NATO Russofoba
Fabio Mini*
La paura è un sentimento che può anche essere salutare. Difende dall’avventatezza e consente di individuare i pericoli e di evitarli. Il suo opposto, il coraggio, è la capacità razionale di superare la paura, di valutare i rischi e calcolare le probabilità di uscita da una situazione di pericolo. L’incapacità di razionalizzare la paura e ignorare i rischi non produce coraggio ma incoscienza. Ed infatti l’incoscienza si alimenta di ignoranza. La fobia è una forma di paura che ha uno scatenante specifico che paralizza fisicamente e psicologicamente o che, attraverso il panico, impedisce di ragionare. La paralisi blocca qualsiasi reazione, il panico induce a sragionare, alla iper-reazione fino al limite dell’autodistruzione. Al livello patologico individuale quasi tutte le fobie sono curabili oppure aggirabili evitando accuratamente l’elemento scatenante che comunque comporta limitazioni anche forti nel comportamento e nello stile di vita. Se si ha paura del vuoto si evita di affacciarsi o sporgersi dall’alto, ma si perde il panorama. Se si ha paura dell’aereo si può viaggiare in treno o in auto ma si perde tempo. Quando però la fobia riguarda un fattore sociale, politico o geopolitico il problema non è individuale e la cura è molto più complessa. La russofobia appartiene a questa categoria e la “cura” adottata dallo schieramento internazionale è quella omeopatica di alimentarla con paure sempre più grandi e di sconfinare nel panico e nell’irrazionalità fino a concepire la distruzione della Russia anche a costo dell’autodistruzione. La distruzione fra popoli è affidata alla guerra e non è un caso che la russofobia si esprima in ogni campo, economico, sociale e culturale, ma soltanto in lingua e atti bellicisti. La cosiddetta deterrenza militare che dovrebbe indurre a valutare la difesa e la corsa al riarmo come dissuasori, in realtà viene invocata per provocare e preparare la guerra di distruzione. È un meccanismo perverso non soltanto perché irrazionale, ma soprattutto perché deliberato e cronicizzato nonostante il mondo sia cambiato, il dominio delle ideologie caduto e gli scontri armati non salvaguardino gli interessi nazionali, anzi li danneggino. Tutti sembrano averlo compreso ma nessuno è disposto a metterlo in pratica.
Le radici
La Russofobia ha una componente ancestrale e genetica legata al trauma delle invasioni mongole di cui peraltro la Russia fu vittima e non artefice ed una componente ideologica legata alla lotta contro il comunismo sovietico. Entrambe irrazionali, ma delle due solo la demonizzazione del comunismo è diventata strumento politico. La fobia euro-atlantica nei confronti del comunismo sovietico non si è mai attenuata nonostante la comune lotta contro il Nazi fascismo. Anzi si è acuita con l’implosione dell’Unione Sovietica. L’anti sovietismo dei primi anni del secondo dopoguerra negli Usa e in Gran Bretagna si è materializzato al livello globale con la lotta indiretta contro l’Urss e la Cina raggiungendo il paradosso di una sedicente potenza democratica e antimperiale, profondamente impegnata nella conquista imperialistica e nella lotta contro i movimenti di liberazione dal colonialismo europeo. La russofobia ha il triste primato di essere rimasta l’unica a rappresentare le guerre ideologiche anche dopo la crisi delle ideologie. Il Nazismo e il fascismo, che pure sopravvivono in tutta Europa, non godono della stessa fobia; il sionismo bellicista israeliano non è soltanto tollerato ma sostenuto; l’antislamismo è svanito con le alleanze tra Occidente e i paesi arabi e islamici; l’accusa di antisemitismo è ormai l’arma del sionismo per bollare e silenziare le critiche. I vertici della Nato, dell’Unione europea e i rappresentanti politici dei Paesi europei più marcatamente e chiassosamente antirussi (Polonia, Paesi Baltici, Ucraina) che oggi manifestano l’odio viscerale contro la Russia amano citare le pene e le deportazioni subite alla fine della seconda guerra mondiale dai propri familiari e concittadini. Tacciono però sulla ragione principale di tali rappresaglie: la partecipazione attiva e convinta ai crimini nazisti nei confronti dei russi e dei loro stessi connazionali considerati collaborazionisti.
Il secondo dopoguerra
Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi gli studi Nato sulla possibile minaccia futura hanno sempre insistito sulla necessità di maggiori armamenti, più soldati e, soprattutto, maggiori spese per la difesa. La discussione teorica era comunque viva e feconda soprattutto al livello strategico e geopolitico dominato dalla questione della forza nucleare. L’equilibrio nucleare strategico e la conseguente prospettiva di distruzione reciproca portavano alla convinzione che in Europa si sarebbe potuto sostenere soltanto un conflitto convenzionale. La costruzione della minaccia sovietica ha servito egregiamente a tale ipotesi che favoriva sia la corsa agli armamenti sia la gestione della tensione. La dottrina Eisenhower basata sulla “ritorsione massiccia” approfittava del monopolio dell’arma atomica per minacciare una risposta atomica sproporzionata nei confronti di qualsiasi attacco vero o presunto anche convenzionale. La Nato ci metteva del suo dichiarando con l’articolo cinque del Trattato, che l’attacco ad uno stato membro sarebbe stato affrontato da tutta l’Alleanza. In realtà il Trattato era molto più morbido di tale minaccia truculenta: era innestato nel tessuto politico-diplomatico della Carta delle Nazioni Unite che prevedeva la risposta ad un attacco in termini di gradualità e proporzionalità e comunque sempre con l’avallo del Consiglio di sicurezza. Quando il regime di monopolio atomico venne a cadere e l’Unione Sovietica raggiunse una sostanziale, identica capacità, la strategia statunitense fu costretta a cambiare prevedendo anche in campo operativo quella gradualità che la carta delle Nazioni Unite aveva stabilito in termini politico-diplomatici. Uno dei precursori e artefici della “risposta flessibile” fu lo scienziato Herman Kahn che senza tanti fronzoli o sottintesi creava scenari per una guerra contro l’Unione sovietica. Kahn ragionava nell’America e nel mondo del secondo dopoguerra, dopo la guerra che l’America aveva vinto. I giudizi e gli esempi che riguardavano il periodo bellico e i primi anni ’60 riflettevano la logica dei vincitori; la stessa ricostruzione storica di alcuni eventi era quella dei vincitori. Non solo, la mentalità americana di quel tempo era completamente ostile all’Unione Sovietica e all’ideologia comunista in generale e questo per tutta la vita ha condizionato il lavoro di Kahn come di altri scienziati prestati alla strategia. Tale mentalità, valida ancora oggi, ha impedito ad essi di capire l’avversario, di conoscerlo e quindi di conoscere sé stessi. Gli scenari di Kahn sono tutti rivolti a battere un avversario ritenuto forte ma cristallizzato. Si sforzano di essere razionali perfino nel razionalizzare “l’irrazionalità” che viene considerata un fattore dirompente non tanto perché illogica quanto perché non rispondente ai canoni della razionalità e della logica occidentali. Per questo tutte le strategie statunitensi impostate sull’uso della forza sono fallite quando si è trattato di affrontare crisi e conflitti con sistemi sociali e di pensiero diversi. Come accaduto in Corea, contro i coreani e i cinesi, in Vietnam contro i vietcong e contro il terrorismo mediorientale, africano e asiatico. Nelle esercitazioni militari alle quali partecipava Kahn negli anni ‘70, e alle quali ho partecipato anch’io, il nemico era sempre rappresentato da un americano o da un europeo della Nato che aveva studiato il “partito rosso” prima e “arancione” poi sulle dispense scritte da un altro americano o europeo e che attribuiva ai sovietici strategie e tattiche immaginarie in genere esagerate e talvolta sottostimate ma comunque falsate da pregiudizi politico- ideologici, direttive tendenziose e luoghi comuni. Nonostante fosse chiaro fin dal 1980 che tali supposizioni erano irrealistiche, gli Stati Uniti e quindi la Nato hanno continuato a dipingere la minaccia sovietica fino al 1992 e poi quella successiva russa negli stessi termini concettuali degli anni ’60.
Dalla fine dell’Unione Sovietica
Per cinquant’anni L’URSS è stata il nemico perfetto e quando è scomparsa si è avuta una breve pausa di riflessione fino a quando non sono state ipotizzate e costruite nuove e più devastanti minacce in grado di mobilitare nuove risorse. L’ammiraglio Eugene Carroll jr. ebbe a dire alla fine degli anni ‘90: «…Nei 45 anni di guerra fredda abbiamo fatto la corsa agli armamenti contro l’Unione Sovietica… Ora facciamo la corsa agli armamenti contro noi stessi”. Anche nel periodo immediatamente successivo, nonostante l’apparente cooperazione Usa-Russia contro il terrorismo, la via intrapresa dalla Nato è stata chiara e coerente con l’intenzione statunitense di continuare a rivolgere la minaccia politico-militare contro la Russia. Minaccia, e non difesa, iniziata in sordina nel 1990 con il raggiro della Russia nella questione dell’allargamento della Nato e nel 1994 con gli interventi militari nei Balcani culminati nel 1999 con la guerra per il Kosovo e nel 2000 con la destituzione di Milosevic in Serbia ad opera della rivoluzione silenziosa di Otpor! Questo “movimento non violento” aveva elaborato le teorie di Gene Sharp e le pratiche di Robert Helvey (un professore di scienze politiche e un colonnello di fanteria Usa) sperimentate senza successo in Asia, e in particolare a Myanmar. Le successive “rivoluzioni colorate” compresa quella arancione di Kiev del 2004 hanno tutte la stessa matrice e si sono diffuse nonostante non avessero successo. Infatti il loro scopo non era il successo ma la destabilizzazione e il caos dai quali trarre profitto politico ed economico. La Russia aveva subito individuato dove si andasse a parare e in Cecenia aveva già lanciato il primo messaggio forte. Nel 2004 la rivoluzione arancione in Ucraina portò al potere il primo nucleo di estremisti nazifascisti e la Russia si limitò a cercare di avere a Kiev dei governi quanto meno non antirussi. Ma è lo stesso anno nel quale la Nato fece il suo passo decisivo verso est e contro la Russia ammettendo ben sette paesi della sfera d’influenza dell’Unione Sovietica. Il Vertice Nato viene così a trovarsi sette Capi ostili alla Russia e supini agli Stati Uniti. È il rinforzo che Gran Bretagna e Stati Uniti intendono sfruttare per mettere in difficoltà i paesi della Vecchia Europa sempre più restii a condividere le avventure statunitensi. Nel 2008 gli Usa e la Nato si dichiararono disposti ad appoggiare l’ingresso nell’alleanza di Georgia e Ucraina che si trovavano proprio sulla linea rossa tracciata da Putin come limite della minaccia esistenziale alla Russia. Di fronte alla rapida reazione di Mosca la Nato non intervenne in Georgia e in Ucraina proseguì l’azione di destabilizzazione condotta direttamente dal Dipartimento di Stato americano. Nonostante gli avvenimenti lo rendessero inadeguato fin dal primo giorno, il Concetto strategico del 2010 resiste per 12 anni e sette Vertici Nato. Al Vertice del Galles del 2014, dopo gli avvenimenti di Piazza Maidan si decide di rafforzare la capacità della Nato di garantire la sicurezza ai futuri partner attraverso l’interoperabilità e di aiutare i paesi che lo richiedono a rafforzare le istituzioni e le capacità di difesa e sicurezza connesse. A quello di Varsavia del 2016, viene sottolineato l’impegno a proiettare la stabilità e rafforzare la sicurezza al di fuori del territorio della Nato. E al vertice di Bruxelles del 2018, viene ribadito l’aiuto ai partner deciso quattro anni prima. L’anno seguente (2019) è stata avviata la revisione della Struttura delle Forze, nel 2020 l’intera architettura di deterrenza e difesa della Nato è stata ridisegnata attraverso l’approvazione del documento classificato «Concept for the Deterrence and Defence of the Euro-Atlantic Area» (DDA). Si tratta del primo documento di questo tipo dal 1967 e comprende lo sviluppo di una serie di piani operativi per l’impiego sin dal tempo di pace di una componente a diretta dipendenza della Nato pronta al combattimento convenzionale e “speciale”. Nel frattempo sulla Russia, colpevole di essersi ripresa la Crimea ed essere intervenuta in aiuto delle popolazioni russofone del Donbas, piovono improperi e sanzioni. Si capisce finalmente che quando la Nato parlava di partner da aiutare non si riferiva alla Russia ma all’Ucraina, entrambe inserite nel cosiddetto Partenariato per la Pace. E l’aiuto non era affatto pacifico. Nonostante la politica bellicista della Nato dovesse far immaginare una reazione forte da parte russa, l’operazione in Ucraina del 2022 coglie di sorpresa la Nato come se nei dodici anni precedenti non avesse compreso i segnali concreti ed espliciti che la Russia aveva inviato alla Nato, agli Stati Uniti, alla Georgia e all’Ucraina. Come se non si fosse resa conto dell’impatto sulla Russia delle proprie iniziative e atteggiamenti ostili: la Nato aveva sostenuto il colpo di stato contro il presidente ucraino Yanukovic nel 2014, aveva ricostituito e addestrato le forze armate ucraine dopo la disfatta subita nel 2015 ad opera degli autonomisti del Donbas che si erano ribellati a dieci anni di soprusi e massacri, aveva esultato dell’inganno ai danni della Russia perpetrato a Minsk, aveva ribadito l’adesione alla Nato dell’Ucraina, aveva promesso aiuti militari e aveva preso atto con soddisfazione che gli Stati Uniti avevano sottoscritto già nel 2021 un accordo militare per consentire all’Ucraina di riprendersi la Crimea con la forza, aveva rifiutato qualsiasi proposta russa di colloqui e non aveva fatto nulla per evitare l’invasione nonostante fosse evidente che la propria ostinazione la stava sollecitando. E ciò che a Madrid viene detto a nome dei capi di Stato dei membri Nato, a giugno del 2022, è qualcosa tra il tragico e il comico. Al Vertice di Madrid (vista la piega presa dopo cinque mesi di operazioni militari) la Nato sfodera un nuovo concetto strategico che ricalca con gli stessi concetti la strategia della guerra fredda. Se quello del 2010 dipingeva un quadro talmente favorevole da permettere alla Nato di “privatizzare” le risorse militari e offrirle in leasing al resto del mondo come qualsiasi Compagnia militare privata (“Oggi l’area euro-atlantica è in pace”, si leggeva nel documento, “e la minaccia di un attacco convenzionale contro il territorio della Nato è bassa”), dal 24 febbraio 2022 “per molti europei la guerra è alle porte e l’Alleanza Atlantica è il principale strumento per la loro sicurezza collettiva”. In realtà, nel momento in cui la Nato individua la Russia come nemico aperto e la Cina come nemico potenziale, nel momento in cui si rende conto di avere la guerra alle porte di casa, ha da tempo rinunciato alla sua funzione politico-diplomatica per concentrarsi su quella militare, ha un concetto strategico desueto e, soprattutto, una capacità di deterrenza e difesa azzerata, non tanto perché non ci sono forze, ma perché non ci sono piani d’impiego né per la difesa dei singoli membri né per quella collettiva. I casi sono due: o la Nato aveva sottovalutato la Russia e quindi invece del concetto strategico sarebbe stato più onesto e logico depositare in tribunale l’istanza di fallimento della Nato Spa, chiudere la baracca e mandare i burattini a far danni da qualche altra parte. Oppure, passato lo choc del primo momento, viste le operazioni militari russe molto limitate, contava: 1) sull’aggressione per giustificare una nuova corsa agli armamenti, 2) sulla guerra protratta condotta dall’Ucraina per rimettere in piedi la struttura Nato e 3) sul logoramento bellico che inducesse la Russia ad un compromesso tale da poter dichiarare vittoria e assegnare ai membri della Nato più facoltosi i profitti della guerra e della ricostruzione. Tutte le ipotesi risultavano plausibili e perfino concorrenti: una non escludeva l’altra. Ed infatti il concetto strategico del 2022 elaborato in fretta e furia è una dichiarazione di guerra in stile bullistico alla Russia, alla Cina e al resto del mondo tutta coniugata al futuro e fondata sul presupposto di sacrificare l’Ucraina e turlupinare l’Europa. Facendo grazia dei pistolotti retorici che richiamano alla grande pace garantita dalla Nato per 70 anni e altre banalità cerimoniali come la pace giusta, inclusiva e duratura, i legami transatlantici, e tolti i vari giramenti della frittata sull’aggressione russa, la dichiarazione di Madrid definisce i tre compiti principali dell’Alleanza: deterrenza e difesa; prevenzione e gestione delle crisi; e sicurezza cooperativa. Gli stessi tranquillamente ignorati negli ultimi 30 anni. Gli impegni per il futuro sono tuttavia chiari anche perché si possono ritrovare in centinaia di dichiarazioni simili dei 75 anni precedenti, i.e.: “Rafforzeremo la nostra unità, coesione e solidarietà; manterremo una prospettiva globale; rafforzeremo in modo significativo la nostra deterrenza e la nostra difesa come spina dorsale del nostro impegno ai sensi dell’Articolo 5 a difenderci a vicenda; la Nato rimarrà un’alleanza nucleare”. Seguono 49 articoli di applicazione pratica della retorica bellicista.
Ai giorni nostri
È una sostanziale dichiarazione di guerra alla Russia nonostante la puerile affermazione “la Nato non cerca lo scontro e non rappresenta una minaccia per la Federazione russa”. Formula accuse e minacce alla Cina dietro la copertura della difesa dei nostri Valori e interessi. Minaccia, fra l’altro, che le operazioni ibride (psicologiche, ambientali, cibernetiche, economiche, finanziarie) di Russia e Cina “potrebbero portare il Consiglio atlantico a invocare l’articolo 5 del Trattato nordatlantico”. Dimenticando cosa dice l’art.6 in merito all’attacco armato e gli articoli precedenti in merito agli scopi del Trattato. Non si fa ovviamente cenno al fatto che, oltre ai vari bombardamenti e intrusioni belliche in territorio russo guidate e alimentate dalla Nato e dai suoi membri, le operazioni ibride già intraprese dai paesi della Nato e dell’Unione Europea nei confronti della Russia, della Cina e dei presunti loro alleati sono vere operazioni di guerra ibrida che comprendono: disinformazione, sanzioni, blocchi economici, hackeraggi, guerra elettronica, guerra finanziaria, targeting strategico e tattico, intrusioni e bombardamenti , spionaggio, sabotaggi, killeraggi, eccetera. Si addebita alla Russia il fatto che “l’erosione dell’architettura del controllo degli armamenti, del disarmo e della non proliferazione ha avuto un impatto negativo sulla stabilità strategica. Le violazioni da parte della Federazione Russa e l’attuazione selettiva dei suoi obblighi e impegni in materia di controllo degli armamenti hanno contribuito al deterioramento del più ampio panorama della sicurezza.” Si dimentica di dire che le proposte russe di rinnovo del trattato New START sulla riduzione delle armi strategiche sono state fino ad ora snobbate; che gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato sui missili antibalistici (ABM) nel 2002; che nel 2015 la Russia si è ritirata dal trattato sulle forze convenzionali (CFE) sia per le sanzioni subite sia per l’intervento della Nato nella ricostituzione dell’esercito ucraino; che nel 2018 gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF sui missili nucleari a raggio intermedio. L’intero teatro europeo è rimasto così senza alcuna protezione legale dall’uso di tali armi sul proprio territorio da parte degli Usa e della Russia. Di quest’ultimo atto di autolesionismo la Nato è principalmente responsabile avendo sostenuto dal 2013 le accuse statunitensi di violazione da parte russa. La Russia confutò le accuse nel 2017 dimostrando che i missili esistevano ma non in Europa. Nonostante ciò la Nato enumera ben quattro ripetizioni delle accuse nel 2018 e sei nel 2019 senza citare le risposte russe. E quando gli Usa si ritirano dal trattato INF, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha la faccia tosta di dichiarare che “schierando i missili SSC-8 la Russia ha reso il mondo un posto ancor più pericoloso”. Il Concetto di Madrid è stato presentato come l’affermazione dell’unità e della coesione della Nato di fronte alla minaccia della Russia che quindi viene riportata al suo ruolo “naturale”: il nemico, l’asse del male, l’autocrazia che attacca la democrazia, come ha detto il segretario generale Stoltenberg al re Filippo del Belgio, uno degli otto monarchi capi di Stato delle democrazie della Nato. In realtà la dichiarazione di Madrid e il relativo Concetto configurano ciò che la Nato veramente vuole: la guerra contro la Russia e la Cina, in Europa, nei suoi mari e negli oceani. E questa è ancora la posizione implicita della Nato diventata esplicita da parte della Germania, della Gran Bretagna, della Francia, della Polonia e di tutti i paesi baltici nonostante la rivoluzionaria dichiarazione dopo il vertice dell’Aja del 2025. Questo stringato documento, che de facto e de jure annulla i precedenti in contrasto, innalza la base di spesa in armamenti al 3,5% del Pil includendovi le spese per il sostegno all’Ucraina, stabilisce che la Russia non è una minaccia immediata ma di lungo periodo, non riprende la storia delle operazioni fuori area o nell’Indo-Pacifico, non impegna gli Stati Uniti nella guerra contro la Russia e si guarda bene dall’avallare l’opzione nucleare. Come suo solito la burocrazia Nato sta ignorando i concetti basilari ed appoggia tutte le manovre degli stessi Stati russofobi che si oppongono a qualsiasi realistica soluzione del conflitto ucraino. Potrebbe sembrare una questione di dignità e di democrazia, ma non è così perché allo stesso tempo la Nato e quei paesi accettano supinamente le mansioni di bottega per acquistare armi dagli Usa e rivenderle all’Ucraina e alle sue bande neonaziste. Senza pudore e senza nemmeno dover cambiare il proprio “brand” NATO che può diventare Nazi Arms Trade Organization. Siamo comunque lontani da quella fugace strategia di cooperazione europea inaugurata 35 anni fa’ e forse definitivamente perduta. Nel 1991 furono per la prima volta stabilite relazioni formali fra l’Alleanza atlantica e la Russia; venne istituito il Consiglio di cooperazione dell’Atlantico del Nord (North Atlantic Cooperation Council, Nacc) con lo scopo di sviluppare un dialogo fra gli ex avversari della Guerra fredda. Nel 1994 la Russia aderì al Partenariato per la pace (Partnership for Peace, Pfp). Due anni dopo, truppe russe parteciparono alla missione Nato di peacekeeping in Bosnia Erzegovina, Sfor. Nel 1997 la relazione Nato-Russia migliorò al punto da consentire l’approvazione dell’Atto istitutivo sulle relazioni reciproche, cooperazione e sicurezza (Nato-Russia Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security) siglato a Parigi. L’accordo, letto oggi, ha dell’incredibile. Reduci da quarantasette anni di guerra fredda in alcune aree e caldissima in altre, “Nato e Russia, sulla base di un impegno politico duraturo assunto al più alto livello politico, costruiranno insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica sui principi della democrazia e della sicurezza cooperativa. La Nato e la Russia non si considerano reciprocamente come avversari. Condividono l’obiettivo di superare le vestigia del precedente confronto e della competizione e di rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione.”. Parole tradite all’insegna dell’arroganza e del panico russofobo.
*Fabio Mini, Generale di corpo d’armata in pensione, è stato capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa e comandante NATO della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003. Commentatore di questioni geopolitiche e di strategia militare, scrive regolarmente sul “Fatto Quotidiano”, su varie riviste ed è autore di diversi libri.