L’opposizione all’autonomia differenziata, una lotta per l’eguaglianza

Tonia Guerra*

La Costituzione è paragonabile ad una pianta: se si smette di innaffiarla, fatalmente si dissecca” (Gustavo Zagrebelski)

L’ autonomia nell’accezione neoliberista

La parola “autonomia” fa parte di quel lessico che col tempo ha modificato la portata evocativa di alcune parole, trasformando nel suo contrario il senso originariamente positivo e progressivo. Ne sa qualcosa il mondo della scuola, travolto dall’“autonomia scolastica”, che nell’intenzione dichiarata dei suoi fautori sarebbe stata foriera di capacità di autorganizzazione delle scuole per rispondere adeguatamente ai bisogni degli/lle studenti/esse e delle comunità, ma si è inverata nell’aziendalizzazione di un sistema che ha assunto i criteri della competizione e dell’impresa nella sua organizzazione e nelle sue stesse finalità, allontanandolo dalla funzione assegnatagli dal dettato costituzionale.

Non a caso, l’autonomia scolastica e l’autonomia differenziata sono entrambe frutto della ventata neoliberista che ci ha travolti fra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei duemila (1) con l’armamentario ideologico della supremazia del mercato, l’arretramento del ruolo dello Stato, lo svilimento del “pubblico” e l’esaltazione del “privato”.

Il percorso dell’autonomia regionale differenziata

Il percorso che oggi il Governo Meloni sta portando a compimento trova le sue radici nella modifica del Titolo V della Costituzione, attuata nel 2001 e incubata nella Commissione bicamerale del 1997, presidente D’Alema, come espediente per sottrarre la questione del federalismo alla Lega, tentativo risultato con ogni evidenza inefficace e molto pericoloso. Ma prima ancora è figlio dell’Europa dei trattati di Maastricht e di Lisbona, della ristrutturazione capitalista fondata sulle macroregioni con cui si progettava di ridisegnare il territorio europeo, secondo il quale l’Italia sarebbe smembrata in più parti, ciascuna appartenente a una diversa macroregione.

Rifondazione Comunista fu allora ferma oppositrice di questa deriva, sia in Parlamento che nella società.

Il Titolo V, come deformato nel 2001, consentendo ad ogni singola regione di accedere a ulteriori forme di autonomia- legislativa, organizzativa, gestionale- su 3 materie fino ad allora riservate alla legislazione esclusiva dello Stato e 20 materie di legislazione concorrente, ha aperto la strada ad un regionalismo a geometria variabile, in cui ogni regione, in sostanziale concorrenza con le altre, può scegliere pezzi di stato sociale e risorse statali da avocare a sé attraverso una contrattazione con il governo (dall’istruzione alla sanità, dalla comunicazione alle infrastrutture, dai beni culturali all’energia, dal lavoro alla previdenza, per citarne solo alcuni).

Questo quadro trovò una prima precipitazione nel 2018, con le intese firmate dal Governo Gentiloni con le regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, le prime due a guida leghista, la terza a guida PD; ed oggi arriva a deflagrare sul Paese per mano del Governo Meloni, con Fratelli d’Italia e Lega avvinghiati in uno scambio di governo che tiene insieme autonomia differenziata e presidenzialismo (o premierato, ancora non è chiaro).

Nella fase intermedia si sono avvicendati 3 governi, a guida Conte e Draghi, che hanno tutti posto l’autonomia differenziata all’interno dei propri programmi: da ciò si evince concretamente che si naviga a vista all’interno di un’unica visione quasi interscambiabile.

Il movimento di opposizione al regionalismo differenziato

In controluce, dal 2018, sul terreno sociale fa da contrappunto una strenua esperienza di resistenza e di opposizione: il movimento contro il regionalismo differenziato ha preso le forme di una soggettività plurale che in questi 5 anni ha dovuto inventarsi forme e pratiche inedite, dando vita ad un agglomerato di esperienze culturali, sociali e politiche, in parte provenienti da precedenti mobilitazioni in difesa della Costituzione, in parte inedite e convergenti sullo scopo.

Nati su spinta del movimento in difesa della scuola pubblica, reso particolarmente reattivo dalla mobilitazione contro la “buona scuola” e contro la riforma costituzionale del Governo Renzi, i “Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti” si autodefinirono in un’assemblea autoconvocata presso il liceo Tasso di Roma nell’estate 2019, alla quale presero parte costituzionalisti, giuristi, medici, ambientalisti, docenti, associazioni, comitati per la difesa della Costituzione,  rappresentanti  sindacali e delle forze politiche dell’opposizione di sinistra.

In quella sede si tracciarono obiettivi e contenuti riscontrabili nella stessa autonominazione: 1) il giudizio negativo della modifica del titolo V, ritenuta in contrasto con il senso e la lettera dei presupposti di unità e indissolubilità della Repubblica previsti nell’art.5 della Costituzione, che contempla sì l’autonomia e il decentramento amministrativo, ma in forme assai diverse dal centralismo regionale; 2) la  consapevolezza che non ci possa essere alcuna forma di autonomia, né ambito e materia, che non rispetti i principi costituzionali, in termini di uguaglianza dei diritti, non “contrattabili” e già ampiamente disattesi; 3) la lettura meridionalista dei processi di spoliazione di risorse e diritti, come questione nazionale e costituzionale.    

Se volessimo trovare gli elementi che hanno consentito a questo movimento di attraversare le difficoltà della pandemia, l’oscuramento dei media, l’indifferenza di gran parte del ceto politico, la sostanziale convergenza dei governi che si sono succeduti, credo che dovremmo tener conto di alcuni fattori:

  • la radicalità e chiarezza dell’obiettivo principale: il ritiro di ogni intesa e progetto di autonomia differenziata; l’abrogazione del comma terzo dell’art.116 della Costituzione;
  • la capacità di intessere interlocuzioni su obiettivi immediati, oggi il ritiro e l’accantonamento del disegno Calderoli, con la costruzione di un’alleanza di scopo quale il “Tavolo Nazionale No A.D.”;
  • la visione intersezionale, che consente di intrecciare la lotta contro lo smembramento del Paese con quelle sindacali della Cgil per la sanità, dell’USB contro il governo, di trovare momenti di condivisione con le istanze dei sindaci del Recovery Sud, con i punti dell’agenda dei Numeri Pari, con  le iniziative del Laboratorio Sud, con la raccolta firme “Riprendiamoci il Comune”, con la LIP sul salario minimo di Unione Popolare.

Ovviamente ci sono state occasioni di divisione, ma si è riusciti finora a schivare la tentazione di spostare tutto il movimento su posizioni di compromesso, verso forme arrendevoli di “riduzione del danno”, cioè proprio l’ottica che ispirò la modifica costituzionale con gli effetti che abbiamo davanti. Ma il rischio di autoreferenzialità è cogente, insieme alla sopravvalutazione delle proprie forze, valutate in base all’impegno e all’abnegazione delle attiviste e degli attivisti più che ai concreti rapporti di forza in campo. D’altra parte il Comitato non sussume l’intera opposizione al progetto autonomista, che oggi, anche per effetto del compattamento provocato dall’avvento di un governo di destra estrema, assume forme più estese e plurali.  

Il risultato positivo, certamente ascrivibile al movimento, è il patrimonio di un sapere diffuso e molto qualificato, accumulato in 5 anni, che gli ha consentito l’autorevolezza di stabilire interlocuzioni di merito a tutti i livelli istituzionali, con un contagio ed un accumulo di energie che hanno portato un evidente avanzamento delle posizioni di altri soggetti e che dovranno essere proficuamente impegnate nei prossimi mesi, decisivi e dall’esito molto problematico.

Rimane tuttavia il fatto che l’autonomia differenziata sia stata a lungo tenuta ai margini del discorso pubblico, oscurata dai media, sottovalutata anche da parte della sinistra non governativa, rivendicata da PD e centrosinistra, avallata dal sindacalismo confederale.

Anche oggi, che il tema si è maggiormente imposto, per la pervicacia della Lega, dei suoi rappresentanti regionali del Nord e del ministro leghista per gli Affari regionali e le autonomie, la mobilitazione non ha raggiunto la consapevolezza diffusa e la forza all’altezza del pericolo, cioè lo stravolgimento eversivo e praticamente irreversibile dell’assetto del Paese, lo smembramento dello stato sociale, la costituzione di un patchwork di staterelli con funzioni variabili. A farne le spese, i territori e le fasce sociali più disagiate, il Sud depredato negli anni, a cui viene assegnato un destino di emigrazione e di asservimento agli interessi del grande capitale, hub energetico al servizio della grande impresa.

Regionalismo differenziato e presidenzialismo

In campo sono 2 i pilastri istituzionali del Governo Meloni da contrastare ugualmente con tutte le forze: l’autonomia differenziata e il presidenzialismo.

La prima si regge su provvedimenti tanto eversivi quanto traballanti dal punto di vista giuridico: i LEP e il DDL Calderoli.

La definizione dei  LEP (livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire su tutto il territorio nazionale) è stata inserita nella Legge di Bilancio 2023 (2) con cui, attraverso un procedimento bizzarro sotto il profilo democratico/costituzionale, si affida ad una cabina di regia e ad una commissione tecnica di nomina ministeriale la definizione dei nostri diritti, da licenziare infine con DPCM, cioè con atti amministrativi non passibili di referendum e non impugnabili dinnanzi alla Corte Costituzionale, con l’esclusione del Parlamento, in contrasto con il dettato Costituzionale (3). È infatti chiaro che una individuazione costituzionalmente orientata dei LEP, debba presupporre una perequazione economica e strutturale dei territori e la copertura finanziaria conseguente, come rilevato da più parti e perfino da autorevoli membri nominati nella Commissione, che hanno mosso importanti rilievi abbandonando l’incarico.

Il DDL Calderoli (4) ha già iniziato il suo iter parlamentare e si sono concluse le audizioni presso la 1a Commissiona Affari Istituzionali del Senato. Il progetto del Ministro recepisce l’impianto delle intese già sottoscritte dalle 3 regioni del Nord e prefigura un percorso che, attraverso una contrattazione governo-singola regione che può riguardare una o anche tutte le 23 materie, si svolge fuori del Parlamento, chiamato solo ad una deliberazione finale. La quantificazione e determinazione delle risorse è lasciata alla suddetta contrattazione (quasi fosse un contratto privato) e l’inciso “compartecipazione al gettito erariale e maturato sul territorio nazionale” allude alla questione del “residuo fiscale”, cioè alla possibilità di trattenere le imposte prodotte sul territorio regionale, in contrasto con il dettato costituzionale (art.53) secondo cui la capacità contributiva è nazionale e personale, non legata al luogo di residenza.

Sulla legge le critiche sono estese e plurali: dall’ANPI allo SVIMEZ, dalla CGIL ai sindacati di base, dai costituzionalisti ai comitati, dai Sindaci alla Fondazione Gimbe, da Libera a Confindustria, da Bankitalia agli esponenti dei partiti di opposizione dentro e fuori il Parlamento fino alla Commissione Europea. Alcuni rilievi, molto significativi, provengono dall’interno della dirigenza statale e prefigurano un’incrinatura fra il potere politico e l’apparato tecnico dello Stato, come il documento con il quale l’Ufficio Bilancio del Senato paventa l’aumento delle diseguaglianze chiedendo “…come si riuscirà a garantire la compatibilità fra un eventuale aumento del gettito fiscale delle regioni differenziate … con la necessità di conservare i livelli essenziali concernenti i diritti sociali e civili delle altre regioni”.

In condizioni di normale dialettica democratica ci sarebbero tutti i presupposti per il ritiro della proposta e l’apertura di una fase di ascolto democratico.

Ma al momento non ci sono avvisaglie di questo tipo e molto dipenderà dalla capacità di mobilitazione di ciascun soggetto, dentro e fuori il Palazzo, a cominciare dalla manifestazione nazionale lanciata dalla CGIL il prossimo 30 settembre, che risponde all’appello lanciato mesi fa, in un’affollata assemblea a Roma, dai Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata.

In ballo vi è anche la questione del presidenzialismo e solo apparentemente i due argomenti sono slegati o addirittura in contraddizione fra loro: qualunque sia la forma di governo, essa non può che essere condizionata dal fatto che vi sia uno stato unitario o 20 microstati regionali.

Meloni non ha ancora presentato il suo progetto, certo è che la sua provenienza ideologica e politica denota un’insofferenza verso la democrazia parlamentare e una fascinazione verso l’investitura del “capo”. Di fatto, che propenda per l’elezione diretta del presidente o del capo di governo, avremmo un’alterazione dell’equilibrio dei poteri e dell’assetto istituzionale come sono previsti dalla Costituzione antifascista sulla quale ha giurato, perché sia scongiurato il ritorno a un regime autoritario.


1 Legge 15 marzo 1997, n. 59, articolo 21, in materia di “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa

Decreto del presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, in materia di “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59

Legge 10 marzo 2000, n. 62 – “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”

Legge Costituzionale 18 ottobre 2001, n.3 – “Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione”

2 Art.1, commi 791-801 Legge di bilancio 2023

3 Art. 117, lettera m -Titolo V

4 DDL n.615 – “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’art.116, terzo comma, della Costituzione”


* Ex docente di scuola primaria, impegnata nei movimenti in difesa della scuola pubblica, è attivista del Comitato per la Pace di Bari e componente del Tavolo Nazionale No Autonomia Differenziata. Attualmente fa parte della Segreteria Nazionale diRifondazione Comuniste, per cui coordina la campagna No A.D.

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