Nuove esclusioni di classe dal diritto allo studio?

Pino Tilocca*

Introduzione

Nel centenario della nascita di don Lorenzo Milani ci si interroga, con contrapposizioni forti, su quale sia la finalità dell’istruzione scolastica e se l’idea di scuola inclusiva abbia ancora una valenza progressiva sensata o se, come è nella vulgata neoliberista, sia fuori dai tempi e dalle esigenze del mondo contemporaneo.

La pubblicazione estiva dei dati Invalsi, sparati su un pubblico non adeguatamente informato, alimenta questo dibattito e ci restituisce le solite generiche  lamentele su una scuola alla deriva, posizione spesso strumentalmente propagandata anche aldilà della corretta lettura degli stessi dati.

 Ancora oggi, il ministro in carica recita come un mantra, al verificarsi di situazioni conflittuali nel rapporto fra docenti e studenti , che la responsabilità è del “68” .

Per quanto riguarda tutta la pubblicistica e la convegnistica che prospera a lato del sistema dell’istruzione si rileva facilmente che è sempre più popolata da economisti e sempre meno da pedagogisti.

E’ evidente che l’ottica da cui si guarda il sistema dell’istruzione assume contorni sempre più economicisti e legati all’ideologia della performance.

Ci chiediamo, sinceramente preoccupati, quale sia il processo che abbiamo di fronte e se c’è la possibilità di contrastare questa deriva che si connota con i tratti ideologici della disuguaglianza e dell’esclusione.

Ci chiediamo anche se è possibile pensare che il paradigma scolastico possa essere ribaltato al di fuori di un ribaltamento di quello culturale, politico  e sociale.

Provo a parlarne anche attraverso un rapido exursus storico sulla nostra scuola.

1. La scuola dell’inclusione

Il sistema dell’istruzione italiano ha conosciuto negli anni 60 e 70 e fino alla metà degli anni 80 una poderosa spinta verso una scuola inclusiva, una scuola di massa finalizzata a consentire la generalizzazione dell’alfabetizzazione prima e poi  dell’istruzione fino ai massimi gradi dei giovani provenienti  delle classi subalterne.

Si è trattato di un processo realizzatosi in primo luogo sul versante del mutamento concreto della prassi scolastica con il contributo di  grandi figure di educatori e di studiosi innovatori, ma anche di un corpus di leggi che dalla L. 1829 del 1962( istituzione della scuola media unica) alla L. 517 del 1977 (inserimento degli studenti disabili nei percorsi di istruzione ordinaria) ha cambiato la struttura della scuola italiana soprattutto nei gradi inferiori.

Ciò è avvenuto sulla base di un movimento reale di critica alla scuola selettiva che ha visto nella “Lettera ad una professoressa” della scuola di Barbiana il suo livello più consapevole dal punto di vista della coscienza  di classe: “ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate”, e che ha risposto ad una esigenza generale di accesso alla cultura e all’istruzione da parte delle masse popolari.

Dentro questo scenario è esemplare il fatto che il diritto ai permessi di studio per i lavoratori dipendenti si concretizzi per la prima volta con il contratto nazionale dei metalmeccanici nel 1973.

Si è trattato di una importante stagione, certo caratterizzata da numerose contraddizioni, ma che indubbiamente ha avuto una direzione netta.

Una stagione che si è chiusa con l’affermarsi del reaganismo e del tatcherismo.

2. La scuola del neoliberismo

La scuola non ha conosciuto subito il rovesciamento culturale derivante dalla restaurazione neoliberista avviata tra la fine degli anni ‘70 e l’avvio degli anni ‘80.

Come ovvio, in una struttura gigantesca in cui lavorano oltre un milione di persone, la penetrazione di quel paradigma e delle sue forme organizzative è arrivata lentamente e in molti casi inavvertita, materializzandosi poi con interventi normativi distorsivi e una pubblicistica aggressiva e demonizzante contro la scuola dell’inclusione che è oggi ancora pienamente all’offensiva.

Possiamo senz’altro delineare  il glossario che caratterizza storicamente il contesto culturale e materiale che ha profondamente messo in crisi la scuola pubblica negli ultimi 15 anni con un tratto comune che si snoda tra governi di destra, di centrosinistra o cosiddetti tecnici.

Il primo degli elementi, spacciato come portatore di equità, è quello della meritocrazia, architrave del grande inganno che utilizza la maschera delle uguali opportunità di partenza per creare in realtà nuovi blocchi nella mobilità sociale a favore delle classi privilegiate.

L’esperienza trentennale dimostra che si tratta di una selezione di classe ma non solo, essendo tutta impostata sulla performance, vengono favoriti coloro che sono più motivati alla scalata sociale e ad una visione del mondo preminentemente  individualista.

L’ideologia meritocratica non appartiene solo alla destra, anzi più fortemente caratterizza l’azione di quelle élite di stampo laburista che hanno in Renzi il loro maggiore rappresentante e di cui la legge107 (cosiddetta buona scuola) è la rappresentazione plastica.

Altro elemento importante dell’egemonia neoliberista è la subordinazione della mission scolastica alle esigenze dell’impresa con l’assunzione di centralità del concetto di “capitale umano” che individua  la finalità del servizio di istruzione nella formazione di produttori/consumatori anziché di cittadini abbandonando completamente qualsiasi ambizione finalizzata alla prospettiva dello sviluppo umano.

E’ uno dei punti in cui si manifesta indubbiamente una selezione di classe con la suddivisione precoce dei compiti funzionali alle esigenze del mercato del lavoro tra ruoli privilegiati ad alto reddito e professioni  di carattere tecnico  quando non puramente manuali.

Altro aspetto pesantemente condizionante della vita, anche quotidiana, della scuola è l’ossessione per la misurazione oggettiva dei risultati che scippa al processo pedagogico di insegnamento/apprendimento un passaggio fondamentale come la valutazione che viene consegnato a enti specificamente istituiti come l’INVALSI che si va progressivamente trasformando da strumento per la valutazione di sistema a misuratore degli esiti dei singoli studenti.         

Che si tratti di una modalità valutativa funzionale ad esigenze di mercato è dimostrato dall’enfasi con cui organizzazioni quali la fondazione Agnelli trattano i dati annuali Invalsi per denigrare la scuola italiana e invocare ulteriori avvitamenti ultraselettivi.

Questo mutamento di prospettiva si serve di una neolingua che utilizza i termini e i concetti propri della cultura finanziaria, è tutto un fiorire di crediti, debiti, competenze e bilanci; una devastazione culturale che esprime la subordinazione della scuola e della sua missione educatrice alle esigenze contingenti dell’impresa e del mercato, una scuola senza visione pedagogica fatta solo di tecniche, come ha recentemente denunciato Romano Luperini.

3. È una selezione di classe?

E’ anche una selezione di classe, soprattutto alla luce dell’affermazione di don Milani che si chiedeva sarcasticamente come mai gli asini nascano tutti nelle case dei poveri.

E ci sono dati inconfutabili a dimostrarlo, i figli dei ricchi rimangono ricchi e i figli dei poveri tendenzialmente rimangono poveri, in Italia “l’edificio sociale ha un pavimento e un soffitto “appiccicosi” e la scuola ha sicuramente un ruolo nel determinare o subire queste dinamiche conservative.

Pur  tuttavia ci sono segnali che ci suggeriscono che non si tratti solo di selezione di classe.

La logica delle prove Invalsi è permeata dall’ideologia della performance e questo mette in posizione di minorità, quando non esclude direttamente, gli studenti in situazione di disabilità ma anche coloro che presentano disturbi specifici dell’apprendimento; stiamo parlando di centinaia di migliaia di studenti che non rientrano nel range dei misurabili e che, con l’accentramento delle funzioni valutative presso l’ Invalsi, conoscono una esclusione di fatto e in prospettiva di diritto dal cuore del sistema scolastico.

Per capire che si tratta di una tendenza preminente basti sapere che, per la prima volta, nell’esame di stato del 2023, gli studenti diplomandi hanno potuto inserite nel loro curriculum i risultati ottenuti nelle prove Invalsi precocemente messi a loro disposizione.

E’ anche una selezione geografica, anche questa pienamente in linea con le tendenze economiche del paese che vede un ulteriore aumento delle differenze nord/sud con la marginalizzazione produttiva del meridione e delle isole che diventa anche una marginalizzazione sociale e culturale.

Un’ultima doverosa annotazione va riferita alla condizione esistenziale degli adolescenti nel contesto post pandemico. Conosciamo un vorticoso aumento di situazioni di difficoltà che vanno dal disagio personale alle situazioni di vere e proprie sindromi psicologiche quando non psichiatriche.

Chiunque lavori a scuola e abbia occhi attenti coglie la difficoltà di una intera generazione privata di prospettive, per lo più indirizzata verso la precarietà economica e l’anomia sociale.

Una condizione quasi esplosiva che potrebbe portare in qualsiasi direzione e che una compagine sociale lacerata e dissolta non riesce a percepire se non come problema di ordine pubblico e di caduta del principio di autorità non riuscendo a percepirne i fattori profondi e i rischi potenziali.

In tutto questo la scuola evidenzia ancora una certa capacità di resistenza.

Si tratta però di una resistenza passiva, un procrastinarsi di principi e pratiche che appaiono sempre più deboli e soprattutto non in grado di innovarsi rispetto ai nuovi modelli di diseguaglianza ed esclusione che si affermano nella società.

Siamo di fronte a sfide difficilissime che sembrerebbe impossibile vincere ma sappiamo che spesso i mutamenti della storia avvengono in maniera repentina.


* Pino Tilocca, dirigente scolastico IIS De Castro di Oristano, precedentemente ds presso l’IC di Cabras e maestro elementare aderente al Movimento di Cooperazione Educativa. Membro del direttivo  provinciale FLC Cgil di Oristano. Dirigente dell’associazione Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Dal 2000 al 2005 sindaco di Burgos.


Immagine da Ansa

Print Friendly, PDF & Email