La lotta di classe in Italia negli anni Settanta

Dino Grego

La fase storica che rese la Repubblica più vicina al dettato costituzionale coincise con la riscossa operaia che ha il suo atto di nascita nel 1969, dopo circa vent’anni segnati più dall’anticomunismo che dall’antifascismo.

Chi non ha vissuto quel periodo, un giovane di oggi, faticherebbe non poco –nell’opacità del presente – a comprendere le dimensioni di quel poderoso sconquasso, inaugurato dallo scontro campale che accompagnò il contratto nazionale dei metalmeccanici dell’autunno 1969 e che si protrasse, con alterne vicende, per quasi un decennio. Un’autentica rottura di faglia che fu tale da mettere in discussione rapporti di potere consolidati, a partire dalla fabbrica, e da investire l’intera società, la cultura, la politica e la produzione legislativa sino alla metà degli anni settanta. Fu una rivoluzione che investì tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Il pendolo dei rapporti di forza si spostò potentemente. Il mondo padronale uscì tramortito da quell’impetuosa spinta al riscatto collettivo nata sotto l’impulso di una nuova e giovane classe operaia, in gran parte senza storia precedente, emigrata in massa dalle campagne meridionali ed entrata in forze nella fabbrica manifatturiera fordista. Angelo Costa, storico presidente di Confindustria, dopo la firma del contratto del ’69, vissuta come un’oltraggiosa usurpazione, si dimetterà dal suo incarico sostenendo che il nuovo contratto espropriava gli imprenditori del loro “diritto naturale” a considerare la fabbrica loro proprietà esclusiva, mentre le nuove norme, subite con la forza, li costringevano a finanziare la lotta di classe che veniva portata in “casa loro”. L’impatto delle lotte operaie investirà tutta la società italiana e condizionerà profondamente la politica e l’attività legislativa per tutta la pri- ma parte degli anni Settanta e oltre1.

Tuttavia, è lo Statuto dei lavoratori che rappresentò una vera cesura d’epoca nei rapporti economico-sociali. Lo Statuto abbatté le barriere di quella “zona franca”, impermeabile alla Costituzione, che fino a quel momento era stata la fabbrica. Il padrone incontrò per la prima volta un limite cogente, di carattere giuridico, al proprio potere indiscriminato.

Il sindacato dei Consigli di fabbrica

Ma il sindacato stesso conobbe una trasformazione originale che ne mutò profondamente il carattere in senso democratico. Lo Statuto dei lavoratori appena approvato dal parlamento prevedeva che i poteri di rappresentanza deilavoratori fossero affidati alle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) nominate dai sindacati maggiormente rappresentativi (Cgil, Cisl, Uil). L’investitura avveniva dunque dall’alto e dall’esterno. Ma il movimento si spinse oltre. Perché sul campo e nel fuoco della lotta nasceva la figura del delegato di reparto o di gruppo omogeneo (una sorta di collegio uninominale), eletto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, attraverso un voto su scheda bianca, dove tutti erano elettori ed eleggibili e dove vigeva la regola della revoca istantanea del mandato ove questa fosse richiesta dal 50 per cento +1 dei lavoratori interessati: nascevano i Consigli di fabbrica. Ebbene, la novità stette nel fattoche il sindacato decise una cosa assolutamente senza precedenti e cioè di fare cadere su coloro che i lavoratori sceglievano come propri rappresentanti i poteri formali e sostanziali che la legge assegnava alle Rsa. I consigli dei delegati non erano più soltanto l’espressione diretta dei lavoratori, in una sorta di dualismo di potere: essi diventavano il primo livello dell’organizzazione sindacale. La novità fu straordinaria perché rappresentò una sintesi originalissima di democrazia diretta e democrazia delegata, dove erano i lavoratori ad avere la prima e l’ultima parola.

Questo intreccio inedito ed unico al mondo fra organizzazione esterna e democrazia di base preluse alla stagione unitaria più feconda del sindacalismo italiano e all’esperienza di unità organica che da lì prenderà le mosse, realizzandosi in modo compiuto, per alcuni anni, con la federazione lavoratori metalmeccanici (Flm). Ebbene, al punto più alto di questo gigantesco processo di soggettivazione operaia ci fu, con uno straordinario effetto simbolico, la battaglia per la salute in fabbrica, non più delegata al sapere codificato degli “specialisti”, ma assunta in proprio dai lavoratori.

Non era più solo il giudizio dell’esperto a stabilire cosa fosse nocivo e cosa no: l’esperienza operaia e il suo racconto diventavano un vero e proprio strumento scientifico, un vero e proprio caposaldo epistemologico. La tendenza a chiedere un risarcimento monetario in cambio dei danni subiti dalla salute scaturiva da una riverenza, da una soggezione nei confronti della presunta scientificità di cui il tecnico della salute era portatore. Al movimento operaio italiano era sino ad allora mancato un autonomo punto di vista sulla scienza e sulla tecnologia, ritenuta neutrale e perciò non suscettibile di alcuna modifica.

L’esperienza consiliare troverà poi un ulteriore sviluppo, tutto politico, nei Consigli di zona, rete dei consigli di fabbrica operanti in un determinato territorio. Questa evoluzione della struttura consiliare, fu il risultato della comprensione, che via via si fece strada, che la conquista di un potere negoziale dentro la fabbrica è fondamentale, ma non sufficiente e che ci sono contraddizioni e problemi che possono essere affrontati solo in una dimensione più vasta.

Il quadro comunista di fabbrica, l’operaio specializzato, membro di commissione interna, duro, sperimentato, disciplinato, capace di resistere negli anni alla più aspra repressione era una figura molto diversa dal giovane operaio manuale, con scarsa o nessuna professionalità, catapultato nella fabbrica fordista, senza storia sindacale metabolizzata, insofferente al lavoro ripetitivo della catena di montaggio, ostile verso la gerarchia aziendale, refrattario alle stesse regole del conflitto negoziale tra sindacato e padroni. Eppure sarà questa nuova classe operaia a segnare di sé la riscossa operaia dei primi anni Settanta.

I padroni non stanno a guardare

Tutta la strategia della tensione, dal 1969 in avanti, avrà un ineludibile contenuto di classe. Il “tendenziale sovversivismo delle classi dominanti” aveva già fatto mostra di sé, in Italia, dagli anni Sessanta: tutti i tentativi di golpe (il piano Solo del generale De Lorenzo (1964), quello di Junio Valerio Borghese (1970), quello di Edgardo Sogno (1970) avevano avuto il sostegno di Confindustria e Confagricoltura. Alla strategia della tensione non fu mai estranea Confindustria che finanziò non soltanto il Msi, ma anche e direttamente l’Ordine Nuovo di Pino Rauti.

Ricorda Aldo Giannuli che “i documenti ci dicono che la Confindustria ha giocato la sua forza per ostacolare l’accesso delle masse nel sistema di potere del paese. Gli industriali, sia come singoli gruppi imprenditoriali, sia come associazione hanno anche più che rasentato lo sbocco del colpo di Stato e hanno finanziato la peggiore destra eversiva2”.

La svolta di Luciano Lama, la “strategia” dell’Eur e la “politica dei sacrifici

Dalla seconda metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, si aprì un durissimo conflitto fra la Cgil di Luciano Lama e il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer.

Le radici del dissenso erano profonde e ormai sedimentate nel tempo, da quando, il 24 gennaio 1978, comparve su “la Repubblica” un’intervista di Eugenio Scalfari a Luciano Lama, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”, dove il segretario della Cgil aveva affermato che “la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo”. Ciò in quanto – continuava Lama – “se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di fare diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli occupati deve passare in seconda linea (…)”. E ancora: “Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive”. E infine: “Ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti (…) e che la forza lavoro è divenuta pur essa una variabile indipendente (…). Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza”.

Poche settimane dopo, a metà febbraio, la Cgil tenne una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi, la moderazione salariale e come contropartita un programma di investimenti per garantire l’occupazione. L’idea era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti. Si trattò di un gravissimo errore teorico e politico, foriero di gravissime conseguenze sociali. La “politica di sacrifici sostanziali” di Lama fu senza contropartita. E l’occupazione, che doveva essere l’obiettivo perseguito fu da allora costantemente calante. La proposta di politiche attive in favore della disoccupazione venne infatti subito rifiutata e di fatto mai attuata.

La resa alla alla Fiat

Lo strappo fu fortissimo e la reazione di Berlinguer “gelida”, come confermò molti anni dopo lo stesso Lama in una lunga intervista a Giampaolo Pansa del 19873 dove l’ex segretario della Cgil descrisse senza veli la dimensione tutta politica di un dissenso radicale che assumerà i tratti di una vera rottura. Della quale furono emblematica espressione due vicende. La prima, nel 1980, quando la Fiat decise di ingaggiare una prova di forza risolutiva, intimando 14 mila licenziamenti. Gli operai avevano reagito bloccando la produzione e presidiando i cancelli degli stabilimenti per 35 giorni. Il segretario del Pci compì un gesto clamoroso: andò davanti ai cancelli della Fiat, a Mirafiori, a Rivalta al Lingotto, alla Lancia di Chivasso accolto ovunque da una folla enorme di operai. Qui, interrogato da un lavoratore che gli rivolse l’esplicita domanda su cosa il Pci avrebbe fatto qualora gli operai avessero occupato gli stabilimenti, Berlinguer rispose che “se si dovrà giungere a questo per responsabilità della Fiat e del governo, i comunisti faranno la loro parte”. Ma il sindacato aveva già deciso e subito dopo la cosiddetta marcia dei 40 mila, la capitolazione fu senza condizioni: l’accordo che poneva incassa integrazione a zero ore 24 mila lavoratori, nei fatti un pre-licenziamento, fu stilato sotto dettatura dell’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, malgrado l’aperto dissenso delle assemblee dei lavoratori, con un vulnus democratico che sarebbe stato gravido di conseguenze per il futuro.

La battaglia sulla scala mobile e gli “autoconvocati”: il “canto del cigno”

La seconda vicenda risale a due anni dopo, nel 1982, quando il governo presieduto da Bettino Craxi decise di tagliare tre punti di scala mobile. Cisl e Uil avevano già firmato l’accordo e la Cgil era al suo interno divisa e molto incerta (a volersi esprimere con un eufemismo) nella stessa leadership di Lama. Non lo fu il Pci che si oppose con estrema decisione4 .

La risposta dei lavoratori non si fece attendere: in molte fabbriche partirono infatti scioperi spontanei indetti da consigli di fabbrica auto- convocati. Già la mattina del 14 febbraio, 310 consigli di fabbrica convocarono a Bologna una manifestazione con più di 60mila persone, in 18mila scesero in piazza a Reggio Emilia, nel napoletano una riunione di 13 consigli di fabbrica alla Italsider di Bagnoli proclamò quattro ore di sciopero. La stessa cosa accadde a Verona dove, il 17 febbraio, uno sciopero indetto da 15 consigli di fabbrica vide l’adesione di una cinquantina di aziende e a Brescia, dove all’appello del consiglio di fabbrica autoconvocato della Atb risposero centinaia di fabbriche. La modalità fu dunque la medesima: singoli consigli di fabbrica o coordinamenti di consigli che si autoconvocavano, proclamavano scioperi con manifestazioni e aggregavano così rapidamente i lavoratori delle fabbriche vicine. La Cgil, spaccata al suo interno, si ritrovò quindi a dover appoggiare scioperi e mobilitazioni completamente al di fuori del controllo dell’apparato. Proprio durante l’assemblea di Milano in cui il movimento dei consigli autoconvocati avanzò la proposta di una grande manifestazione nazionale per il 24 marzo, si riuniva la segreteria nazionale della Cgil che decise di convocare una manifestazione per lo stesso giorno.

Proprio quel giorno, poco più di un mese dopo il “decreto di San Valentino” con cui il governo Craxi aveva tagliato la scala mobile, si svolse a Roma una delle più grandi manifestazioni del dopoguerra.

Quella che viene ricordata come una giornata storica per il movimento operaio italiano, con un milione di persone a Roma, fu segnata da un dualismo drammatico. Da un lato fu il tentativo con cui la burocrazia sindacale cavalcò il movimento per tirarne il freno; dall’altro fu il tentativo estremo, quasi disperato dei consigli di opporsi alla resa. Così si tennero, dal palco, due discorsi ufficiali, di opposto indirizzo: quello di Lorenzo Paletti, delegato della Om-Iveco di Brescia, a nome del movimento degli auto-convocati, che invitò i lavoratori a continuare la strada della mobilitazione e della lotta, e quello imbarazzato di Luciano Lama, che nel gelo di una piazza ammutolita disse: “Oggi è una giornata straordinaria per i lavoratori e per la Cgil, ma è una manifestazione che non si dovrà più ripetere”. L’iniziativa fu quindi deviata sul piano istituzionale, dapprima con l’ostruzionismo parlamentare del Partito comunista, poi con la proposta del referendum abrogativo del decreto, spostandola dal piano delle lotte nelle fabbriche.

È a tutti noto come andò a finire: il referendum tenutosi nel giugno del ’95 si svolse nell’ostilità o nella freddezza di una parte dei gruppi dirigenti della Cgil e della destra dello stesso Pci. Ciononostante si recò alle urne il 78% del corpo elettorale e il “Sì” all’abrogazione del taglio raggiunse il 46 per cento dei voti, superiori alla somma dei partiti che l’avevano sostenuto.

La sconfitta ebbe conseguenze molto gravi e durature. Prese avvio da quel momento una “ruzzola” che non si sarebbe più arrestata. Un processo che a tappe forzate avrebbe condotto sino alla progressiva erosione di pressoché tutte le conquiste della più grande stagione di lotta di classe in epoca repubblicana e alla resa culturale e politica delle espressioni sia sindacale che politica del movimento operaio.

L’ultimo colpo di maglio

Progressivamente, si fece strada nel sindacato l’idea che la logica del conflitto potesse funzionare nelle fasi ascendenti del potere sindacale, esponendolo tuttavia a maggiori contraccolpi quando la congiuntura si faceva critica. Ma in seguito, con una ulteriore torsione concettuale, fu il conflitto in quanto tale che da fisiologico regolatore dei rapporti di forza fra le classi finì per essere sempre più considerato dal sindacato come una “patologia delle relazioni sociali”.

A partire dai primi anni Novanta, sul banco degli imputati salì sistematicamente “il costo del lavoro” e i parametri di convergenza del trattato di Maastricht divennero l’artifizio retorico con cui si giustificava la compressione dei salari. Lascala mobile, o ciò che ne era rimasto, con una fantastica acrobazia logica venne accusata di generare inflazione e la Confindustria disdettò formalmente l’accordo. Fu a questo punto che il governo (Giuliano Amato ne era presidente delConsiglio) compì un perfetto gioco di sponda con i padroni ed invitò le parti sociali ad aprire una trattativa a tutto campo “per la ristrutturazione del salario e del sistema contrattuale”, minacciando la crisi di governo ove l’accordo non fosse raggiunto. Fu in questo scenario, drammatizzato ad arte che, alla fine di luglio, a fabbriche chiuse, Bruno Trentin, segretario della Cgil, riunì il comitato direttivo che espresse un giudizio largamente negativo sulla possibilità di un’intesa. Il segretario della Cgil assicurò che non si sarebbe proceduto nel confronto e che la discussione sarebbe ripresa a settembre. Invece l’accordo venne sottoscritto: definitiva cancellazione della scala mobile, moratoria della contrattazione articolata e azzeramento dell’intero sistema di relazioni industriali sino allora vigente. Fu una resa totale e senza condizioni. Trentin giustificò il passo “nel nome della responsabilità nazionale e nell’interesse della stessa Cgil”, quindi diede le dimissioni e partì per le ferie.

Giuliano Amato, dal canto suo, completerà l’opera con un “uno-due” micidiale: una svalutazione della lira del 7% e il varo di una memorabile maximanovra da 93.200 miliardi, con aumenti dell’Irpef, tagli all’assistenza sanitaria, blocco dei pensionamenti anticipati e congelamento delle pensioni.

Se la resa alla Fiat aveva provocato una frattura profonda fra sindacato e lavoratori, il cedimento di fronte al ricatto di Amato generò un cataclisma nelle file del maggiore sindacato italiano. Fu un autentico psicodramma che tuttavia si riassorbì nel modo più paradossale, con il respingimento, a maggioranza, delle “irrevocabili” dimissioni di Trentin.

Fu come se la Cgil fosse entrata in un “buco nero” per uscirvi in uno scenario sindacale totalmente mutato. Le contestazioni dei lavoratori in tutte le piazze d’Italia furono pesanti e drammatiche. Per la prima volta nella storia della Cgil, comparvero gli scudi di plastica con i quali i servizi d’ordine proteggevano il palco dal quale i sindacalisti prendevano la parola. E non si trattò certo solo di marginali manifestazioni di estremismo.

L’accordo del dicembre 1993: non si contratta più, nasce la concertazione tripartita

Il nuovo accordo generale fra Confindustria e sindacato mutava totalmente il sistema di relazioni industriali e il modello contrattuale pre-esistente: inflazione programmata in apposite sezioni tripartite per cogestire la politica dei redditi; due livelli di contrattazione con primato gerarchico di quello nazionale e con l’essenziale novità che la contrattazione decentrata non poteva più insistere su contenuti già oggetto di quella nazionale, per cui ogni aumento salariale stabilito in sede territoriale doveva avere, come contropartita, aumenti di produttività individuali o collettivi o, peggio, essere collegato ad indici di bilancio aziendali del tutto estranei alla prestazione di lavoro.

Non ricordo un solo accordo di quegli anni che non recasse nella premessa una dichiarazione in cui “le parti” riconoscevano le compatibilità ritenute dall’impresa essenziali per il mantenimento della competitività d’impresa. Più avanti queste formule autolesionistiche non furono neppure necessarie perché la cornice concettuale di cui erano espressione era stata perfettamente introiettata dal sindacato.

Fu lo stesso concetto di “piattaforma rivendicativa” ad essere messo in mora: la concertazione, nuova “pietra angolare” delle relazioni industriali, scolpita dentro rigidi vincoli e prescrizioni, mise sostanzialmente fine all’indipendenza e all’autonomia del sindacato nella definizione delle strategie contrattuali.

La sconfitta avrebbe avuto, nell’immediato, e ancor più nel futuro, sostanziali ripercussioni materiali sulle condizioni di lavoro e sul reddito dei lavoratori. Ma ne ebbe di non meno pesanti e persino più gravide di conseguenze sulla cultura sindacale e operaia: del grande processo di soggettivazione politica che per un decennio aveva fatto della classe operaia italiana la classe sociale egemone non restava più nulla.

La notte più lunga

Tutto ciò che accadde da quel momento in avanti non fu che un generale “redde rationem” del sindacato, confinato in una marginalità sociale dalla quale non ha più saputo uscire.

Vi sono stati episodici sussulti di resistenza, come quando, il 12 maggio 1994, la Cgil promosse una straordinaria risposta di massa contro il tentativo berlusconiano di liquidare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma da quella grande mobilitazione popolare sono trascorsi quasi trent’anni e ciascuno sa come è andata a finire: livelli di precarizzazione del lavoro molto prossimi al lavoro schiavile; ritorno al licenziamento ad nutum; pensioni e salari fra i più bassi d’Europa, un grado di insicurezza sul lavoro talmente grande da innescare un drammatico crescendo di morti ed infortuni sul lavoro. Ed è altrettanto noto come questo saccheggio dei diritti sia avvenuto con il consenso politico pressoché unanime dell’intero arco costituzionale e delle coalizioni di centrodestra e di centrosinistra che si sono alternate alla guida del Paese.

Poi, nel 2011, il governo cosiddetto “tecnico”, presieduto da Mario Monti e sostenuto da Pdl e Pd, provvide ad alcuni poderosi colpi d’assaggio (licenziamenti individuali, età pensionabile). Cinque anni dopo, a quasi mezzo secolo dal varo dello Statuto dei lavoratori, un’altra legge dello Stato, il renziano “Jobs act”, decretava la sostanziale liquidazione del “diritto del lavoro”, e sanciva nel modo più solenne la restaurazione del dominio del capitale sul lavoro.

Quel che è persino peggio è che “vendetta” padronale avvenne senza una replica sindacale capace di andare al di là di una labile quanto rassegnata protesta.

Segni di ripresa crescono

C’è tuttavia un limite oltre il quale le contraddizioni non sono più governabili ed esplodono, perché, come dice il saggio, “nessuno è mai riuscito a mettere le brache al mondo”.

La magnifica lotta del collettivo operaio della Gkn e la mobilitazione sempre più estesa dei lavoratori della logistica (ne leggete in questo numero) fanno capire che la partita non è chiusa. Da un lato la risposta di un sindacalismo di fabbrica maturo, capace di rispondere alla violenza dei licenziamenti di massa con una strategia che da difensiva riesce a diventare offensiva, giungendo fino a mettere a tema il governo operaio della produzione e il recupero di una fabbrica che il padrone intende chiudere; dall’altro la lotta contro le forme più brutali di sfruttamento dei lavoratori, in grande maggioranza immigrati, impiegati sino allo sfinimento e con salari da fame, dalle più piccole aziende fino alle grandi multinazionali che gestiscono la movimentazione delle merci.

Il punto è che queste espressioni di un sindacalismo di classe sono fenomeni ancora isolati, non sono il frutto di un generale movimento di massa, di un risveglio della vertenzialità sindacale.

Se 10 euro vi sembran troppi…

In questo contesto si inserisce la nostra proposta di dare finalmente concreta applicazione all’articolo 36 della Costituzione e stabilire, per legge, un salario minimo al di sotto del quale non si possa lavorare: dieci euro lordi, che equivalgono ad una retribuzione oraria di 8,2 euro e ad una mensile di 1420, al netto delle ritenute fiscali e contributive: un livello da rendere equivalente nel tempo, attraverso un meccanismo di indicizzazione stabilito dalla legge e perciò sottratto alla volubilità e alle incertezze della contrattazione. Ricordo, solo di passaggio, che in Germania il salario minimo orario è di 12 euro, ma la Dgb ha chiesto di elevare l’importo a 14 euro e il ministro del lavoro Hubertus Heil della Spd ha dichiarato di condividere la necessità un “aumento significativo”, mentre la Nupes propone che in Francia il salario minimo netto mensile non sia inferiore ai 1400 euro.

Si è visto come il governo Meloni, in perfetta sintonia con Confindustria, abbia ritenuto irricevibile questa proposta, come pure quella delle opposizioni parlamentari, più contenuta (9 euro per ora lavorata) e per altro non esente da gravi limiti e contraddizioni5.

Il sindacato (ma non Cisl e Uil), dopo non pochi traccheggiamenti, pare essersi convinto che questa strada vada percorsa, sebbene sia piuttosto evidente che, qualora una misura di salario minimo fosse adottata, anche nella misura più ridotta, gli ultimi livelli retributivi di non pochi contratti collettivi si troverebbero fuori legge. Questo obbligherebbe il sindacato a rimettere mano all’intero assetto dell’inquadramento categoriale, facendo i conti con una dinamica salariale che è in Italia fra le più basse d’Europa. Ma c’è di più. E, per la verità, di peggio. Ci sono contratti nazionali, anche di recente stipulati da Cgil Cisl e Uil, come quello dei Servizi fiduciari (scaduto nel 2016 e rinnovato solo nel maggio 2023), che prevedono minimi retributivi di circa 5 euro netti l’ora: una paga indecente che ormai più sentenze dei tribunali, su istanza di gruppi di lavoratrici e di lavoratori, hanno messo in mora in quanto illegittima perché contraria al dettato costituzionale. I giudici si sono spinti fino a dichiarare, in forza della Legge fondamentale dello Stato, che ove la retribuzione prevista in un contratto collettivo risulti inferiore a questa soglia minima, la clausola contrattuale è nulla e, soprattutto, che “il giudice adegua la retribuzione secondo i criteri dell’art. 36 C., con valutazione discrezionale”. La contrattazione collettiva, anche se agita da sindacati “maggiormente rappresentativi”, non è dunque ritenuta un requisito sufficiente a soddisfare il precetto costituzionale.

Ma non dovrebbe essere compito precipuo dei tribunali quello di garantire ai lavoratori e alle lavoratrici un’esistenza “libera e dignitosa”.

“Sciopero sì, sciopero forse, se proprio serve”

Lo sciopero, la conflittualità, sono stati ormai da molti anni trattati come una “patologia” delle relazioni sociali, piuttosto che come la “fisiologia” della lotta di classe. Ingabbiato dentro le pastoie della concertazione, il conflitto è stato anestetizzato, come un muscolo atrofizzatosi a causa della lunga inazione. Quando, sempre più raramente, il sindacato si è spinto alla proclamazione di qualche ora di sciopero, si è trattato di un episodio fine a se stesso, senza preparazione a monte e senza seguito a valle, un rito a cui i lavoratori si adeguano sempre più stancamente, avendo ormai compreso che non è sulla lotta che si conta davvero per raggiungere un risultato. Le stesse piattaforme risultano vaghe, troppo generali e troppo generiche, come se l’oggetto stesso del confronto si formasse ai tavoli di trattativa.

Ricostruire l’idea stessa di “piattaforma rivendicativa” e il rapporto democratico con i lavoratori attraverso cui costruirne l’ordito è la prima trasformazione culturale di cui vi è immenso bisogno.

È di queste settimane il varo, da parte degli organismi dirigenti della Cgil, di un lungo, onnicomprensivo documento: una elencazione di titoli che da soli illustrano plasticamente la drammatica condizione in cui versa il lavoro in questo primo ventennio del terzo millennio. Si chiede ai lavoratori di condividerlo formalmente nelle assemblee e di dichiarare, contestualmente, la propria disponibilità a sostenerlo, “se necessario”, anche con lo sciopero generale. Una sorta di patto, proposto con una inedita solennità. Ora, vengono in mente due osservazioni, non proprio peregrine.

La prima: alle assemblee non si può scodellare un testo da prendere o lasciare e, soprattutto, occorre selezionare e declinare con estrema precisione i contenuti delle richieste: affastellare venti temi di grande momento senza però dire con chiarezza cosa se ne vuol fare significa sollevare un gran polverone dissoltosi il quale rischia di rimanere ben poco; la seconda: il referendum sullo sciopero, sulla disponibilità a ricorrervi, non andrebbe proposto ai lavoratori e alle lavoratrici, bensì, per la verità, ai sindacati medesimi e ai loro gruppi dirigenti: non come l’evocazione di una “estrema ratio”, ma come la reale, concreta disponibilità a promuovere una vertenza, inevitabilmente dura, fatta di scioperi articolati e di momenti generali, non mere mobilitazioni di testimonianza che lasciano il tempo che trovano. Scaricare sui lavoratori la propria inerzia burocratica è sempre un pessimo indizio di resa. Fare del confronto che va ad aprirsi una discussione vera, diffusa, capace di trasformare le tiepide intenzioni nelle premesse di una lotta di massa: ecco l’appuntamento che attende chi ci crede ancora.


1 Sono di quel periodo lo statuto dei diritti dei lavoratori (1970); la legge sulle lavoratrici madri (1971); la legge sul lavoro a domicilio (1973). Nel 1975 viene stipulato l’accordo che fissa il valore della indennità di contingenza (la scala mobile) a 1389 lire a punto, uguali per tutte le categorie e per tutti i lavoratori. Sono inoltre di quegli anni la riforma delle pensioni (il diritto al pensionamento dopo 35 anni di lavoro con una rendita del 2% per anno calcolata sull’intero montante retributivo); la riforma della sanità (con la concreta affermazione del diritto universalistico alle prestazioni sanitarie); la riforma della psichiatria (la “riforma Basaglia”, con l’abolizione dei manicomi); la riforma della casa (con la legge 167, che affermava il principio del diritto all’abitazione attraverso la costruzione e l’assegnazione di case di edilizia economico-popolare). Nel 1974 la battaglia sul divorzio si concluse con la vittoria nel referendum abrogativo della legge promosso dai Comitati civici e sostenuto dalla Democrazia cristiana e dalle gerarchie vaticane. Nel maggio del 1975 nasce il nuovo diritto di famiglia.

2 Dalla Prefazionve al libro di Elio Catania “La Confindustria nella Repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione”, Mimesis, 2021.

3 Luciano Lama, (a cura di Giampaolo Pansa), Intervista sul mio partito, Laterza, 1987.

4 Dirà il capo del Pci:

“Non si può dimenticare che la difesa del potere d’acquisto dei salari, e soprattutto di quelli più bassi, per il sindacato costituisce un dovere istituzionale, mancando al quale esso sparirebbe; e per il nostro partito, per noi comunisti, costituisce un vincolo indispensabile per qualificare un nuovo modello di sviluppo generale dell’economia italiana (…). Occorre essere consapevoli che l’attacco alla scala mobile è un aspetto dell’offensiva che tende a scaricare sulla classe operaia tutto il peso della crisi, non solo riducendo la sua quota di reddito, ma colpendo il suo potere contrattuale, quindi il suo peso sociale, e perciò, in definitiva, la possibilità di esercitare la sua funzione politica dirigente nazionale. Ecco perché abbiamo detto che la posta dello scontro in atto è altissima: perché è anche politica”.

5 La proposta delle opposizioni parlamentari (escluso il gruppo di Renzi) prevede che una volta fissato per legge il salario minimo orario a 9 euro, l’ade- guamento di questo importo avvenga attraverso un “confronto” periodico tripartito fra organizzazioni sindacali, padronali e soggetti istituzionali. È inoltre previsto “un beneficio economico a sostegno dei datori di lavoro per i quali questo adeguamento risulti più oneroso”. È del tutto evidente, ma non ai proponenti, che affidare ad un negoziato l’adeguamento di una misura di legge significa congelarlo in un binario morto; mentre finanziare il salario minimo attraverso il concorso della fiscalità generale significa che la parte economica a carico dei datori di lavoro può restare miserabile qual e è ora.

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