Il Sud non più ad una dimensione
Loredana Marino*
Parlare di Mezzogiorno d’ Italia, oggi significa partire dall’assunto che esistono una pluralità di Sud attraversati dalla medesima struttura di diseguaglianze, caratterizzate da spopolamento, abbandono e speculazioni, e nel contempo interrogarsi sui Sud significa ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra istituzioni e comunità.
Passano gli anni, interi decenni è la condizione non cambia anzi sembra sempre più peggiorare sotto il peso della continua trasformazione delle regioni meridionali in spazi di pura disponibilità alla speculazione, all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, a meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione contraria agli interessi di chi questi luoghi li vive. Si tratta di una vera e propria guerra ai territori, una modalità di dominio violento sui luoghi e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società, fino alla messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare. Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue ondate di emigrazione. Un fenomeno endemico che oggi non rappresenta più neanche la strada per il miglioramento delle condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente obbligata che impone di produrre ricchezza altrove con salari che non garantiscono nemmeno una vita dignitosa, e di cui le stesse famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali.
Lo spopolamento del Mezzogiorno
Pur non volendo evidenziare ogni elemento che caratterizza il materialismo geografico di questa area vasta, appare inevitabile porre una lente di ingrandimento sulla condizione demografica del Sud, partendo proprio dall’ultimo rapporto SWIMEZ 2025, in cui si evidenzia come nel 2024 la popolazione residente in Italia si è ridotta di circa 37mila unità, una perdita trainata dal Mezzogiorno, dove la popolazione è diminuita di 75mila residenti, e il saldo naturale, ossia la differenza tra nascite e decessi, ha confermato il segno negativo dell’anno precedente, i decessi hanno superato le nascite in tutto il Paese, determinando saldi naturali negativi nel Mezzogiorno pari -84mila unità.
Quando poi dal saldo naturale si passa a quello migratorio la situazione non cambia, anzi continua un indice negativo, infatti, nel Mezzogiorno la popolazione continua a diminuire. Alla forte perdita naturale si somma un saldo migratorio interno negativo di –52mila residenti e nemmeno gli arrivi dall’estero sono sufficienti a compensare l’emigrazione.
Le emigrazioni italiane hanno cominciato ad aumentare sensibilmente nel secondo decennio degli anni Duemila e non si sono arrestate nemmeno durante la pandemia, infatti nel biennio 2021-22, si è registrata una breve flessione, ma il fenomeno è tornato, poi, a crescere nel 2023 con maggiore forza rispetto agli anni pre-pandemici. La mobilità con l’estero ha riguardato e riguarda tutto il Paese, ma con intensità diverse da regione a regione, nel Centro-Nord le emigrazioni verso altri Paesi, dal 2005 al 2024, si sono quintuplicati passando da 21mila a 104mila unità, mentre nel Mezzogiorno nello stesso periodo si sono più che raddoppiati da 21mila a 51mila unità. In questo quadro di emigrazioni è la regione Lombardia che negli ultimi vent’anni, manifesta la perdita più consistente di residenti negli scambi con l’estero pari a -168mila, seguita dal Veneto -90mila e dalla Sicilia -76mila. Da questi dati Swimez emerge che il nostro Paese, negli ultimi vent’anni, è poco attrattivo per i propri cittadini, anche quando attraverso gli incentivi e i progetti di “Rientro dei cervelli”, a partire dal 2017, la tendenza ai rientri dall’estero si è intensificata attestandosi a livelli medi annui di circa 40mila unità verso il Centro-Nord e 19mila verso il Mezzogiorno, il saldo complessivo con l’estero rimane, comunque, negativo: tra il 2005 e il 2024 la perdita netta è stata di oltre 579mila cittadini nel Centro-Nord e di circa 242mila nel Mezzogiorno. I flussi migratori interni ed esterni evidenziano, inoltre, come la fascia più colpita sia quella giovanile dei 25-34 anni che rappresenta un segmento particolarmente rilevante sia per la dinamica demografica sia per il suo ruolo nel mercato del lavoro, e guardando sempre alla fascia di età 25-34 anni, nel periodo 2019-2023, si sono registrati quasi 480mila ingressi dall’estero, a fronte di circa 250mila uscite, costituite per tre quarti da cittadini italiani. Giovani, ragazze e ragazzi che migrano da altri Paesi nella speranza di una vita migliore, e quindi ’Italia sa un lato continua a perdere giovani connazionali, mentre la crescita della fascia giovanile è garantita dai flussi di immigrazione straniera con prevalente destinazione nelle regioni centro-settentrionali. Guardando invece alle migrazioni interne Sud-Nord, il quadro del Mezzogiorno appare ancora più critico la forte mobilità dei giovani verso le regioni centro-settentrionali comporta una perdita costante e consistente di popolazione consistente pari a −126mila unità, e il costo maggiore ricade sui più istruiti: la perdita di oltre 90mila giovani laureati che si trasferiscono al Centro-Nord fa salire il saldo negativo fino a oltre 100mila unità, una vera e propria l’emorragia verso il resto del Paese che svuota il Mezzogiorno di giovani qualificati. Le regioni del Nord attraggono laureati, con saldi nettamente positivi soprattutto in Lombardia (+44,5mila) ed Emilia-Romagna (+21,6mila), seguite da Lazio (+8,9mila), Piemonte (+8mila) e Toscana (+4,4mila) e il Mezzogiorno registra perdite consistenti, con saldi negativi particolarmente gravi in Campania (–25,5mila), Sicilia (–22,1mila) e Puglia (–18,9mila). Anche Calabria (–12,6mila) e Basilicata (-4,2mila) mostrano deflussi rilevanti.
Il Mezzogiorno ha registrato una perdita demografica di proporzioni rilevanti, una emorragia segnata soprattutto dalle migrazioni verso il Centro-Nord e ad emigrare sono soprattutto i giovani e i più istruiti. Più della metà degli emigrati ha tra i 15 e i 34 anni, e circa un terzo di loro possiede un titolo universitario. Questo fa sì che circa tre quarti della perdita complessiva siano imputabili alle giovani generazioni, con una componente consistente di laureati. E mentre il sud si spopola sotto il peso dei bisogni reali e degli stereotipi culturali, ultra centenari delle classi dominanti, profondamente introitati dagli stessi terroni, tra marginalità e di subalternità, diventa necessario rovesciare il paradigma, smontare l’inconscio coloniale delle strutture del sentire nazionale, un processo lungo e necessario affinché si possa consegnare alle nuove generazioni spazi di liberazione, perché ancora oggi, e sempre più evidente che in questo Paese persiste ancora quel senso comune della passività del Mezzogiorno.
Il cui presente e futuro viene caratterizzato da acronimi sconosciuti ai più, AD, HUB, ZES, vere e proprie volontà politiche, azioni che si ripercuotono sulla popolazione di una intera area vasta nella stretta dei diritti di cittadinanza, della tutela dei beni comuni e dell’ambiente, come se non bastasse la crisi di una economia di guerra che ha generato ulteriore povertà, tra la cancellazione del reddito e la perdita di posti di lavoro, le riduzioni di import ed export per alcune aziende che operano in regioni del Sud e l’aumento dei prezzi delle risorse primarie e dentro la stretta dell’inflazione l’abbandono alle cure mediche e la riduzione quantitativa e qualitativa di generi di prima necessità. Siamo, di fatto, di fronte un profondo cambiamento del tessuto sociale, economico ed ambientale con ripercussioni su tutto il Paese.
Un posizionamento meridiano
Il Sud può e deve diventare uno spazio da cui produrre un’altra idea di abitare i luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo per rimettere in discussione dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come orizzonte inevitabile, un terreno di sperimentazione politica straordinaria con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo. Non si tratta più di ragionare dello schema, ormai anacronistico, del binomio arretratezza/sviluppo, non c’è un deficit di modernità al Sud; esso è segnato, invece, dalla modernità nel suo versante della svalorizzazione sociale della ricchezza, la qual cosa è appunto l’altra faccia della valorizzazione produttiva. Il Mezzogiorno d’Italia necessità di un progetto globale di sviluppo che lo avvicini sempre più agli standard dei servizi e delle infrastrutture del vivere civile al fine di rendere meno gravoso lo sforzo di chi ha il coraggio di rimanere senza essere relegati e marginali nel contesto italiano. Un piano di sviluppo che punti a far crescere il lavoro in modo ecosostenibile che incarni la vocazione di una intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione, di sperimentazione per la valorizzazione delle risorse umane e materiali, capace di stabilire un nesso tra modernità e trasformazione, perché il sud sia sempre più risorsa e non marginalizzato a solo mercato di sfruttamento e consumo. Il Mezzogiorno, luogo di marginalità, è l’assunto di una condizione esistenziale, indotta, individuale ma soprattutto collettiva, di una collettività che può rovesciare il senso di una sistematica imposizione economica, sociale e culturale trasformando, così, in luogo di nuove resistenze, nel risveglio delle coscienze, «una politica di posizione» intesa come punto di osservazione e prospettiva radicale, ove il tempo come orizzonte crei un nuovo immaginario, una rottura con la narrazione tossica del pensiero dominante, quindi decostruire e ricostruire la marginalità in spazio di resistenza da cui immaginare e creare un nuovo Sud. Nel trasformare, quindi, radicalmente l’esistente si sviluppa l’idea di un Meridione diverso, dove insiste il genius loci , quello spirito pubblico , comunitario, capace di travalicare e rovesciare le istituzioni, che si riproduce quotidianamente in autorganizzazione dei luoghi delle comunità. In questa prospettiva noi abbiamo il dovere politico di promuove la necessità di un salto di qualità epistemico, necessitiamo di ulteriori paradigmi interpretativi della modernità in cui viviamo, vivere qui, vivere il sud deve diventare impegno di trasformazione, un continuo interrogarsi, “un agire nel luogo dove la sorte ti ha gettato, e rovesciare la sorte in destino”, uscendo dalla subordinazione intellettuale che vuole i militanti meridionali, ai margini dei processi di trasformazione sociale. Non possiamo limitare la nostra comprensione del Mezzogiorno nello schema dualistico Nord/Sud che ha condannato l’interno sud ad un non ancora Nord, allo stesso tempo dobbiamo riconoscere la colonialità tra le categorie di pensiero che vengono utilizzare per spiegare il Sud, dobbiamo si pensare la modernità alla luce delle contraddizioni globali, sottolineando le ingiustizie che subiamo, ma evitando di sottolineare il lamentarsi di un’oppressione da parti di alcuni tralasciando altri. Rifuggire dalla tentazione di tornare a vagheggiare un passato che soprattutto per le classi subalterne non è mai stato idilliaco. Abbiamo il bisogna di cominciare ad elaborare il nostro futuro nella consapevolezza delle differenze di generi, etnie e classe che animano le società, quindi essere, capaci di promuovere ogni azione programmatica a tutela dell’intera area, un modello basato sulla naturale vocazione del territorio meridionale, rifiutando i modelli liberisti a cui occorre sempre più un Sud di sfruttamento e di scarto nel rapporto capitale/vita. Il Mezzogiorno può essere a partire da una coscienza rinnovata il luogo in cui immaginare una società nuova.
*Loredana Marino, 100×100 terrona, è una militante politica e studiosa di danze, suoni e tradizioni del Sud Italia.