Il senso della mobilitazione internazionale per la Palestina

Giuliano Granato*

Da due mesi la questione israelo-palestinese è tornata in cima all’agenda politica del mondo intero. Checché se ne pensi dal punto di vista morale, l’attacco del 7 ottobre ha permesso di riaprire una partita che in molti davano ormai per chiusa.

La prospettiva dell’autodeterminazione del popolo palestinese sembrava ormai sotterrata, così come la possibilità della riuscita della formula “due popoli, due Stati”, che ogni giorno che passava diveniva meno realistica, a causa della progressiva colonizzazione israeliana della Cisgiordania palestinese, trasformata in un insieme di “bantustan” senza alcuna sovranità, reale e spesso anche formale, palestinese.

Parimenti, a livello internazionale, lo scenario più probabile sembrava quello di una progressiva “normalizzazione” dei rapporti tra Israele e diversi Paesi del mondo arabo e del Medio Oriente.

Troppo spesso – e non solo in questo caso – siamo portati ad avvicinare talmente la lente di osservazione al luogo in cui si verifica un fenomeno, da rischiare di perdere non solo la visione d’insieme, ma anche il contributo, positivo o negativo che sia, di altre forze che non agiscono direttamente e immediatamente su quel terreno.

Nel caso specifico, è normale che l’attenzione si rivolga in primo luogo e soprattutto al fronte interno. A ciò che sta accadendo in Palestina, tanto dal punto di vista militare quanto politico. I più di 15.000 palestinesi ammazzati, l’invasione di terra di Israele, le violenze dei coloni in Cisgiordania, le bombe sugli ospedali e le scuole, i più di 60 giornalisti uccisi, la risposta militare delle forze palestinesi, le proteste delle famiglie degli ostaggi israeliani, tutto questo è giustamente al centro della cronaca quotidiana.

Ma la partita e la possibile soluzione politica non si giocano esclusivamente a Gaza e/o in Palestina/Israele.

C’è una dimensione internazionale che troppo spesso passa in secondo piano o addirittura sparisce. Eppure si tratta di un fronte decisivo.

Israele, infatti, senza la luce verde dell’alleato statunitense e dell’Unione Europea, ben difficilmente potrebbe continuare nel genocidio contro il popolo palestinese.

Ed è su questo fronte che noi, collocati geograficamente nel cuore dell’imperialismo occidentale, possiamo giocare un ruolo tutt’altro che irrilevante. Non solo per far avanzare la causa palestinese, ma anche per rafforzare il fronte della “trasformazione sociale” interno ai nostri stessi Paesi.

Il fronte della diplomazia

Perché se è vero che i governi occidentali si sono schierati al fianco di Israele è pur vero che delle voci fuori dal coro ci sono state. A partire dall’ex ministra spagnola Ione Belarra, prima firmataria, accanto a più di 80 parlamentari di tutta Europa e dell’America Latina, di una richiesta ufficiale al Procuratore della Corte Penale Internazionale affinché il primo ministro israeliano Netanyahu venga processato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

O dal primo ministro belga che ha “osato” chiedere un cessate il fuoco.

Genocidio e cessate il fuoco, due espressioni che per lo Stato israeliano sono come l’acqua santa per il diavolo.

Il fronte della piazza

In tutto il mondo le manifestazioni contro il genocidio israeliano e in solidarietà col popolo palestinese non sono state solo numerose, ma soprattutto enormi. In alcuni casi manifestazioni tanto grosse non si vedevano da decenni. A Londra, per esempio, un milione di persone è sceso in piazza l’11 novembre, un numero che non si vedeva dalle proteste contro la seconda guerra statunitense all’Iraq, nel 2003.

Dinamiche simili, sebbene con numeri diversi, hanno avuto luogo in tutto il mondo. E anche nelle città italiane: il corteo del 28 ottobre ha visto 50.000 presenze. Un fatto politico assai rilevante, anche per la composizione, con forte presenza delle cosiddette seconde generazioni, che si sono attivate al di là e al di fuori dei tradizionali circuiti politico-organizzativi.

Nei Paesi arabi i cortei hanno occupato la scena in maniera praticamente costante nelle prime settimane successive al 7 ottobre. Sono state uno dei fattori chiave che hanno condotto al congelamento delle relazioni di quei Paesi con Israele e lo stop alla “normalizzazione” che era in corso da anni. Se questo è l’effetto nel brevissimo periodo, è da capire quali saranno quelli nel medio-lungo. Ciò che è apparso all’indomani del 7 ottobre è una distanza sempre più ampia tra Governi ed élite che agitano la bandiera della causa palestinese come mero strumento retorico, che crolla alla prova dei fatti, e popoli che invece quella causa la sentono sulla propria pelle in maniera quasi viscerale.

La mobilitazione ha assunto fin da subito una caratterizzazione internazionale. Le parole d’ordine, declinate nelle lingue più diverse, erano le stesse dal Marocco al Regno Unito, dalla Giordania agli Stati Uniti: stop al genocidio di Israele, cessate il fuoco subito, non c’è pace sotto occupazione.

Il protagonismo delle giovani generazioni

In tanti Paesi i/le giovani sono stati assoluti protagonisti di tali mobilitazioni. I campus statunitensi sono diventati teatro di un fortissimo scontro politico. In Italia dieci facoltà universitarie e alcune scuole sono state occupate. Le manifestazioni di piazza sono state partecipate soprattutto da giovani e giovanissimi. Nel nostro Paese questo dato ha anche una caratterizzazione qualitativa che potrà essere interessante per il futuro: le seconde generazioni, infatti, hanno preso per mano la mobilitazione, dimostrandosi attore politico di assoluto rilievo nella congiuntura attuale e, potenzialmente, anche per il futuro. E non solo per ciò che attiene alla solidarietà con la Palestina.

Il fronte dei lavoratori

Il 31 ottobre in Belgio i principali sindacati invitano i propri membri a “rifiutarsi di operare su qualsiasi carico che trasporti equipaggiamento militare verso Palestina/Israele […] mentre è in corso un genocidio”.

L’8 novembre è la volta dei colleghi di Barcellona. Il segretario dell’OEPB, sindacato che rappresenta 1.200 “stivatori” del porto catalano, dichiara alla Reuters che l’iniziativa è volta a proteggere le vite dei civili. E aggiunge che, grazie alla collaborazione con alcune ONG locali, i lavoratori stanno verificando quali navi portino in pancia armi diretta a Israele.

Il 10 novembre una nave della israeliana ZIM Integrated Shipping Services, tra le principali imprese della logistica, attracca a Genova. I portuali e centinaia di manifestanti solidali con la causa palestinese, organizzano un presidio e riescono a rallentare le operazioni portuali.

Il giorno precedente l’Unione Sindacale di Base aveva inviato ai media un comunicato, scritto insieme al turco Nakliyat Is e al greco ENEDEP-COSCO Dockers Union, in cui sostenevano di “non poter tollerare le operazioni di carico e scarico di navi, aerei e qualunque mezzo di trasporto che porti armi o fornisca servizi logistici che aiutano a nutrire un sistema che massacra migliaia di persone innocenti, soprattutto donne e uomini. […] Non possiamo accettare la trasformazione di porti, aeroporti, navi e treni d’Europa in centri di trasporto di morte”.

La stessa dinamica si verifica la settimana successiva, il 17 novembre, quando l’imbarcazione fa tappa nel porto di Salerno.

Le proteste dei portuali si sono diffuse in tutto il mondo. Da Oakland a Sidney, passando per l’Europa, i lavoratori e le lavoratrici hanno provato e stanno provando a boicottare la catena di morte che come punto terminale ha per l’appunto Israele.

Si tratta del segmento di classe, che per collocazione nella catena del valore e per storia politico-sindacale, è stato protagonista dei principali momento di scontro. Vero e proprio granello di sabbia nella catena industriale-militare israeliana che foraggia il genocidio in corso.

Il fronte interno ai nostri paesi

La solidarietà col popolo palestinese, però, non serve solo a rafforzare la sua lotta.

Serve anche a rafforzare un fronte interno ai nostri Paesi. Nelle piazze delle nostre città, nelle azioni presso le fabbriche belliche che forniscono armi a Israele (BAE Systems in UK, Leonardo in Italia, per citarne giusto un paio), nei blitz nelle sedi di televisioni e giornali, c’è infatti non solo la volontà di puntare il dito contro il genocidio israeliano, ma – più nel complesso – contro il sistema che permette a Israele di continuare impune.

C’è la condanna del complesso militare-industriale, che si arricchisce letteralmente sulla pelle della povera gente, dall’Ucraina alla Palestina, passando per il Sahel.

C’è la messa in discussione del potere mediatico, consapevoli della lezione insegnataci da Kapuscinski quando ci diceva che “le guerre cominciano sempre prima del primo sparo; iniziano con un cambiamento del vocabolario nei media”.

C’è una mobilitazione che non attiene a una questione vertenziale, bensì a una questione di alta politica e per tanti versi morale e valoriale.

Insomma, nella mobilitazione in solidarietà con la Palestina c’è in potenza l’espressione di un’alternativa sistemica. Che per ora si esprime come rifiuto complessivo delle articolazioni specifiche del sistema in cui viviamo.

È una dimensione che hanno ben compreso i Governi europei che, fin da subito, hanno allargato le maglie dell’azione degli apparati repressivi. In particolar modo in alcuni Paesi (Germania, Austria, Svizzera, Francia) chi ha espresso solidarietà con la Palestina, chi si è espresso contro il massacro israeliano, troppo spesso è andato incontro ad arresti, perquisizioni, licenziamenti.

In Francia un sindacalista della CGT è stato posto in stato d’arresto perché responsabile di un volantino della sua organizzazione in cui si denunciavano i crimini israeliani. E le manifestazioni per la Palestina sono state proibite.

Nel Regno Unito l’ormai ex ministra degli interni aveva minacciato di mettere al bando la bandiera palestinese e si era lamentata per l’atteggiamento della polizia, dal suo punto di vista troppo benevolo nei confronti della sinistra e delle organizzazioni pro-Palestina e troppo dura con l’estrema destra.

In Germania, il Paese dove la repressione si è dispiegata con più durezza, le manifestazioni sono vietate. I simboli della Palestina, dalla bandiera alla kefiah, sono spesso fonte di problemi per chi li esibisce.

In Austria è stata vietata una manifestazione perché lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free” è stato considerato antisemita.

Sarebbe ora che noi stesse/i comprendessimo la portata potenziale di ciò che stiamo vivendo, invece di passare il tempo a leccarci le ferite o a ricordare nostalgicamente un passato apparentemente mitologico.

Infine, una nota sull’efficacia delle mobilitazioni. A chiunque stia leggendo queste parole è capitato di sentirsi dire: “eh, ma tanto le manifestazioni non servono a nulla”. In effetti, il rischio di fronte a un genocidio che non si ferma di fronte a milioni di persone ripetutamente in piazza in tutto il mondo, è che si sparga la rassegnazione. L’idea che si tratti di momenti testimoniali, più utili a stare in pace con la propria coscienza che non a cambiare il corso della Storia. Quella, appunto, con la “S” maiuscola.

Eppure, anche su questo fronte, quello per certi versi della guerra psicologica, il senso e la centralità delle mobilitazioni ci vengono restituiti da Eli Cohen, ministro degli esteri israeliano, quando, in una conferenza stampa del 14 novembre, ha dovuto ammettere che la “finestra diplomatica” prima che le pressioni internazionali per un cessate il fuoco divengano troppo forti, durerà “due-tre settimane”.

Se non vogliamo credere a noi stessi, crediamo almeno alla paura espressa da nemici troppo spesso considerati invincibili e onnipotenti.


* Giuliano Granato è co-portavoce di Potere al Popolo e membro di Unione Popolare.

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