La crisi della globalizzazione: la guerra di Putin e la guerra di Biden

La guerra è una aberrazione disumana, non è mai giustificabile. Come saggiamente avevano capito i padri e le madri costituenti, la guerra non può essere considerata una soluzione per risolvere le controversie internazionali. I problemi debbono essere risolti in altro modo e noi ci impegniamo in tal senso. In primo luogo perché il livello di sofferenza prodotto dalla guerra è inumano e la pagano soprattutto i soggetti più deboli, dagli anziani ai bambini alle donne, verso cui la violenza di genere si somma a quella del conflitto armato. In secondo luogo perché oltre a sofferenza e terrore, la guerra genera odio, tende a riprodurre se stessa, distruggendo la politica, la democrazia, la libertà. La guerra genera guerra, ed è la più grande aberrazione prodotta dagli umani, una specie di cannibalismo su scala industriale. La guerra è un prodotto umano che nega completamente l’umanità. Per questo siamo contro la guerra, sempre, senza se e senza ma.

La guerra va combattuta in radice ma va analizzata nelle sue cause – cause, non ragioni – e nei suoi molteplici effetti. Capire la guerra per costruire la pace, una pace duratura, perpetua, è il nostro obiettivo. Con questo sguardo guardiamo alle guerre in corso.

La guerra di Putin e i suoi complici

Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo ha invaso militarmente l’Ucraina. Come abbiamo ripetuto mille volte si tratta di una scelta sbagliata e criminale che ha aggravato drammaticamente i problemi dell’area e che apre al rischio della terza guerra mondiale.

Questa guerra, colpevolmente scatenata dal governo russo, è ingiustificabile. Questo crimine non trasforma però gli altri soggetti in santerellini, come invece vorrebbe la propaganda occidentale: Putin ha molti complici perché i problemi nell’area sono stati aggravati e fatti volutamente marcire dall’Occidente.

Innanzitutto il Presidente degli Stati Uniti in compagnia del gruppo dirigente della NATO, dell’Unione Europea e dei governi delle nazioni occidentali. Nel 1989 gli USA hanno vinto la guerra fredda e nel 1991 – a fronte dell’esplicita assicurazione da parte del governo degli Stati Uniti di non allargare ad Est la NATO – venne sciolto il Patto di Varsavia. Violando gli accordi, nel 1997 Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca entrarono nella NATO e nel marzo 1999, con un ulteriore salto di qualità, vi fu la prima operazione militare svolta dalla NATO, con i bombardamenti della Serbia. Un’azione attuata in piena violazione della legalità internazionale, senza  autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sulla base del concetto giuridico internazionale di “ingerenza umanitaria”. A partire da quel punto di svolta, gli Stati Uniti ripresero – dopo la sconfitta in Vietnam – ad aggredire militarmente paesi sovrani al di fuori di qualunque legalità internazionale, costruendo il proprio consenso sulla manipolazione della realtà (pensiamo solo all’aggressione all’Iraq fondata sulla menzogna del possesso Irakeno di armi di distruzione di massa sostenuta da parte di Tony Blair e Colin Powel). Parimenti la NATO continuò ad assorbire al suo interno i paesi dell’Ex Patto di Varsavia, e l’ingresso dell’Ucraina nella NATO (inserito in Costituzione dopo il golpe del 2014) sarebbe stato l’ultimo tassello di un vero e proprio accerchiamento militare della Russia. Che questa situazione mini la sicurezza dell’area lo capirebbe anche un bambino. Gli USA e la NATO hanno cioè vinto la guerra fredda ma non hanno perseguito la pace, non hanno voluto costruire un nuovo equilibrio mondiale ma hanno utilizzato il crollo dell’URSS unicamente per rafforzare il proprio dominio e poter spadroneggiare in tutto il mondo. Che questa situazione sia foriera di conflitti è del tutto evidente.

Il secondo gruppo di complici di Putin sono i governi e i presidenti ucraini che si sono succeduti dopo il golpe del 2014. Gli accordi di Minsk che avrebbero dovuto garantire una precaria convivenza tra le repubbliche separatiste del Donbass e lo stato Ucraino, sono stati costantemente violati dalle aggressioni militari dell’esercito ucraino e in particolare delle milizie naziste. I vari presidenti che si sono succeduti in questi anni non hanno mai avuto la volontà di fermare le azioni militari contro il Donbass, e addirittura il battaglione Azov è stato incorporato all’interno della guardia repubblicana ucraina. Questa aggressione militare – costata oltre 14.000 morti – si è sommata alla messa fuori legge di vari partiti di opposizione, a partire dal Partito Comunista ucraino che aveva più del 15% dei consensi; a una violenta azione delle squadracce naziste in tutto il paese; all’abolizione del russo come lingua ufficiale del paese. I governi ucraini, dopo il golpe del 2014,  hanno alimentato una guerra civile strisciante contro gli abitanti della parte est del paese e penalizzato le popolazioni di madrelingua russa.

La reazione dei paesi occidentali

Vediamo ora le caratteristiche e gli obiettivi della guerra scatenata dagli USA e dall’Occidente in risposta a quella di Putin. A questo punto è infatti evidente che le guerre sono due. La guerra iniziata dal presidente russo sfidava lo strapotere statunitense, ma poteva essere affrontata e gestita come un conflitto regionale. I nodi relativi alla sicurezza della Russia, dell’Ucraina e alla soluzione della guerra civile in corso da anni in Ucraina, potevano e possono essere composti con una mediazione, come sostenuto da noi e dal Papa in tutti questi mesi. Un compromesso è stato peraltro tentato ancora a febbraio dalla Germania, che aveva proposto una soluzione negoziale, rifiutata da USA e Ucraina. Un compromesso può e deve essere ricercato oggi per porre fine alla guerra.

Al contrario, gli Stati Uniti, seguiti a ruota dai paesi occidentali, non hanno ricercato un accordo che ponesse fine al conflitto, ma hanno scatenato una guerra mondiale – economica, mediatica, militare – che rischia ogni giorno di sfociare in uno scontro diretto, e quindi nucleare, tra NATO e Russia. Questa guerra si muove principalmente su tre livelli:

  • Le sanzioni commerciali. Sono molto ampie e puntano a mandare in bancarotta la Russia, riducendo il tenore di vita della popolazione al fine di determinare una sollevazione di massa contro il governo o addirittura una sua dissoluzione. Affamare per far rivoltare. Queste misure si fondano principalmente sull’interruzione a tempo indeterminato delle relazioni economiche tra l’Europa e la Russia. L’Europa è quindi la testa d’ariete di questa offensiva economica ed è destinata a pagarne i prezzi maggiori, con pesanti effetti recessivi sulla sua economia.
  • La guerra dell’informazione. I media mainstream occidentali sono stati arruolati al pari di quelli russi. L’abbandono di ogni deontologia professionale è la regola di una vergognosa informazione da regime. Da un lato, qualunque affermazione del governo ucraino e delle milizie naziste viene rilanciata dalla stampa occidentale senza alcuna verifica. Dall’altra, l’immediata e reiterata richiesta della Russia di riunire il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per fare luce sulla strage di Bucha è stata bloccata dalla  Gran Bretagna in qualità di Presidente di turno, senza che questo sollevasse alcun problema nella stampa militarizzata. L’informazione è stata trasformata in un sistema di propaganda bellica, piuttosto centralizzato, che ha il suo quartier generale negli Stati Uniti. In nome della democrazia, chiunque la pensi in modo diverso viene criminalizzato.
  • La guerra guerreggiata. A oggi avviene per procura, con il governo ucraino che in virtù della legge marziale impiega i maschi adulti come soldati, sovente sotto la supervisione di istruttori NATO. La fornitura di armi è in aumento ed ha oramai superato il confine dell’impegno diretto dell’Alleanza Atlantica – e sia detto per inciso, dell’Italia – nel conflitto. La strategia degli USA, peraltro annunciata dalla Clinton sin dall’inizio di marzo, è quella di trasformare l’Ucraina in un nuovo Afganistan, impaludando Putin in una dispendiosissima guerra di logoramento. Si tratta di una scelta criminale in primo luogo nei confronti del popolo ucraino che viene utilizzato come carne da macello in una guerra per procura.

Mi pare evidente che mentre la guerra scatenata da Putin poteva essere evitata con un compromesso e può essere fermata con una trattativa, la guerra scatenata da Biden è fatta per durare, come dimostrano gli enormi stanziamenti in armamenti da parte degli USA. L’obiettivo degli USA non è la pace ma la prosecuzione di una guerra non nucleare che si serva della disponibilità del governo ucraino ad utilizzare il proprio popolo e il proprio paese per dissanguare la Russia.

La guerra di Biden per mantenere il dominio statunitense

Si tratta a questo punto di capire perché gli USA e i suoi alleati abbiano assunto questa posizione. A me pare chiaro che gli USA hanno voluto questa escalation perché non accettano che il loro potere sovrano venga messo in discussione. Abbiamo visto come, dopo aver ottenuto lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli USA abbiano conquistato la leadership militare sul piano mondiale. E’ evidente che non tollerano che la Russia possa mettere in discussione questo stato di cose. Non si tratta però solo di questo. Il punto è che in questi trent’anni che ci separano dalla caduta del muro di Berlino, il mondo è diventato chiaramente multipolare: sul piano economico, tecnologico, finanziario e militare, gli USA sono ancora oggi la potenza più forte ma in alcun modo possono essere considerati la potenza egemone o dotata di una posizione di effettivo predominio sugli altri.

Quella degli USA è quindi a tutti gli effetti la scelta aggressiva di una superpotenza che vede declinare la propria leadership globale. Se il mondo dopo la seconda guerra mondiale era bipolare e dopo la caduta del muro di Berlino era diventato unipolare, è evidente che oggi è multipolare. Con la guerra, Biden proclama la fine della globalizzazione e cerca di restaurare un ruolo di sovranità assoluta su scala mondiale in un nuovo contesto oggettivamente policentrico. Si tratta quindi di un atto di forza deliberato che Biden ha così riassunto il 21 marzo scorso: ”Ci sarà un nuovo ordine mondiale e dobbiamo guidarlo”.

Gli obiettivi tattici degli USA nella crisi della globalizzazione

La guerra scatenata da Biden ha come competitor immediato la Russia di Putin ma il suo obiettivo strategico è la conferma e il ripristino del comando unipolare degli Stati Uniti sul mondo intero nella crisi della globalizzazione. Questo ripristino del dominio unipolare si articola nel tentativo di destabilizzare la Russia, nel mettere la mordacchia all’Europa contrapponendola alla Russia, nel contenere e minacciare la Cina. Il tutto scaricando i sacrifici umani, le distruzioni ed il conto economico sugli europei.

Per quanto riguarda la Russia, è indubbio che la linea di Biden è quella di una sua destabilizzazione ad ampio raggio, che può andare dalla destituzione di Putin alla disgregazione della Russia stessa. Questo obiettivo non è l’unico: Vediamo meglio gli altri target.

  • Minacciare la Cina e metterla sotto pressione. Dopo la fase di scontro economico aperta da Trump, la nuova amministrazione USA ha accentuato gli elementi di confronto militare. Vediamo brevemente. I Capi di Stato e di Governo che formano il Consiglio della NATO, dietro richiesta degli USA, il 14 giugno 2021 a Bruxelles, per la prima volta nella storia hanno deciso di inserire la Cina tra le grandi sfide sistemiche della sicurezza globale”.  Come se non bastasse nella riunione dei ministri degli Esteri della NATO del 6/7 aprile us, sono stati invitati anche i ministri dei principali alleati degli USA nel Pacifico – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – e nel comunicato del Segretario Generale al termine della riunione, al pericolo cinese veniva dato uno spazio di poco inferiore a quello della guerra con la Russia… Sempre in quell’occasione il Presidente Stoltenberg ha affermato che la NATO considererà per la prima volta la Cina nella sua nuova strategia di difesa che sarà resa pubblica a fine giugno 2022 a Madrid. Il vertice NATO allargato ai paesi del Pacifico che non ne fanno parte si è ripetuto il 26 aprile 2022 – mentre stiamo chiudendo questo editoriale – sempre con l’obiettivo di mettere sotto pressione la Cina. E’ del tutto evidente che la Cina viene oggi ritenuta il principale nemico da parte degli Stati Uniti, i quali stanno operando per schierare tutta la NATO su questa posizione.
  • Rilanciare la NATO cambiandone gli obiettivi ed obbligando i paesi europei a pagare le armi. Dopo anni di discussioni tra Trump e i leader europei, in cui si è arrivati anche a mettere in discussione l’utilità della NATO, Biden ha utilizzato la guerra di Putin per praticare una decisa sterzata al fine di rivitalizzare la NATO come gendarme globale – anche nei confronti della Cina – obbligando parimenti gli europei a finanziare tutta l’operazione. La NATO creata come alleanza difensiva in opposizione al Patto di Varsavia non esiste più da tempo ed oggi viene rilanciata come strumento del dominio globale sul pianeta e si caratterizza come il principale strumento di integrazione e “disciplinamento” dei paesi europei alla volontà egemonica degli USA. La NATO è oggi il principale ostacolo alla pace e alla cooperazione a livello mondiale.
  • Indebolire l’Europa sul piano economico e politico. Non è da oggi che gli USA considerano l’Europa un concorrente: basti pensare alle polemiche di Trump con l’Unione Europea, e in particolare con la Germania, a causa del suo perdurante squilibrio commerciale nei confronti degli Stati Uniti. Parimenti, solo pochi mesi fa gli Stati Uniti hanno pilotato un “furto di commesse” di 3 sottomarini nucleari che la Francia doveva costruire per l’Australia, e che sono stati “passati” alla più fedele Gran Bretagna. Al buon Macron non è restato che lamentarsi, ma senza alzare troppo la voce, perché questo strisciante conflitto è coperto da fiumi di retorica. Per gli USA, l’Europa deve stare al suo posto, senza velleità di agire in autonomia nel mondo, fosse pure per tutelare i propri interessi.
  • Segnalare a tutti i paesi del mondo che esiste una sola superpotenza e che questa è in grado, oggi come ieri, di intervenire, economicamente, finanziariamente e se serve militarmente, per disciplinare i riottosi.  
I primi effetti: il suicidio dell’Europa.

Il successo più rilevante Biden lo ha colto in Europa, che si è prontamente arruolata nella guerra contro se stessa. Il primo atto simbolico è stata la definitiva messa in soffitta del gasdotto Nord Stream 2, a cui è seguita una politica di boicottaggio economico che nella sostanza priva l’Europa del retroterra di idrocarburi e materie prime sin qui rappresentato dalla Russia. A 33 anni dal crollo del muro di Berlino, l’Unione Europea ha accettato di alzare un muro lungo tutto il confine a est, determinando un proprio rilevante indebolimento sul piano economico e politico.

Questa scelta delle classi dominanti europee, in pochi giorni, ha gravemente compromesso – se non cancellato – gli obiettivi di autonomia politica, economica e finanziaria che, dopo la pandemia del COVID, Merkel e Macron avevano indicato come necessari.

Se Trump si trovava talvolta a litigare con la Merkel, Biden ha trovato sin qui solo obbedienti esecutori, in particolare nel governo italiano che ha una posizione di imbarazzante sudditanza verso gli USA. L’Unione Europea si è, nei fatti, suicidata perché, invece di cercare di fermare la guerra di Putin, ha accettato di entrare a far parte della guerra di Biden in cui ha tutto da perdere. Il Presidente statunitense ha quindi ottenuto un doppio successo, da un lato incorporando l’Unione Europea nel proprio disegno di restaurare un dominio mondiale e – nel contempo – indebolendola strutturalmente sia sul piano economico che politico. Non a caso Boris Johnson, all’inizio di aprile, si è lasciato andare in lodi per “questa Unione Europea”, con cui “adesso si può dialogare“ perché non ha più nulla a che vedere con quella passata, da cui il Regno Unito è uscito.

Questa scelta – se dovesse essere confermata nei prossimi mesi – costituirebbe il principale successo geopolitico di Biden. Per ora, i piccolissimi segnali di ripensamento europeo sono palesemente sommersi dalle scelte di forniture militari a rischio di terza guerra mondiale. La subalternità europea, oltre alle ricadute strategiche, è destinata a produrre una pesante recessione in Europa con rischi di ridimensionamento per l’apparato produttivo. Se non vi saranno modifiche di questo indirizzo, la rottura delle relazioni economiche con la Russia, e il rischio forte di un ridimensionamento di quelle con la Cina, determinerebbe anche il regredire del ruolo dell’Euro come valuta di riserva. La regressione europea e la crisi sociale che ne emergeranno sono quindi – fino ad oggi – il principale obiettivo realizzato dalla guerra mondiale aperta dagli USA.

L’effetto boomerang della guerra di Biden nel resto del mondo

Se l’Europa si è messa l’elmetto contro se stessa, larga parte del resto del mondo si è invece spaventata di fronte alla scelta statunitense. Questa situazione ha determinato un gigantesco effetto boomerang, e i principali giocatori sul piano mondiale stanno facendo scelte assai diverse da quelle sperate dallo zio Sam.

In primo luogo, l’azione statunitense ha determinato un forte avvicinamento tra Russia e Cina. La Cina pur condannando l’invasione russa, ha sottolineato con forza il ruolo degli USA e della NATO nella destabilizzazione dell’area e non si è unita in alcun modo alla guerra di Biden sul piano economico, finanziario, comunicativo o militare.  E’ del tutto evidente che il governo cinese pensa che gli USA, dopo aver regolato i conti con la Russia, intendano regolarli con loro. Il comune interesse di autodifesa nei confronti dell’aggressività statunitense è quindi alla base di una inedita convergenza tra Cina e Russia. Questo avvicinamento non ha precedenti storici, e trova il suo fondamento proprio nella minaccia globale costituita dagli USA con la loro determinazione di mantenere per via autoritaria e militare una posizione di rendita che non ha più alcun fondamento nella realtà economica e geopolitica mondiale.

Questo interesse difensivo reciproco è destinato ad allargarsi perché la complementarietà di Cina e Russia è molto forte: la Russia ha i missili atomici intercontinentali e le materie prime, la Cina ha le fabbriche e le tecnologie. Alzando poi lo sguardo, si può intravedere l’intreccio tra il dato geopolitico e un fenomeno decisivo per l’umanità: il cambio climatico.

In primo luogo la Russia è di gran lunga il più grande paese del mondo dell’emisfero settentrionale e già oggi il maggiore produttore del mondo di grano. In virtù del cambio climatico la Siberia sta diventando progressivamente coltivabile, dando alla Russia la possibilità di conquistare una leadership assoluta nella produzione di derrate alimentare a livello mondiale. Visto che la Russia ha le terre coltivabili e la Cina la popolazione e i capitali, è facile immaginare cosa può succedere in un contesto di positivi rapporti tra questi due giganti.

In secondo luogo il riscaldamento globale sta rendendo navigabili le rotte marittime che passano a Nord della Russia. Per la Cina, questo è un fatto di enorme interesse. Non si tratta solo di una drastica riduzione dei tempi di transito dal Sud Est asiatico all’Europa – dell’ordine del 40% – ma  dell’acquisizione di una rotta sottratta al controllo militare degli USA  che bypassa completamente l’imbuto indonesiano, vero e proprio collo di bottiglia del traffico marittimo cinese.

Biden e l’amministrazione americana hanno quindi fornito un motivo simbolicamente decisivo – l’interesse russo e cinese nella mutua difesa dall’aggressività statunitense – per costruire una cooperazione mai avvenuta tra i due giganti. Gli USA in un colpo solo hanno convinto le classi dirigenti e l’opinione pubblica di Cina e Russia sull’opportunità di una collaborazione che è probabilmente destinata – nel caso in cui l’umanità non si suicidi con la terza guerra mondiale – a cambiare radicalmente gli equilibri del mondo ed il suo stesso baricentro.

Non è solo la Cina ad aver preso le distanze dagli Stati Uniti. Emblematico che il voto sulla risoluzione, approvata all’Assemblea Generale dell’ONU il 2 marzo, abbia visto l’astensione dell’India e del Sud Africa con metà dei paesi africani. Dal punto di vista della popolazione mondiale, i governi che si sono schierati con gli USA rappresentano solo il 41% della popolazione mondiale. Si tratta di un campanello d’allarme che ha avuto una replica anche più vistosa nell’Assemblea generale dell’ONU del 25 marzo. In quel caso, su una mozione presentata dal Sud Africa, e che l’Ucraina chiedeva di non votare, anche l’Arabia Saudita, tutti i paesi del golfo e il Brasile si sono espressi contro l’indicazione ucraina sostenta da USA e UE. La maggioranza dei paesi latinoamericana si è astenuta.

Il 3 aprile, sull’esclusione della Russia dal Consiglio per i diritti umani – presieduto dall’Arabia Saudita, paese notoriamente rispettoso dei diritti umani oltre ad essere da anni protagonista di una guerra contro la Yemen – , il dissenso nei confronti della posizione USA si è ulteriormente allargato.

Si tratta di sfrangiature nuove e di non poco conto, che hanno molto preoccupato gli USA che – per ora – hanno reagito con il solito sistema del bastone e della carota e con un vorticoso giro di visite “anglo americane” ed europee ai vari paesi recalcitranti, a partire dall’India. In ogni caso non avrà certo fatto piacere all’India di essere citata dagli USA come un paese che non rispetta i diritti umani ed essere minacciata sul fatto che un maggiore allineamento con le posizione russe avrebbe portato a conseguenze “significative e a lungo termine”. In questo contesto l’India sta però aumentando l’importazione di petrolio russo, da pagarsi in rupie anziché in dollari.

Non procedo oltre, nell’analisi dei sommovimenti geopolitici, per non appesantire troppo questo già corposo editoriale. In sintesi l’azione statunitense non ha solo spaventato la Cina ma anche altre nazioni, determinando così un significativo restringimento della propria sfera di consenso sul piano mondiale.

Posso sbagliarmi, ma credo che questo fatto non sia un dato contingente e non sia legato unicamente ai destini della guerra in Ucraina. Se nel ‘900 il baricentro mondiale era l’oceano Atlantico, e dalla fine del 900 è diventato l’oceano Pacifico, non è detto che nella prossima fase, in un mondo policentrico, un ruolo significativo non possa giocarlo la terraferma e nello specifico quell’Asia, che ha fortissime connessioni con l’Africa e – potenzialmente – con l’Europa, e che dà vita a quel gigantesco aggregato di terre emerse che i geografi chiamano il “Continente antico”.

Chi di moneta ferisce…..

E’ opportuno evidenziare un ulteriore effetto boomerang che la guerra statunitense ha provocato sull’importantissimo terreno dei rapporti monetari.

Com’è noto, il dollaro statunitense svolge il ruolo di valuta di riferimento a livello mondiale per quanto riguarda gli scambi e per quanto riguarda le riserve valutarie. Questa funzione viene svolta dal dollaro fin dal 1944, quando gli USA la imposero negli accordi di Bretton Woods, dopo aver sconfitto la posizione di Keynes che voleva introdurre una moneta internazionale “autonoma”, denominata “Bancor”. Nel corso dei decenni, le forme di esercizio di questa funzione sono state diverse (nel 1971 Nixon abolì il tasso fisso di conversione tra dollaro e oro) ma il ruolo centrale di moneta fiduciaria è rimasto indiscusso.

In un mondo in cui l’economia statunitense ha un peso percentualmente sempre minore, sono cresciute le spinte al superamento di questa situazione. La guerra di Biden ha dato un colpo decisivo a destabilizzare questo sistema. Infatti, se il Bloqueo con cui gli USA strangolano Cuba da oltre 60 anni o il furto dell’oro della Banca Centrale Venezuelana da parte della Banca d’Inghilterra sono stati atti criminali che però non hanno messo in discussione il sistema, la dimensione delle azioni messe in campo in questi ultimi mesi hanno un effetto sistemico assai più rilevante.

Da un lato il sequestro di oltre 600 miliardi di dollari detenuti dalla Banca Centrale russa sui suoi conti correnti all’estero, pone una ipoteca enorme sulla credibilità dell’utilizzo del dollaro come valuta di riserva.

Parimenti il complesso degli embarghi e delle sanzioni determina l’impossibilità pratica per la Russia di utilizzare il dollaro come moneta di scambio internazionale. Per esempio, la Russia è obbligata a vendere il suo gas in rubli per il semplice fatto che altrimenti ogni pagamento effettuato in dollari o euro nelle banche occidentali verrebbe immediatamente sequestrato. Questo equivarrebbe per la Russia a regalare il proprio gas.

In altri termini – in una situazione in cui i rapporti di forza economici e finanziari già facevano scricchiolare il ruolo monopolistico del dollaro per quanto riguarda gli scambi internazionali – le misure assunte dagli USA nella guerra hanno prodotto una vera e propria crisi dell’equilibrio precedente. Gli USA pensavano di poter “piegare” il governo russo grazie a questa decisione. L’effetto è invece che i russi sono obbligati a trovare vie alternative all’utilizzo del dollaro, e coloro che mal sopportavano la posizione di rendita del dollaro si sono mostrati interessati a trovare accordi con la Russia. In altri termini, a mio parere, gli USA hanno sopravvalutato la loro forza economico – finanziaria (che da anni si regge sul monopolio della forza militare a livello globale) e rischiano di perdere l’enorme vantaggio del disporre della moneta ufficiale degli scambi internazionali.

Per aver chiaro che cosa rischiano gli Stati Uniti, basti pensare che emettendo una moneta che viene utilizzata come moneta “comune” a livello mondiale e assunta da tutti come stabile, ne possono stampare quanta ne vogliono e – in ultima istanza – non debbono ripagare i loro debiti. Se la popolazione degli Stati Uniti può vivere di molto al di sopra delle proprie possibilità effettive, se gli USA possono avere da decenni la bilancia commerciale in deficit senza che questo determini alcun problema, è perché il resto del mondo li finanzia. Nel nuovo millennio, la Cina li ha finanziati vendendo merci agli USA e comprando – con i dollari avuti in cambio delle merci – titoli di stato nordamericani.

La guerra ha introdotto un fattore di crisi in questo meccanismo. La tendenza a ridimensionare il monopolio del biglietto verde nella gestione degli scambi internazionali – ruolo che non finirà certo da un giorno all’altro – è stata accelerata dalle sanzioni alla Russia e questa tendenza è destinata ad incidere negativamente sul tenore di vita degli abitanti statunitensi.

Non si tratta di un fenomeno destinato a realizzarsi in pochi mesi, ma la dinamica della guerra di Biden ha prodotto la rottura di un meccanismo che aveva perso gran parte della sua stabilità e il nuovo punto di equilibrio non sarà in continuità col vecchio ma qualitativamente diverso. Da questo punto di vista la vendita del petrolio e del gas russo in rubli o il fatto che l’Arabia Saudita stia ipotizzando di vendere il petrolio alla Cina in Yuan (il 25% della produzione araba viene acquistato dalla Cina) possono essere un elemento di ulteriore destabilizzazione. L’era di Bretton Woods volge al termine e con essa è messa in discussione la posizione di privilegio di cui gode la popolazione statunitense attraverso l’appropriazione dei frutti del lavoro altrui: si apre una situazione tale da destabilizzare quel paese aumentandone la pericolosità su scala globale. Non dimentichiamo le convulsioni vissute dagli USA nella vicenda Trump, ma non posso qui aprire questo altro capitolo.

Riassumendo

Termino questo lungo editoriale riassumendo le tesi di fondo .

Alla criminale guerra regionale posta in essere da Putin, gli USA hanno risposto con una criminale guerra globale. Questa situazione di terza guerra mondiale strisciante, rischia ogni giorno di sfociare in una guerra nucleare, e sancisce la crisi della globalizzazione per come l’abbiamo sin qui conosciuta.

Il contesto in cui questo avviene è caratterizzato dal tentativo degli USA di mantenere il dominio unipolare del mondo, in una situazione in cui questo dominio non ha più alcuna giustificazione militare, economica, finanziaria o tecnologica.

La guerra di Biden ha ottenuto gli obiettivi voluti sul versante europeo, sia per quanto riguarda la rottura di rapporti tra Unione Europea e Russia sia per quanto riguarda la radicale messa in discussione dell’autonomia europea. Sul resto del mondo, l’azione degli USA ha al contrario generato un significativo effetto boomerang, determinando una rilevante convergenza strategica tra Russia e Cina e una forte presa di distanza dagli USA da parte dei paesi che un tempo avremmo definito “non allineati”.

La strategia di Biden non è sin qui riuscita a far uscire gli USA dalla situazione di declino del suo potere su scala mondiale. Nella protervia con cui gli USA non vogliono rinunciare alla propria posizione di privilegio, è insito il rischio della terza guerra mondiale nucleare.

E’ infatti evidente come il prevedibile fallimento del tentativo di Biden di mantenere una situazione di dominio e di standard di vita di tipo imperiale – in un contesto in cui questo non ha più gli elementi strutturali su cui reggersi – aumenta molto i rischi di guerra mondiale ed evidenzia come oggi gli Stati Uniti siano di gran lunga il principale pericolo per la pace mondiale.

In conclusione

Quattro mi paiono i pilastri su cui poggiare la nostra azione politica e culturale.

In primo luogo, per noi, il mondo deve essere retto da una cooperazione multipolare. Non vogliamo il dominio unipolare statunitense così come non consideriamo positivamente un mondo diviso in due blocchi economico-imperiali tra loro contrapposti. Alla globalizzazione neoliberista che vive oggi la sua crisi, vogliamo sostituire una cooperazione multipolare dei popoli e degli stati. In questo quadro occorre porre con nettezza lo sganciamento dell’Europa dalla subalternità agli Stati Uniti nella consapevolezza che un mondo equilibrato deve vedere un equilibrio tra macro aree mondiali.

Il nostro obiettivo  è un mondo multipolare fondato sulla cooperazione. Solo un nuovo umanesimo, fondato sullo sviluppo egualitario dell’umanità nella sua relazione con la natura, può permettere alla specie umana di valicare civilmente il traguardo del XXI secolo. Sulla base di questo nuovo umanesimo dobbiamo ridefinire avversari e alleati. Spero di non scandalizzare nessuno evidenziando come il militarismo ed i laicissimi propugnatori delle “leggi del mercato” siano oggi i nostri maggiori avversari mentre l’afflato umanistico di Papa Francesco sia invece da considerare parte della grande e necessaria prospettiva di trasformazione che proponiamo.

La lotta per una cooperazione economica egualitaria, per la pace e per la tutela della natura sono tre aspetti di un unico obiettivo. Non possono essere risolti separatamente. Per questo pensiamo che il capitalismo abbia esaurito la sua spinta propulsiva e che il socialismo oggi sia una necessità al fine di garantire un futuro all’umanità.

In secondo luogo dobbiamo essere portatori di un pacifismo fondato sia sulle istanze etico-morali che sulle istanze materiali e sociali. Dobbiamo costruire un movimento contro la guerra fondato sia sull’afflato umanistico di tipo etico morale che sulla difesa intransigente degli interessi materiali degli strati popolari. La guerra uccide e la guerra impoverisce: la guerra è morte e la guerra è fame, povertà. La contrapposizione – che viene propagandata dall’universo dei media mainstream – tra la testa e la pancia, secondo cui il regno delle idee sarebbe guidato da nobili ideali ma poi la dura realtà materiale ci obbligherebbe a scelte disumane per soddisfare i nostri bisogni, è una stupidaggine priva di fondamento. Oggi l’umanità è in grado di produrre molto di più di quanto serve per vivere e di farlo in forme compatibili con la salvaguardia dell’ambiente: sono i rapporti capitalistici a determinare artificialmente  la distruzione dell’ambiente e nel contempo una polarizzazione tra scarsità ed opulenza, tra miliardi di poveri e una minoranza di super ricchi. “Il pane e le rose” chiedevano le operaie tessili di Lawrence nei cortei in cui all’inizio del ‘900 si opponevano negli USA allo strapotere padronale. Il pane e le rose vogliamo noi oggi perché il nutrimento del corpo e dello spirito così come la relazione positiva con il nostro habitat naturale non sono un lusso per pochi ma la possibile necessità per tutte e tutti.

Nella lotta per scongiurare la terza guerra mondiale, occorre tornare ai fondamentali, alle parole d’ordine semplici ma comprensibili a livello di massa, come quelle con cui Lenin fece la rivoluzione in Russia: la pace e la terra ai contadini.

In questa prospettiva occorre quindi aprire una lotta di massa contro la guerra, l’inquinamento, l’aumento delle spese militari, il carovita cioè contro il capitalismo. Gli effetti della guerra non sono solo le morti in Ucraina, ma anche la penuria, la povertà , le sofferenze sociali degli altri popoli. Contro la guerra e i suoi effetti occorre costruire un movimento di massa, a partire dall’Italia che pagherà duramente le sciagurate scelte della propria classe dirigente. Contro il banchiere con l’elmetto e i suoi accoliti occorre costruire uno schieramento sociale popolare contro la guerra, le diseguaglianze e la distruzione dell’ambiente. Occorre saldare il pacifismo etico e l’ambientalismo con la lotta agli effetti sociali della guerra, con la lotta per la giustizia sociale.

In terzo luogo occorre evidenziare in tutti i modi che gli interessi del popolo italiano e dei popoli europei non coincidono con quelli dei governanti USA e della NATO, da cui dobbiamo uscire. In questo quadro, occorre aprire uno scontro frontale finalizzato alla costruzione di una autonomia economica, politica e geostrategica dell’Europa. Il destino europeo non si esaurisce nella dimensione atlantica, ma deve guardare agli Urali, al Medio Oriente, all’Africa.

In questo contesto la proposta di una Europa neutrale, in grado di sviluppare il dialogo internazionale, è il punto fondamentale attorno a cui far ruotare la nostra proposta politica. Non si tratta di un processo facile, e nemmeno è ipotizzabile che si tratti di un processo lineare: oggi è necessario contrastare e boicottare il processo di militarizzazione dell’Europa sotto l’egida della NATO, e a tal fine ogni atto unilaterale di rottura da parte di ogni singolo paese è benvenuto. La priorità odierna consiste nell’impedire la chiusura del cerchio di un occidente arruolato dietro il comando imperialista degli USA: si tratterebbe del peggiore aggregato reazionario, barbarico, pericoloso e distruttivo che la storia dell’umanità abbia mai visto dopo la Seconda guerra mondiale.

In quarto luogo occorre lottare a fondo contro il manicheismo dell’ideologia dominante che riduce tutto a una partita di calcio: per quale dei due tifi? Così ci viene detto che dobbiamo necessariamente scegliere tra Putin e Biden come se quei due criminali non fossero semplicemente le due facce della stessa medaglia. Ci vogliono arruolare tutti e tutte nella guerra, convincendoci che occorre schierarsi quando invece l’unica vera scelta è quella di disertare e di costruire l’alternativa, la pace, la trattativa, il dialogo. Questo ingabbiamento della realtà e delle alternative dentro le scelte che piacciono a “lor signori” è uno dei problemi fondamentali dell’immaginario politico della nostra epoca. Da anni, la politica è stata sequestrata e ridotta a un puro simulacro di se stessa nella costruzione di un bipolarismo di comodo che espelle sempre il tema dell’alternativa. Ti vogliono far credere che devi scegliere tra centrodestra e centrosinistra quando questi condividono la quasi totalità delle scelte di fondo. Anche la vicenda del Covid è stata utilizzata per produrre una spaccatura manichea nel paese, che va molto al di là della vicenda contingente, individuando una parte della popolazione come “nemici interni”. E mentre le multinazionali si sono arricchite in modo spropositato, la sanità pubblica viene distrutta, e nei paesi poveri i vaccini continuano a essere un miraggio.

Tra uccidere e morire c’è una terza via, il vivere, e questa impostazione è il punto decisivo su cui si sorregge la possibilità del cambiamento. Le alternative dicotomiche che ci pone il potere sono sempre alternative fasulle: ci impongono sempre di scegliere tra la padella e la brace. La nostra autonomia culturale si fonda al contrario sulla capacità di porsi le domande giuste, le alternative giuste, senza accettare l’organizzazione dell’immaginario fatta dai nostri avversari al fine di perpetuare il loro potere.

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