Il personale è politico

Beppe Pavan*

La violenza sulle donne è uno degli tratti barbarici della nostra società. È del tutto evidente che questa violenza deriva dalle subculture e dai comportamenti maschili, non da quelli femminili come pensano  Andrea Giambruno e larga parte dei maschi italiani. Riteniamo non più rinviabile aprire una riflessione in proposito e  ringraziamo Beppe Pavan per aver accettato di scrivere questo testo che, confidiamo, possa aiutare ad aprire un confronto collettivo. 


Credo che quanto vado a raccontare darà conto del titolo che ho scelto.

Cambiare si può, cambiare conviene

Per me tutto è cominciato nel ‘75. Ci siamo sposati nel ‘71 e il primo febbraio del ‘73 ho cominciato a fare l’operatore sindacale a tempo pieno. Con mia moglie partecipavo alle manifestazioni e ai cortei in cui le femministe urlavano i loro slogan. Che noi maschi compagni non commentavamo neppure, perché delle “cose delle donne” ci importava poco o nulla, quindi non facevamo neppure lo sforzo di capirli. Ne ricordo alcuni: “Nelle case, nelle galere – siamo sempre prigioniere”, “L’utero è mio e lo gestisco io”, “Cazzo cazzo, orgasmo da strapazzo – dito dito, orgasmo garantito”… Al massimo sorridevamo tra il divertito e l’imbarazzato per queste allusioni sessuali così esplicite, pensando alle femministe americane che bruciavano i reggiseni in piazza… 

Io ero impegnatissimo soprattutto con le fabbriche tessili che stavano chiudendo, una dopo l’altra: assemblee, trattative, scioperi, occupazioni… e con le vertenze territoriali: equo canone, autoriduzione delle tariffe elettriche, gratuità dei servizi pubblici a domanda individuale… Ero proprio a tempo pieno e vivevo il sindacato come quella “missione” che era sempre stata il senso della mia vita da quando, a dieci anni, avevo scelto di entrare in seminario per farmi prete. Ne ero uscito a ventun anni, nel ’68, per fare l’operaio: anche quella era stata una scelta. Dopo neanche un anno ho dovuto partire per la naia e sei mesi dopo il congedo ci siamo sposati.

Perché racconto questi particolari? Perché – ne ho preso consapevolezza più tardi – seminario, fabbrica, esercito, sindacato… erano tutti luoghi rigorosamente maschili, impregnati di cultura patriarcale e misogina, di cui non ero consapevole di dovermi liberare. Ecco perché è importante il ‘75: è stato l’anno in cui Carla, mia moglie, mi ha improvvisamente messo di fronte a una scelta, l’ennesima, e anche questa volta toccava a me compierla: cambiare o veder naufragare la nostra relazione.

Cambiare voleva dire far convivere il sindacalista a tempo pieno con il marito e il padre cooperativo negli impegni domestici e familiari. Non ho preso in considerazione neppure per un attimo l’ipotesi della separazione, quindi ho cominciato a pensare seriamente al cambiamento della mia quotidianità. E, facendolo, ho cominciato a rendermi conto che non solo avrei dovuto farlo, ma che aveva ragione lei: voleva un compagno di vita, che rendesse possibile anche a lei vivere e realizzare i propri desideri, al di là dell’oblatività e dello spirito di sacrificio a cui i doveri di moglie e madre la costringevano e ai quali era stata educata in famiglia, al catechismo e alla scuola delle suore.

E sono andato rafforzandomi in quella convinzione leggendo volantini e giornali, scritti da femministe, che lei portava a casa. Avevano – hanno – ragione le donne del femminismo a chiedere a noi uomini di cambiare le nostre modalità di stare nelle relazioni: imparando la cura, la condivisione… abbandonando la competizione e tutti i complessi di superiorità.

Quando, molto presto, ho trovato il coraggio di dirle che aveva ragione lei, che toccava a me cambiare e, soprattutto, quando ho cominciato ad apportare piccoli cambiamenti concreti negli orari del sindacalista e nella cooperazione del marito e del padre, da quel momento la nostra relazione ha ripreso slancio, slancio che dura tuttora.

Ecco perché posso testimoniare che cambiare si può e, soprattutto, conviene: perché poi è tutto più bello.

Rimettere al mondo il mondo

Un altro pensiero si è fatto strada subito dopo aver capito che il cambiamento, che stavo operando in me, non rispondeva solo al desiderio di Carla e mio di poter proseguire serenamente il nostro cammino di vita insieme. Quel cambiamento era anche una risposta positiva al desiderio delle donne femministe di avere al proprio fianco uomini capaci di cooperare al loro progetto di “rimettere al mondo il mondo”, liberandolo dai pesi mortiferi della cultura e delle prassi patriarcali e rendendolo di nuovo abitabile e accogliente per tutti e tutte.

Ho cominciato a pensare che non era sufficiente che cambiassi io: per rendere davvero possibile rimettere al mondo il mondo era necessario che l’intero genere maschile operasse quel cambiamento. Le donne, da sole, non ce la possono fare.

Ma perché l’intero genere maschile si metta in cammino per il proprio cambiamento… beh, non esistono formule magiche né riti tanto potenti. Non c’è che una strada: ogni singolo uomo deve decidersi e scegliere di fare proprio quel cammino di cambiamento di sé. Se sono cambiato io può cambiare chiunque. Quando tutti gli uomini avranno fatto quella scelta il mondo si ritroverà rimesso a nuovo. Utopia? Certamente: è un desiderio non ancora realizzato. Ma quando l’ho proposto ad alcuni amici e qualcuno di loro ha accolto l’invito, ho capito che è possibile.

Ma non è stato facile. Ci ho messo diciotto anni prima di trovare il coraggio di fare quella proposta. Ci avevo già provato negli anni dell’attività sindacale. Anche nel Sindacato c’erano donne femministe: delegate e operatrici a tempo pieno che mettevano per iscritto e facevano circolare le loro riflessioni. Non solo con volantini in occasione di scadenze particolari… Ricordo un piccolo libro dal titolo evocativo: “Il Sindacato di Eva”, di cui conservo gelosamente una copia.

E ricordo perfettamente un’assemblea pre-congressuale della CISL di Pinerolo. Nel mio intervento accennai alle riflessioni di quelle nostre compagne, alle richieste di cambiamento che ci rivolgevano, dissi che avremmo dovuto ascoltarle, perché per cambiare il mondo non bastava la rivoluzione dei proletari: anche l’ultimo sfruttato sottopagato delle nostre “boite”, tornato a casa arrabbiato dopo una giornata di merda, si sentiva autorizzato a pretendere, con la violenza se necessario, di essere servito dalla moglie, a tavola e a letto. C’era sempre una donna sottomessa o da sottomettere all’ultimo degli uomini!

Ma quell’appello non ebbe in risposta che qualche battuta spiritosa, qualche risatina e un silenzio tombale: nessuno, neanche i miei amici, tra i compagni presenti, ha ripreso l’argomento nel dibattito. Quello che pensavano le donne continuava a non interessare agli uomini, tranne quando si affrontavano questioni tecnicamente sindacali e venivano inserite nell’elenco dei problemi da affrontare, con i disoccupati, i giovani e i meridionali. Quel silenzio mi ha intimorito: solo dopo diciotto anni ho trovato il coraggio di riparlarne.

Convertirsi è cambiare vita

Siamo nel 1993, aprile, durante una delle riunioni periodiche della nostra Comunità di Base. Le “Comunità cristiane di Base” (CdB) erano nate sull’onda delle speranze e degli input al rinnovamento che il Concilio Vaticano Secondo aveva suscitato all’interno della Chiesa cattolica: comunità di popolo libere dal peso opprimente delle gerarchie che continuavano a dettare legge, soffocando la libertà individuale di ricerca e di espressione. Quella di Pinerolo era nata alla fine del ‘73 e con Carla mi ci ero coinvolto da subito.

In quella domenica dell’aprile del ‘93 qualcuno sollevò il problema del sessismo nelle pubblicità stradali e televisive; un altro richiamò l’attenzione sul maschilismo imperante nella Chiesa cattolica… Era il momento che aspettavo! Sono intervenuto riassumendo quanto andavo pensando dentro di me da quel lontano ‘75, e ho concluso proponendo agli amici maschi presenti di continuare a parlare tra di noi di quei problemi, per aiutarci a capire e cambiare. Con mia grande gioia alcuni di loro hanno accolto l’invito… ed è nato il “gruppo uomini di Pinerolo”.

Non è stato difficile arrivare a capire, insieme, che il cambiamento delle nostre modalità maschili di stare al mondo e nelle relazioni era la risposta più coerente all’invito alla conversione che ci rivolgeva Gesù dalle pagine del Vangelo, che leggevamo e studiavamo con impegno settimanale. Conversione non significa cambiare religione, ma cambiare vita, dedicandoci alla giustizia in tutte le relazioni.

Mai da nessuna parte avevo sentito questo richiamo, questa “attualizzazione”, come si diceva, del messaggio evangelico. Come ogni altra, anche la conversione di vita è una pratica sessuata, diversa per le donne e per gli uomini: per le donne significa liberarsi dalla sottomissione agli uomini, per gli uomini liberarsi dalla cultura della superiorità e del dominio sulle donne. Questo è il vero peccato originale dell’umanità, l’infamia originaria illustrata da Lea Melandri nel libro che porta proprio quel titolo.

L’invito ci veniva direttamente dalle donne: dal femminismo e dai gruppi di donne che già si erano formati in alcune CdB, a cominciare dalla nostra, e che anche nelle CdB faticavano a trovare ascolto. L’invito da uomo a uomo ha avuto esito positivo, perché la comunità era un terreno che si stava fertilizzando grazie alle donne.

Uomini in cammino

Quando abbiamo cominciato a riunirci tra uomini non sapevamo bene di cosa parlare e come farlo. Sessismo e maschilismo erano stati il primo input, ma ben presto ci siamo resi conto che non ci soddisfaceva parlare di questioni astratte, teoriche, “da intellettuali” (che peraltro non eravamo); invece ci piacque subito la proposta di provare a parlare dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. Scoprimmo così, a poco a poco, un mondo fino allora sconosciuto: il nostro intimo.

Un operaio di una grande azienda, per esempio, raccontò il disagio che provava ogni volta che avrebbe voluto comunicare un proprio problema personale agli amici del Consiglio di Fabbrica e si vedeva respinto dal disinteresse di chi si occupava solo di sindacato e di contrattazione. Non c’era amicizia tra i ribelli al capitalismo…

Quando nel gruppo ci dicemmo che ci piaceva parlare finalmente di noi, ci fu facile fare nostre le “regole” che avevo imparato a riconoscere utili leggendo resoconti sull’autocoscienza praticata dalle donne femministe: parlare partendo da sé, evitando generalizzazioni e intellettualismi; ascoltare chi parla e racconta di sé, senza giudicare mai qualunque cosa un altro racconti; e mantenere il segreto sulle cose dette nel gruppo.

Ci siamo presto resi conto che tra noi si andava realizzando un clima di intimità che ci permetteva, a poco a poco, di raccontare anche cose di cui ci vergognavamo, mai rivelate a nessuno: esperienza assolutamente nuova per uomini educati fin da piccoli a non piangere, a non manifestare le proprie emozioni, le proprie fragilità, a mostrarsi sempre forti, sempre all’altezza di ogni situazione, assertivi, dominanti, superiori…

Riconoscerci fragili e “parziali” – ciascuno è “solo un uomo” – ci ha aiutati a ripensare alle nostre relazioni, cominciando da quelle fondamentali con le donne. Stare in cerchio, riconoscendo la pari dignità di chi è in relazione con noi, si è a poco a poco rivelato una pratica di aiuto reciproco a imparare a stare nelle relazioni con rispetto e cura, quindi anche di prevenzione della violenza contro le donne.

Uomini in cammino di cambiamento di sé: da trent’anni ogni quindici giorni ci incontriamo con grande desiderio di continuare. Dal 2015 i gruppi sono due, perché c’è sempre qualcuno che decide di provare se è vero che poi si vive meglio. In questi trent’anni oltre 130 uomini hanno fatto un pezzo di strada tra noi uomini in cammino, sono nati tanti altri gruppi in giro per l’Italia, è nata l’associazione nazionale Maschile Plurale…

Liberi dalla violenza

I pensieri germogliano continuamente, quando non scegli di reprimerli. Presto ho cominciato a riflettere sul fatto che al desiderio di Carla avrei potuto reagire con violenza invece che con ascolto, come fanno molti uomini le cui violenze sono cronaca quotidiana. Cambiare si può, ma cambiare è una scelta. Se vogliamo davvero collaborare con le donne femministe a rimettere al mondo il mondo non basta che cambino gli uomini degli ancora troppo pochi e piccoli “cerchi maschili di autocoscienza”: è necessario che cambino anche quegli uomini che commettono violenze in nome della loro pretesa di dominio e superiorità, che la diffusa cultura patriarcale autorizza.

Questo pensiero si è fatto sempre più impellente, finché nel 2015 con Renato Galetto e Magda Ferrero abbiamo condiviso il desiderio di avviare anche a Pinerolo un Centro per uomini che commettono violenze nelle loro relazioni intime, di coppia e familiari, e che vorrebbero cambiare. Abbiamo così cominciato a convocare incontri con associazioni, gruppi, professionisti/e e rappresentanti di Istituzioni (ASL, Comuni, CISS…), per condividere le ragioni del progetto e studiarne la fattibilità.

Dopo la prima inevitabile scrematura ci siamo ritrovati/e un buon gruppo di uomini e donne decisi/e a proseguire e tra il 2016 e la prima metà del ‘17 abbiamo organizzato un corso di formazione, molto articolato e condotto da persone che avevano già maturato esperienza e conoscenza in “Centri per uomini maltrattanti”.

Terminato il corso abbiamo deciso di proseguire, dando vita all’Associazione Liberi dalla Violenza odv (organizzazione di volontariato). Comune di Pinerolo e ASL TO3 ci hanno messo a disposizione gratuitamente i due locali di Via Bignone 40 che dal mese di ottobre 2017 sono la sede del Centro di ascolto del disagio maschile. Volontariato puro, il nostro: gli unici soldi che entrano sono le quote-tessera di soci e socie, alcune donazioni liberali e i proventi di alcuni bandi a cui abbiamo partecipato. 

In questi sei anni di attività, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia da Covid-19, abbiamo accolto oltre 70 uomini. Dopo i primi casi di accesso volontario, la legge 69/19, nota come Codice Rosso, obbliga sempre più uomini a bussare ai Centri come il nostro, perché la loro partecipazione a un percorso di riflessione e cambiamento è alternativa al carcere a cui sono stati condannati. È intuitivo che quella motivazione – evitare il carcere – non è garanzia di impegno convinto nel percorso di cambiamento personale, anche perché la legge non prescrive le necessarie verifiche sull’effettivo cambiamento maturato. Ma l’esperienza fatta in questi anni mi fa essere moderatamente ottimista: non tutti, ma alcuni di loro li vedo cambiare, a cominciare dal linguaggio e dai propositi di vita che spontaneamente dichiarano.

Il nostro protocollo operativo prevede: prima accoglienza a cura di volontari e volontarie di turno al Centro nelle due fasce orarie settimanali (lunedì 18-20, giovedì 16-18); ciclo di almeno 10-12 colloqui individuali motivazionali con le due psicologhe; training psico-educativo di gruppo della durata di nove mesi (33/35 incontri settimanali di due ore). Al termine proponiamo loro un percorso di accompagnamento, invitandoli a incontri più o meno bimestrali e telefonate periodiche, per mantenere il contatto e il dialogo.

Non è un lavoro per volontari

Di una cosa abbiamo preso consapevolezza da quasi subito: che si tratta di un lavoro estremamente impegnativo, che le istituzioni pubbliche non possono continuare a delegare al volontariato. La più banale e intuitiva delle ragioni è che quando un volontario non ce la fa più, o decide di dedicarsi ad altro, nessuno può costringerlo a restare; mentre una psicologa o un assistente sociale dipendente di un’istituzione pubblica viene sostituita/o e il servizio continua nel tempo.

Quando alcuni/e hanno lasciato la nostra associazione il problema si è fatto urgente, anche perché non è facile trovare professionisti/e disponibili a lavorare gratuitamente in un servizio così impegnativo. 

Ma è un servizio indispensabile per migliorare la qualità di vita della comunità, intervenendo sulle cause, culturali e individuali, di tanta violenza maschile contro donne e minori. Forti di questa consapevolezza, nell’ottobre del 2021 abbiamo avviato un confronto con la dirigenza dell’ASL TO3. Un primo incontro con la Direttora Generale Franca Dall’Occo ci ha confortato, perché abbiamo registrato la sua condivisione del nostro progetto di coinvolgimento dell’ASL nel servizio svolto da LdV.

Nel mese di settembre del ‘22 l’ASL ha organizzato un convegno formativo all’Hotel Barrage di Miradolo, dove abbiamo potuto raccontare la nostra esperienza e ribadire le motivazioni del nostro progetto, accompagnate dalla sottolineatura delle nostre fragilità.

Proprio in quel periodo ha visto la luce un’Intesa tra Stato e Regioni che fissa i requisiti minimi che dovranno avere, a partire dal 2024, tutti i Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV) operanti sul territorio nazionale. La nostra associazione non può trasformarsi in CUAV perché non ha le risorse per ottemperare ai requisiti minimi richiesti: almeno 12 ore settimanali di apertura, qualifiche professionali adeguate, locali idonei, richiesta di una quota di partecipazione (ticket) agli uomini presi in carico… Mentre l’Intesa prevede anche CUAV gestiti direttamente da istituzioni pubbliche o in forma mista con il privato sociale. E nei mesi scorsi l’ASL TO3 ha deliberato un proprio progetto: ora stiamo conducendo la trattativa con la referente incaricata, per arrivare quanto prima alla nascita di un CUAV a Pinerolo gestito in prima persona dall’ASL, con la collaborazione dell’associazione di volontariato Liberi dalla Violenza.

Non ho conclusioni da trarre

Sono grato a Paolo Ferrero di avermi chiesto di condividere il racconto di questo cammino di vita. E mi auguro che chi lo leggerà scelga di approfondire e coinvolgersi, perché sono convinto che questo delle relazioni tra uomini e donne sia un terreno formidabilmente politico: da anni sogno che prossimi presidenti di USA, Cina, Russia – e Italia, Francia, Ucraina… – si formino anche in gruppi di autocoscienza maschile, dove imparino la cooperazione invece della competizione, il rispetto invece della superiorità, la convivialità di tutte le differenze invece dell’imposizione della propria particolarità.

Ognuno di noi è “solo un uomo”: solo uno alla pari di ogni altro e solo uomo alla pari di ogni donna. Non ci deve più essere spazio per le piramidi gerarchiche, ma solo per i cerchi tra pari. E sarà la pace. Se ognuno comincia da sé e dalle proprie relazioni.


* Da piccolo volevo farmi prete, ma dopo 11 anni di seminario ho scelto la fabbrica: era il primo luglio del ’68! Poi a tempo pieno in Sindacato per 15 anni, 6 anni in CoAP e 10 all’Asilo Valdese di Luserna. Il filo rosso è stato sempre il fortissimo legame con mia moglie e il cammino di cambiamento della maschilità mia e di ogni uomo. Ho 76 anni e sono marito, padre e nonno felice.

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