeva complicato la conclusione della vendita. Inoltre, nell’ultimo comunicato diffuso da parte del fondo Flacks legato al finanziamento bancario richiesto dai commissari a copertura di un business plan pluriennale ha replicato che “nessun istituto di credito tra i numerosi contattati negli scorsi mesi sarebbe oggi disposto a concedere prestiti di questa natura”, tanto più su un asset come l’ex Ilva, segnato da procedimenti giudiziari che potrebbero portare al blocco degli impianti e da un quadro dei costi energetici ancora indefinito. Per superare l’impasse, la società propone che lo Stato attivi una linea di credito temporanea, uno strumento finanziario di 6 mesi – massimo un anno per riaccendere gli altiforni su basi finanziarie solide. Siamo all’assurdo! Il privato che decide di investire ma con i soldi pubblici e quanto fatto fino ad oggi dal Ministro Urso dimostra l’incapacità o peggio ancora la volontà politica di dismetterla produzione di acciaio primario.
Jindal, dal canto suo, propone un solo forno elettrico da due milioni di tonnellate, mentre quattro milioni arriverebbero dalle acciaierie dell’Oman sotto forma di bramme, rendendo l’Italia dipendente dall’estero e privando Taranto dell’acciaio primario, in contrasto con i decreti che dal 2012 definiscono la siderurgia sito di interesse strategico.
Le due proposte non soddisfano né la transizione ecologica né quella sociale, con pesanti ripercussioni occupazionali e un impatto devastante sull’indotto, dove già oggi centinaia di lavoratori affrontano procedure di licenziamento collettivo.
Intervento pubblico unica soluzione per salvaguardare ambiente, occupazione e industria.
L’unica soluzione, più volte avanzata dalla Fiom Cgil resta un intervento pubblico capace di garantire una transizione ecologica e sociale, perché l’Italia ha bisogno di acciaio e Taranto non può perdere l’occasione di realizzare una vera riconversione dopo decenni di produzione a carbone.
La proposta della Fiom Cgil non nasce nell’ultima fase ma bensì dal sequestro preventivo degli impianti del 26 luglio del 2012 quando l’allora segretario nazionale Maurizio Landini, insieme alla Fiom di Taranto, costruì una piattaforma condivisa nelle assemblee e poi votata da una consultazione tra i lavoratori.
Il governo continua invece su una strada che sta facendo perdere terreno sotto ogni punto di vista, con numeri altissimi di cassa integrazione e una continuità produttiva sempre più compromessa. Ciò che serve è stabilità, e la stabilità, anche per la sicurezza dei lavoratori, si ottiene solo con risorse certe e con un intervento pubblico che possa traguardare degli obiettivi chiari a partire dalla realizzazione del processo di decarbonizzazione e della salvaguardia occupazionale.
*Francesco Brigati è operaio Acciaierie d’Italia in AS, attualmente segretario generale della Fiom di Cgil Taranto.