Il sindacato oggi

Walter Montagnoli*

Il sindacato in Italia attraversa uno dei momenti più complicati della storia recente. Ha perso quasi completamente la forza e la credibilità che aveva conquistato nella lunga stagione delle lotte che avevano attraversato gli anni Settanta e Ottanta. Dalla fine degli anni Ottanta sono nate numerose esperienze sindacali alternative e di base che stanno attraversando anche loro una grave crisi.

La crisi del sindacato va ricercata in un passaggio epocale, segnata dalla rinuncia della scala mobile e dalla scelta della concertazione. Il simbolo di quel passaggio è rappresentato, a mio parere, dall’assemblea dell’Eur e da quella alternativa del Lirico

di Milano, che fa da levatrice per la nascita delle varie esperienze di sindacalismo alternativo e di base.

Io credo che un sindacato alternativo e di classe sia assolutamente necessario, ma penso che per conservare questo strumento assolutamente indispensabile per i lavoratori, sia necessario partire dalla realtà e dalla sconfitta che i lavoratori hanno subito e continuano a subire.

Due forze dominanti

In Italia esistono oggi due forze dominanti che determinano la quasi totalità delle scelte politiche e sociali:

1) la finanza per quanto attiene le scelte di politica economica e sociale;

2) gli Stati Uniti per quelle di posizionamento internazionale dato che noi siamo praticamente una colonia.

I governi che si sono succeduti, in particolare quelli degli ultimi anni, non fanno altro che applicare le decisioni che vengono calate dall’alto.

Per il sindacato, ripartire in queste condizioni, non è facile.

Innanzitutto occorre rilanciare la cultura. E’ urgente definire un programma di alfabetizzazione politica e formazione sociale ricco e stimolante, che parli di economia, di ambiente, di cultura, di storia del movimento operaio.

Ci sono sicuramente bravi intellettuali disponibili a collaborare per costruire un progetto formativo all’altezza della fase.

Oggi il problema principale per i lavoratori e le lavoratrici è costituito dai bassi salari e dalla precarietà lavorativa e sociale. Questa era stata una grande intuizione del grande movimento di lotta che è stato rappresentato, per oltre due decenni, dalla Mayday, che ogni primo maggio, dall’inizio degli anni 2000 ad oggi, ha sfilato per le vie di Milano. 

Le principali rivendicazioni oggi sembrano quasi profetiche a oltre vent’anni dalla loro elaborazione.

Il precariato sta al postfordismo come il proletariato stava al fordismo: è il gruppo sociale emerso dalla trasformazione neoliberista dell’economia. E’ la massa critica che emerge dal perenne vortice della globalizzazione multinazionale, mentre si sventrano le fabbriche e i quartieri popolari e si erigono uffici direzionali e centri commerciali. E’ il terziariato degli ipermercati e delle catene commerciali, dei servizi alle imprese e alle persone, è il cognitariato della tecnologia dell’informazione e dell’industria della comunicazione: siamo ormai quasi tutti precari, o scientemente vampirizzati o perfidamente ingannati dall’ideologia della flessibilità.”

La lotta per il salario e contro la precarietà

La lotta per il salario deve riscoprire due punti fermi: il ripristino della scala mobile, cioè l’adeguamento automatico dei salari rispetto all’inflazione, e la definizione di un salario minimo di almeno mille euro per tutti.

Con questi provvedimenti si ristabilisce il diritto costituzionale all’equa retribuzione e si sottraggono i lavoratori e le lavoratrici al ricatto della precarietà.

Partendo da questi due postulati, è decisiva la costruzione di politiche e di battaglie unitarie. E’ necessario formulare e praticare una proposta di unità, la più larga possibile, senza velleità egemoniche di gruppi e/o sigle. Partendo dalla elementare constatazione che non esistono singoli soggetti adeguati per una battaglia all’altezza della situazione e che, soprattutto nel sindacalismo di base, isolati non abbiamo alcuna possibilità di incidere, non è più rinviabile la costruzione di un movimento di lotta in grado di imporre all’agenda politica del Paese (…e non solo!) la questione del lavoro e della costruzione di un ambiente che sfugga allo sfruttamento distruttivo delle sue risorse, peraltro a danno del bene comune che costituisce il nostro pianeta.

Come dice un proverbio africano, “da soli si va veloci, insieme si va lontano”.

La prima obiezione che viene sollevata è quella dei costi che vanno sostenuti per garantire la dignità dei lavoratori e la tutela dell’ambiente.

In realtà, nel nostro Paese, oltre l’80 % dell’Irpef viene pagata da lavoratori e pensionati mentre esiste una enorme evasione fiscale: oltre 120 miliardi l’anno. In Italia non esiste una tassa di successione minimamente paragonabile a quella adottata in ogni altro Stato industrialmente evoluto. In Italia, invece, deve essere introdotta una patrimoniale che consenta di attingere le risorse economiche

necessarie dai grandi patrimoni, senza che nessuno di questi sia ridotto in povertà.

Si assiste nel nostro Paese a una inflazione galoppante che non è provocata dalla rincorsa tra salari e profitti ma che è innescata essenzialmente dagli extraprofitti delle imprese. A partire dalle banche e dalle aziende energetiche, che non sono

certo sole nella corsa ai profitti. Si pensi agli extra-profitti delle produzioni e vendite di alimentari.

L’unica cosa che, in particolare nel nostro paese rimane drammaticamente ferma sono i salari, ai livelli più bassi in Europa, sono fermi da vent’anni!!

Gli spazi per una politica economica basata sulla giustizia sociale non mancano. Il governo invece progetta un’ulteriore riduzione delle tasse per i ceti medio alti, così non dovranno nemmeno sforzarsi di evadere!!

In realtà anche queste politiche non serviranno nemmeno a difendere il ceto medio poiché la politica del capitalismo rapace sta portando a una polarizzazione della ricchezza come non si era mai vista nella storia. Il ceto medio sta sparendo completamente, preso nella morsa dell’accentramento della ricchezza. Basta pensare al balzo dei mutui, a tutto vantaggio delle banche che vede moltissime famiglie che pensavano di appartenere a questa fascia, che scoprono di essere in

povertà e con il rischio di perdere la casa o di continuare a pagare interessi sempre più alti.

A questo quadro si aggiunge la collocazione internazionale dell’Italia schierata a fianco della Nato e dell’Ucraina nel sostegno alla guerra contro la Russia senza se e senza ma, obbedendo completamente al diktat americano a scapito degli interessi italiani ed europei, anche se ogni giorno che passa rende più evidente l’inutilità di questa guerra, che non solo porta alla morte centinaia di migliaia di persone ma lede

profondamente questi interessi.

“Da soli si va veloci, insieme si va lontano”

In questa situazione si avvicina l’autunno in cui molti di questi problemi e di queste contraddizioni verranno ad essere più evidenti.

L’autunno è la stagione delle lotte. Noi tutti vorremmo che diventasse una importante stagione di lotta. Non penso che questo sia immediatamente possibile e, comunque, non credo possa essere da subito nella misura necessaria per avviare un cambiamento.

La CUB farà la sua parte nei limiti delle proprie possibilità, sia promuovendo le iniziative di mobilitazione, sia mettendo in campo lo spirito e le proposte unitarie necessarie in questa fase, con un atteggiamento di apertura e volontà di condivisione. 

Speriamo si riesca a risalire la china.


* Walter Montagnoli, Segreteria Nazionale Confederazione Unitaria di Base CUB


Foto in apertura da milano.corriere.it

Print Friendly, PDF & Email