Noi siamo del Sud

Giovanni Russo Spena

Noi meridionali esistiamo. Un pochino meno numerosi, nelle nostre terre, per la massiccia emigrazione giovanile; ma siamo, comunque, venti milioni. Ma esiste più, questo è il tema, il Mezzogiorno come entità, come soggetto complessivo, nel passaggio globale esplosivo, folle in cui viviamo? In questo mondo sempre più grande e terribilmente complicato, per dirla con Gramsci? Siamo in guerra. Mentre Thiel e la sua cerchia statunitense e israeliana, con l’omertà dell’Unione Europea, hanno trasformato la narrativa del progresso tecnologico in un progetto di dominio totalitario, nel sovversivismo della plutocrazia tecno-feudale, suprematista bianca, razzista, neocoloniale. Come sempre, in siffatti tornanti della storia, il Mezzogiorno, emarginato, eccedenza geopolitica, diventa metafora. Ricordo, ad esempio, il Gramsci del 1920 che, dopo aver analizzato il Risorgimento come una rivoluzione mancata, incapace di costruire un popolo, attua il rovesciamento di campo. Il Sud non si pone soltanto, scrive, come un “problema di rapporti di classe”, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come “questione nazionale”. Oggi i Sud pongono un tema globale.

Inizia un ricambio generazionale

Occorre, allora, azzardare, elaborare un punto di vista. Perché il Sud è scosso da una identità smarrita, che pone mille domande. Dentro e “contro” il Sud, infatti, si stanno ricostruendo le catene del valore, su possente spinta riarmista e suprematista, dell’imperialismo europeo, nelle sue conflittuali articolazioni interne: filoatlantica, mitteleuropea, baltica, proiettata sul Medio Oriente. Contro il Sud, in Italia, vi è anche il tentativo, anticostituzionale, di sconvolgere l’assetto istituzionale, a partire dall’Autonomia Differenziata, figlia dell’infame controriforma del Titolo Quinto, voluta dal centrosinistra per subalternità verso l’accumulazione produttiva di settori della borghesia del Nord e del Nord Est. Essa è la protesi istituzionale delle diseguaglianze sociali, la “secessione dei ricchi”, ma leva di lotta di classe dall’alto da parte dei padroni anche nell’Italia settentrionale. La tendenza in atto è l’abbattimento del modello stesso di Stato sociale. Nel voto referendario del Sud si è, quindi, evidenziata la ribellione, il malcontento del Sud contro il governo secessionista. Il voto del Sud non è stato affatto il riflesso di una attitudine assistenzialista, come ha tentato di accreditare la stampa di regime. Ha avuto, invece, un contenuto politico denso, partendo da alcune cause sociali del dualismo territoriale; i cittadini meridionali che lavorano e studiano in regioni diverse da quelle di residenza sono circa cinque milioni. Un flusso migratorio impressionante e rimosso. Il dissenso verso l’Autonomia Differenziata e la condizione giovanile hanno spinto il voto del NO. Dopo la sostanziale bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, della legge Calderoli, il governo è tornato, con una sofisticata truffa basata sulle pre-intese con le regioni del Nord, a rilanciare la secessione. La Lega sta alzando il tiro. Come ci ricorda Marina Boscaino, portavoce del Comitato contro ogni autonomia differenziata, il leghista Fontana, presidente della Regione Lombardia, giovedì 26 marzo, sul “Corriere della Sera”, ha svelato, in un’intervista, l’essenza del razzismo antimeridionalista, basata sul “modo di pensare”: il Nord è l’area più moderna e funzionale, “che traina il resto d’Italia”. Il Meridione va punito con la secessione del Settentrione. “L’Autonomia”, rilancia Fontana, “è solo un primo passo; il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma di Stato in senso federale”. In tal modo, le regioni del Nord potranno unirsi alla Baviera per proteggere l’industria, “per esempio a partire dall’automotive”. La Lega rilancia il percorso eversivo contro l’unità nazionale e contro l’articolo 5 della Costituzione. Grande contraddizione all’interno della maggioranza. Cosa farà la Meloni, che rischia di perdere i suoi feudi meridionali, i rapporti mafia-politica di cui è intessuto il suo insediamento elettorale al Sud, condiviso con Forza Italia? E cosa farà il centrosinistra, che porta la responsabilità massima nella controriforma del Titolo Quinto della Costituzione, che ha aperto la scorrevole strada per la secessione? Noi lotteremo allo spasimo, proprio perché il tema istituzionale è connesso con il conflitto sociale anticapitalista. Partendo da un punto di forza. Nel Sud cresce un forte movimento che assume anche le sembianze di un ricambio generazionale. Ragazze, tante, giovani, consapevoli, combattivi, che organizzano conflitto contro l’emigrazione obbligata, che lottano contro la marginalità delle proprie terre. Il processo è molto influenzato dalla mobilitazione internazionalista, che ha al centro il grande amore per la Palestina, per il confederalismo democratico di Ocalan, per l’assetto del Medio Oriente e di tutto il Mediterraneo. Mentre i partiti del centrosinistra sembrano non ascoltare le domande del Sud, non sviluppano progetti adeguati; anzi, molto spesso, si affidano a “cacicchi” e ad amministratori locali di mediocre qualità. I giovani del Sud non accetteranno, credo, retorica propagandistica e tattiche compromissorie. Anche noi dovremo definire proposte concrete. Sui temi del “ripudio della guerra”, del salario, del reddito, del precariato.

Lo “Sganciamento” del Sud

La nuova questione meridionale assume le forme e le politiche di “questione euromediterranea”. Un bacino immenso, complesso, contraddittorio, del quale il Sud d’Italia può diventare asse portante. Su due grandi assi che si connettono dialetticamente: da un lato costruendo aree di solidarietà, di condivisione tra i popoli, tra esperienze vissute di pace e disarmo; dall’altro formandone anche la base materiale, con aree di nuovi assetti economici, produttivi, finanziari. Dovremo analizzare anche l’evoluzione dei BRICS, che appare, oggi, più complessa, a causa della guerra statunitense ed israeliana e dei nuovi assetti futuri del Medio Oriente e del Mediterraneo. All’interno di una prospettiva di medio periodo. Penso ad un percorso di “deglobalizzazione”, di “sganciamento” del Sud. Cito consapevolmente la proposta teorica e strategica cara a Samir Amin, che a me pare ancora attuale, che suscitò interesse tra popoli e governi mediterranei e che fu abbattuta dalla violenza distruttrice della globalizzazione liberista. Una proposta forte, anche provocatoria, di fuoriuscita dall’attuale modello imperiale, di per sé naturalmente improntato allo sviluppo duale, paralizzante ed asimmetrico. Da un punto di vista meridionalista, accanto alla nozione di “modo di produzione”, dovremo dare importanza alla struttura della “formazione storico-sociale”. Non possiamo essere succubi della alienazione economicista, che è alla base degli algoritmi del PNRR e della ZES unica e globale. Quale futuro, infatti, le classi dominanti assegnano al Sud? Un futuro che stanno già attuando: un territorio militare strategico per il controllo del Mediterraneo, del Medio Oriente, per bloccare alcuni fili, alcuni segmenti della nuova Via della Seta cinese. Si tratta di insediamenti diffusi e pervasivi delle basi NATO, del sistema di infrastrutture militari, di produzioni dual-use, di riconversioni dal civile al militare. Il governo propone anche il Sud come hub energetico di materie prime, soprattutto inquinanti, prima base di trasferimento in altri paesi europei. Basta leggere il recente Piano Strategico delle aree interne 2021/2027. Come ha scritto Mimmo Cosentino: “Gran parte del Sud è destinato allo spopolamento, affinché i territori, desertificati, diventino zone militari e, insieme, hub di trasferimento di risorse energetiche carbonifere e metanifere, provenienti dalle sponde mediterranee”.

Un laboratorio per il Sud

Per iniziare a fissare alcuni punti fermi di un “laboratorio per il Sud”, che propongo di far rivivere affinché la nostra ricerca non sia volatile e dispersiva, immagino alcuni temi, che possono costituire un’alternativa anche sul piano produttivo e di modello sociale. Un modello che non può non essere meticcio, vissuto comune di differenze e culture, sconfiggendo la ferocia delle proposte di “remigrazione”, di fatto presenti anche nei più recenti documenti dell’Unione Europea, anche per forte spinta del razzista governo italiano. Parto dai più recenti dati SVIMEZ, istituto di indiscussa autorevolezza. Il Sud non è arretratezza, che lo sviluppo del capitale farà approdare al presunto progresso. Il Sud è, invece, metafora della modernità capitalistica. Cresce, da due anni, più del resto d’Italia, con un PIL pari all’1 per cento, mezzo punto in più del Centro Nord. Ma la società, salvo alcuni segmenti capitalistici, predatori, mafiosi, legati al rapporto mafia-politica-affari, si impoverisce. Un doloroso ossimoro. Il quale ci indica la necessità di un radicale rovesciamento, anche sul piano politico, che investa il governo ma anche il centrosinistra. Proviamo a discutere alcune prime indicazioni programmatiche: 

a) recuperare la centralità nel Mediterraneo significa, innanzitutto, ridare ruolo strategico alle “autostrade del mare”. I porti di Napoli, Gioia Tauro, Taranto, Augusta, Catania andrebbero armonizzati nelle loro funzioni, avendo posizioni di potenziale grande vantaggio produttivo per la loro collocazione e vocazione nella prospettiva mediterranea.

 b) Una vertenza fondamentale va aperta sulle transizioni energetica e climatica, avendo il Sud un patrimonio eccellente sul piano delle rinnovabili e della geotermia; contrastando la linea del governo che sempre più scommette sul “nuovo nucleare”. 

c) Tema importantissimo è la rigenerazione urbana, arginando, in tal modo, anche la grave crisi demografica. Il futuro del Sud, se non si interviene con urgenza, sarà bloccato dallo spopolamento. I dati scientifici ci dicono che i residenti potrebbero calare di tre milioni e mezzo entro il 2050. Nelle aree interne vivono quasi solo persone anziane. I governi rimuovono la necessità di una vera politica demografica perché non vogliono promuovere i necessari, radicali mutamenti di sistema, a partire dalla sicurezza sociale e dal rilancio dello Stato sociale. Nelle aree interne e in molte zone del Sud mancano servizi, trasporti, mobilità integrata. Le politiche di “cittadinanza” possono essere decisive affinché le giovani coppie non abbandonino il territorio. Il Sud non vive, infatti, la cosiddetta emergenza immigrazione, anche per la sua storica propensione alla convivenza di culture e popoli anche molto diversi; la vera emergenza è l’emigrazione. Un prezioso capitale umano, il sapere individuale e collettivo di ragazze e ragazzi che qui hanno studiato, che potrebbero arricchire società, vita democratica, partecipazione, non ha orizzonti nelle terre proprie. Le abbandonano. È il dramma di un sapere perduto, di un impoverimento anche culturale.


d) Il tema collegato è quello dell’occupazione. Il governo millanta i propri meriti inesistenti propagandando l’aumento dei posti di lavoro. Ma, come documenta lo Svimez, “essi sono concentrati su settori a basso valore aggiunto, mentre diminuiscono le ore lavorate e la produttività è stagnante, perché fondata solo sulle nuove schiavitù e non sulla ricerca e sull’innovazione”. Le retribuzioni sono sei punti al di sotto di quelle del 2019. Questione salariale, lavoro povero, immiserimento complessivo convivono, in alcune aree, drammaticamente. Il Sud è ad un bivio: o viene ridotto ad essere un territorio marginale, al servizio dei processi di accumulazione che l’attraversano ma che non valorizzano il suo patrimonio; o, attraverso un movimento di massa, una rivoluzione sociale e culturale, diventa il perno della centralità europea del Sud mediterraneo. Esso è, quindi, anche cartina al tornasole per la messa in crisi dell’UE, struttura da combattere radicalmente perché sempre più razzista, predatrice, fondata sull’imperialismo armato. Il Sud pretende radicalità, non mezze misure. Certo, per condizionare i poteri, va costruita organizzazione sociale. Non sarà facile: la struttura sociale è debole, non più tenuta insieme da nuclei forti di classe operaia industriale, che sono stati smantellati dalla fine del modello sociale fordista. Deindustrializzazioni, delocalizzazioni, hanno sconvolto intere aree. I più recenti investimenti del capitale hanno prodotto stratificazioni e divisioni sociali.

PER LO SVILUPPO AUTOCENTRATO

Da un lato vi sono lavori poveri, precarietà, disoccupazione; dall’altro isole di sviluppo manifatturiero ad alto contenuto professionale e scientifico. La rivoluzione, nel Sud, può vivere solo dentro la ricostruzione del tessuto proletario contemporaneo. Parliamo, con Gramsci, di rapporto città/campagna, campagna/industria; ma, soprattutto, capitale/vita. Vanno rimesse in piena luce le concezioni di sovranità alimentare, sviluppo autocentrato, democrazia partecipativa, “confederalismo democratico”, descritto da Ocalan. Intorno a queste scelte di indirizzo, con pazienza e tenacia, si potrebbero riorganizzare segmenti di un nuovo blocco sociale. Sarebbe il compito di una sinistra, se ancora vi fosse una sinistra meridionalista. Se vi fosse la volontà di essere dentro la realtà di popoli in movimento, un meticciato fatto anche di ribellioni, rivolte, anarchia. La nostra identità è nella nostra storia, nella nostra memoria mediterranea. Va ritessuta la trama. Penso anche solo al Rinascimento, al rapporto storico tra noi meridionali, africani, arabi; e, poi, i Normanni, i Borboni. Forme altissime di interculturalità. Che sopravvivono ancora, pur nel terremoto contemporaneo, tra realtà e rappresentazione. Questo siamo, proiettati verso un futuro affannoso, nebuloso. Eppure interessante. Governo e centrosinistra manipolano; tentano ancora di farci credere che sia sufficiente una politica economica fondata solo su incentivi altissimi alle imprese: sono ancora fermi alla truffa teorica dello “sgocciolamento”. Credo abbia ragione Prosperi: “la crisi demografica ha rovesciato di botto un carattere secolare del popolo contadino, la grande quantità di figli”. Siamo di fronte ad un complesso caleidoscopio. Spero che questo numero di “Su la testa” non sia solo un battito d’ali, ma solo un primo passo di passione meridionalista. Perché occorre ricercare e ricercare ancora.

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