La transizione digitale, terreno di un nuovo conflitto sociale

Stefano Borroni Barale*

“Il modo migliore per mantenere le persone passive e obbedienti è quello di limitare rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili, ma permettere un un dibattito molto vivace all’interno dello spettro, incoraggiando le opinioni più critiche. Questo dà alle persone la sensazione che ci sia un libero pensiero in corso, mentre per tutto il tempo i presupposti del sistema vengono rafforzati dai limiti posti alla portata del dibattito.” – Noam A. Chomsky, “The common good”, 1998

Il dibattito odierno sulla tecnologia è letteralmente ostruito da definizioni e concetti che nascondono al loro interno pensieri, visioni e assiomi di chi le conia. Il risultato è una narrazione mistificata della tecnologia, dei rapporti di forza che essa impone alla società attraverso cambiamenti dirompenti1 e che consolida attraverso la burocrazia dei suoi apparati composti da tecnologia, istituzioni e ideologia2.

Decostruire questa narrazione è compito complesso e parte, giocoforza, dal paziente lavoro necessario per decifrare le sue parole-chiave. La più abusata è digitale, che intasa completamente il gergo governativo legato al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che sta procedendo a modificare profondamente -e senza alcun dibattito politico- la scuola, la società e l’industria.

Il digitale e la sua retorica

È più o meno dagli anni ’90 che digitale è divenuto sinonimo di innovativo; aggettivo che -a sua volta- viene utilizzato in termini manichei come sinonimo di “portatore di ogni bene”. D’altronde l’innovazione è alla base del progresso, no? Ma cosa significa davvero digitale? Tecnicamente un segnale digitale è un segnale discreto, ossia che assume valori solo ad intervalli di tempo regolari. Tra un valore e l’altro il segnale non esiste, come nell’immagine in basso, in cui i punti valorizzati sono quelli indicati dalle frecce e tra una freccia e quella dopo il segnale non esiste. Quando il segnale è un suono, l’effetto è simile al suono delle sveglie anni ’80 (e delle suonerie più brutte del vostro cellulare, quelle che fanno bip bip). In pratica la digitalizzazione è l’operazione attraverso la quale trasformiamo un ricco segnale continuo in un segnale discreto, che è decisamente più povero di informazioni rispetto al segnale originale:

Quindi digitalizzare qualcosa significa sempre e in ogni caso peggiorarne la qualità. Quanto sia importante questo impoverimento, dipenderà dalla qualitàdella digitalizzazione, ovvero dal numero di bit che la macchina ha a disposizione per rappresentare il segnale una volta digitalizzato:

Questo esempio rende abbastanza evidente il rapporto tra il segnale digitale e quello analogico. La ragione di questo sforzo? Semplice: un segnale digitale può essere elaborato da un computer, permettendoci di manipolarlo in modi impossibili con un segnale analogico. Quindi lo scambio è: perdere in qualità per guadagnare in velocità ed efficienza.

La retorica del digitale si basa sull’obliterazione di qualsiasi altra considerazione:  una volta che è qualcosa è digitale il suo trattamento può essere automatizzato, rimuovendo così il lavoro umano dall’equazione3 e, con esso,  il conflitto sociale e tutto quanto può essere d’intralcio all’accumulazione di ricchezza da parte di chi ha le risorse iniziali per mettere in piedi il sistema.

Questo è il motivo per cui sentiamo parlare di:

  • educazione digitale o scuola digitale il cui obiettivo è rimuovere il docente dall’equazione, o magari ridurne le unità di un buon 60-70% per sostituirle con macchine tutor basate sull’Ai4;
  • cittadinanza digitale tipico caso in cui l’aggettivo rimuove delle qualità invece di aggiungerne, dato che -nel momento in cui ci obblighiamo a dover utilizzare le macchine per poter accedere a un diritto- ci poniamo nella condizione di vedercelo negato per un malfunzionamento della macchina stessa;
  • DigiCompEdu il quadro delle competenze digitali…

Mi fermo perché spero che chi legge sarà ormai ampiamente in grado di proseguire questo “gioco” in completa autonomia. In pratica la transizione verso il digitale, che ci viene spacciata dagli esperti come ineluttabile e neutrale passaggio verso un mondo nuovo e migliore, altro non è che l’avvento di una nuova fase di automazione industriale che vuole includere al suo interno il lavoro cognitivo, automazione resa possibile dalla tecnologia propagandata come intelligente.

Intelligenza artificiale

L’esempio più estremo di questa retorica del digitale è rappresentato dalla cosiddetta intelligenza artificiale: una tecnologia talmente nuova che tanto Dino Buzzati che Italo Calvino fecero a tempo ad analizzarne il potenziale impatto nei loro scritti5 degli anni ’60, che richiede per funzionare enormi risorse di calcolo nonché naturali, e che -nonostante questo- ci viene propagandata come “la prossima rivoluzione industriale”. In barba all’emergenza climatica e all’effetto -almeno a breve termine- che questa dovrebbe avere sui nostri consumi energetici.

Nella realtà ChatGPT, l’esempio più famoso di questa tecnologia, non è affatto intelligente (in quanto cerca di replicare alcune delle funzioni della mente umana, ma utilizzando la statistica in vece della semantica) e non è nemmeno artificiale in quanto, per poter funzionare, necessita di uno straordinario numero di programmatori umani sottopagati che si prendano cura della sua ottimizzazione, onde evitare che risputi in faccia ai suoi creatori le grandi quantità di informazione-spazzatura utilizzate nel suo processo di ottimizzazione (“addestramento” nel gergo Ai).  

Il digitale come nuovo terreno del conflitto sociale

Sgombrato il campo dalle mistificazioni che “limitano rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili” siamo finalmente in condizione di porci la domanda che ci era stata negata a priori all’interno della narrazione tecno-soluzionista6 secondo la quale i problemi di oggi saranno risolti dalla tecnologia di domani (a patto di non disturbare il manovratore).

L’introduzione a ritmo serrato di nuove tecnologie per favorire l’automazione di ogni lavoro (anche quello cognitivo), sta modificando la società in senso autoritario. L’accettazione passiva dell’innovazione imposta dall’alto non è più un’opzione transitabile.

L’alternativa potrebbe forse essere il rifiuto di ogni innovazione? Fermo restando che la strada verso un approccio autonomo e conviviale7 alla tecnologia rende necessario il rifiuto della soluzione delle grandi imprese del digitale, rifugiarsi nell’utopia primitivista non ci interessa: il rischio di perdere, assieme alla tecnologia, anche il suo effetto liberatorio e libertario è eccessivo.

Che volto dovrà avere, quindi, una tecnologia conviviale e quali azioni politiche possono concretizzarla? Ecco un problema degno di nota, che ha costituito lo scoglio su cui affondò il movimento altermondialista, palestra politica della mia generazione. L’analisi più acuta che io abbia letto al proposito è del filosofo ed ex guerrigliero argentino Miguel Benasayag, che sostiene che l’errore del movimento fu pensare di dover fornire un’alternativa globale alla globalizzazione perché il globalismo è, per sua natura, interno al capitalismo. La vera alternativa sta nella più grande “biodiversità” di soluzioni locali possibile; basate sulla relazione, sul convivium dove ciascuno siede alla tavola comune con il proprio bagaglio di conoscenze e capacità per costruire insieme il futuro, attraverso una pletora di tecnologie, incompatibili con la globalità e costruite collettivamente. Come nel caso del software libero, definito dall’UNESCO “la più grande opera collettiva dell’umanità”.

La strada per la costruzione di queste alternative passa attraverso un conflitto sociale paziente e costante. Nella scuola rigettando, docenti e famiglie, l’impostazione secondo la quale l’innovazione didattica debba coincidere con l’adozione di nuove tecnologie digitali, fino a giungere alla sostituzione del docente con la macchina (cfr. nota 4).

Nel terziario rigettando l’idea che un agente automatico (anch’esso AI) possa essere incaricato di decidere la giornata di lavoro, in una specie di “gamification a cielo aperto” come nelle terribili vicende dei rider e della logistica.

Nell’industria pretendendo di avere voce in capitolo nelle decisioni relative al futuro della fabbrica, anche a costo di cogestirla, come peraltro era già stato fatto dai sindacati prima del nord Europa e poi del continente americano fin dagli anni ’60, come tentano oggi gli operai della GKN.Tutto questo senza perdere mai coscienza del fatto che le tecnologie vanno presidiate nel processo di continuo cambiamento a cui sono sottoposte. Il rischio, altrimenti, è che facciano la fine del software libero che costituisce oggi, grazie a operazioni di espropriazione da parte di grandi gruppi industriali, la base per diverse tecnologie del controllo tutt’altro che foriere di libertà.


1 La retorica della disruptive technology procede a braccetto con la shock economy, di cui è uno degli strumenti, come ben raccontato da Naomi Klein nel suo Shock economy del 2007

2 Uso qui la definizione di apparati introdotta da Dan McQuillan in Resisting AI. An anti-fascist approach to Artificial Intellgence, Britsol University Press, 2022

3 Questa la dinamica di funzionamento di quelle che C. Milani chiama tecnologie del dominio: tecnologie costruite per consolidare rapporti di comando-obbedienza (C. Milani, Tecnologie Conviviali, Elèuthera, 2022)

4 https://www.orizzontescuola.it/chatgpt-in-grado-di-sostituire-gli-insegnanti-per-gates-sara-possibile-entro-18-mesi-lintelligenza-artificiale-aiutera-i-bimbi-a-leggere-e-a-scrivere/

5 Mi riferisco al romanzo Il grande ritratto di Buzzati (1960) e al saggio Cibernetica e Fantasmi (1967/69) che in qualche modo innerva molta della produzione successiva di Calvino, da Ti con Zero fino a Le Città Invisibili. Nel suo romanzo Buzzati arriva a porsi alcuni dei problemi-chiave dell’AI che ancora fanno grattare il capo a coloro che scrivono di “etica dell’AI” (altra locuzione pericolosa).

 6 Il termine è stato introdotto dal sociologo bielorusso Evgeny Morozov nel suo libro Click here to save everything. The folly of technological solutionism, 2012

7 Utilizzo questo termine con riferimento alla cornice concettuale descritta da Ivan Illich nel suo libro La convivialità del 1973


* Sindacalista di base CUB SUR, fisico, insegna informatica in un ITI del torinese. Autore per Altreconomia del libro “Come passare al software libero e vivere felici” (2003) e “L’intelligenza inesistente”, dedicato al fenomeno dell’IA, in uscita a ottobre.


Il copyright di questo testo è di Stefano Borroni Barale che concede a “Su la testa” nella persona del suo direttore responsabile Paolo Ferrero il diritto non esclusivo di riproduzione e copia anche a fini di lucro. A tutti gli altri fini questo articolo è licenziato sotto licenza Creative Commons Attribution Non-commercial No derivatives (sono vietati l’uso a fini di lucro e le opere derivate senza previo accordo con l’autore). Qui potete leggere i dettagli di funzionamento della licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it

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