Per una nuova egemonia. Riflessioni per una militanza del XXI secolo

Paolo Bertolozzi*

L’Italia del 2023 non è un paese semplice in cui vivere se uno si dichiara di sinistra; ancor di più se si dichiara comunista. La parola “comunismo”, grazie anche a tanti errori nostri, in Italia oggi sembra essere un tabù, una parola che fa rima con fascismo o, peggio ancora, con nazismo. Il berlusconismo ha usato le categorie gramsciane e ha trionfato. È partito dalla società civile ed è arrivato a quella politica, con un successo strabiliante, che ha trasformato il modus cogendi dell’italiano medio. In questo contesto poco favorevole, fare militanza in un partito comunista è diventato estremamente complesso, soprattutto fare militanza in una giovanile comunista, dato che ci si rende conto della totale spoliticizzazione dei giovani e la mancanza di uno spirito rivoluzionario che almeno nel ‘900 li ha contraddistinti. Il ’68 non è lontano solo 55 anni; dista un’era geologica, dal punto di vista politico. Le categorie, i metodi e le azioni che tanto erano fruttuose in quegli anni, oggi, non conservano che una labile utilità, spesso sopraffatte da metodi moderni o dall’inedia generale. 

La rilevanza dei social

Non si può certo tralasciare, nell’analisi della condizione giovanile attuale, un riferimento ai social e al loro utilizzo. In realtà il fenomeno dell’uso politico dei social ha investito anche quelle fasce di età non coincidenti con i cosiddetti nativi digitali. Si guardi al “fenomeno Salvini” degli ultimi anni. Dirette Facebook quotidiane, interazione continua con i simpatizzanti, richiami a elementi di cultura nazional-popolare hanno caratterizzato l’agire dell’attuale Ministro delle infrastrutture e dei Trasporti. E certo non si può dire che questi metodi, soprattutto in occasione delle elezioni politiche del 2018 e delle Europee del 2019 non abbiano funzionato. Dunque non si può che apprezzare la portata intergenerazionale del fenomeno dei social media. Eppure il rapporto dei giovani con questi mezzi è assai più complesso di come possa sembrare dall’esterno. Ciò è dato principalmente dal fatto che le nuove generazioni sono nate a ridosso o all’interno della rivoluzione digitale. E questo ha comportato un’incidenza marcata di questi mezzi nella loro vita, portando a fenomeni di allontanamento della percezione della comunità. Mi spiego meglio: nonostante i social siano nati con lo scopo di unire persone distanti, il loro precipitato concreto è stato quello di andare ad allentare, generalmente, i rapporti interpersonali “fisici”, trasferendo molte dinamiche all’interno di questi contenitori social. E ciò ha colpito anche l’attività politica, che dalla strada, dalla piazza, dal volantinaggio si sta spostando verso l’agorà virtuale. Questi fenomeni hanno comportato un ulteriore scollamento dei giovani dalla politica “fisica”, proprio perché essa non viene percepita come naturale, come normale, ma come un’eccezione alla prassi comune.

Metodologie per un partito che deve ritornare a parlare ai giovani

Far politica tra i giovani quindi non è semplice. Ma è estremamente necessario.

I fenomeni sopra descritti hanno portato alla spoliticizzazione delle nuove generazioni. Le esperienze che come Giovani Comunisti/e abbiamo portato avanti su alcuni determinati territori però dimostrano che vincere, o almeno scalfire, per essere più realistici, questa situazione sia possibile, seppur estremamente difficile.

Dobbiamo partire dal presupposto che il Partito (e la sua giovanile) non sono attrattivi di per sé; non si può dire che se la montagna –il partito- non va da Maometto –i giovani- allora Maometto andrà alla montagna. Ciò succede a malapena con i partiti di governo, figurarsi con un partito extraparlamentare da quasi 20 anni. Dunque conviene inventarsi qualcosa. Va però premessa una cosa: non esistono dei metodi sempre efficaci o replicabili in ogni singolo territorio, scuola, luogo di lavoro… Questo perché le sensibilità sono diverse, le esperienze sono diverse, le condizioni materiali sono estremamente diverse da città a città, da regione a regione. Una metodologia che sembra funzionare, almeno per la mia esperienza, è quella di allargarsi e contaminarsi, non rimanere segregati nelle sedi dei propri circoli ma aprire alla creazione di organizzazioni (collettivi per esempio) più ampi che sull’immediato possano essere più attrattivi e che sul lungo periodo portino al rafforzamento della giovanile, che viene vista come “braccio politico” di quella determinata organizzazione. Per capirci meglio, un sistema di vasi comunicanti, dove se un vaso inizia a ricevere più acqua, anche il vaso a esso collegato inizia a riempirsi, magari più lentamente, ma comunque si riempie. Nella mia personalissima esperienza, che fa il paio con moltissime altre, questo sistema ha funzionato discretamente bene. Come Giovani Comunisti/e di Lucca, all’epoca 5/6, decidemmo di fondare un sindacato studentesco, che potesse entrare nelle scuole, che potesse partecipare alle elezioni scolastiche e che potesse essere un qualcosa di attrattivo per chi per la prima volta si approcciava alla militanza o al pensiero di sinistra. E ciò ha funzionato bene, permettendo ai GC di crescere e di farsi conoscere. Una decisione successiva ha dato il là alla creazione di vari collettivi nelle varie scuole superiori della città e la creazione di un collettivo più ampio che funzionasse da coordinamento.

Ed in tutto ciò i GC di Lucca continuano ad essere il braccio politico di queste formazioni di base.

In una città come Lucca, che ha al governo della città Casapound (la quale conta 2 assessori, un consigliere comunale e il 10% dei voti), i Giovani Comunisti/e sono la giovanile più attiva sul territorio, andando a togliere il primato a Blocco Studentesco, la giovanile di Casapound. 

Nuove categorie per un ruolo dei giovani nella politica

Le conclusioni che si possono trarre da ciò sono varie: innanzitutto, la prima analisi che deve essere fatta è quella sui ruoli dei partiti, e in questo caso, delle giovanili nella nostra società. Spesso e volentieri si assiste a fenomeni di autoghettizzazione o di esaltazione della propria identità, frequentissimo fenomeno a sinistra, tralasciando le correnti ed i carsismi che popolano la società e in particolar modo i giovani. Si rischia in questa maniera di fare un lavoro di avanguardia in una società completamente apolitica e dunque di non arrivare poi, nel concreto, a concludere alcunché. Altra analisi da compiere, a mio avviso, è sulla condizione politica dei giovani. Come accennato in più punti sopra, i giovani sono nel concreto spoliticizzati ma, può sembrare peculiare, politicizzabili in potenza. La chiave sta nel renderli coscienti dello stato di sfruttamento perenne al quale il capitalismo li sottopone, sta nel delineare le contraddizioni del sistema neoliberale e di far prendere coscienza che il cambiamento dello stato di cose presenti sia effettivamente possibile. Il tema dell’ambiente è archetipico di tutto ciò; partire da rivendicazioni semplici per arrivare a una più strutturata critica della realtà.

Andando a concludere, questa tipologia di azione è complessa. Scardinare l’egemonia neoliberale e sostituirla con quella anticapitalista è dannatamente difficile, dato che molti giovani, me compreso, sono nati ben dopo la caduta del muro di Berlino, dopo lo scioglimento del PCI e durante il “regno berlusconiano”. Difficile ma non impossibile se si applicano nuove categorie e si allargano gli orizzonti della nostra pratica militante quotidiana.


* Coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti/e. Eletto nel Luglio 2023 durante la VII Conferenza dei Giovani Comunisti/e. Ventitré anni, studia Giurisprudenza all’Università di Pisa.

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