Questo non è un Paese per giovani. Le parole sono pietre

Marina Boscaino*

Chiedo ai lettori un momento di concentrazione per fissare nella propria mente le parole di uno dei padri costituenti che più si è impegnato sulla determinazione della “scuola della Repubblica”, la vera e propria spina dorsale del Paese, il luogo dell’identità culturale, dell’unità linguistica, viatico ed espressione di un profilo di cittadinanza consapevole che ha consentito, nel dialogo tra gli artt. 33 e 34, in cui quella scuola si disegna, e il comma 2 dell’art. 3, un progetto grandioso, che ha consentito al nostro Paese di assegnare all’istruzione e alla cultura la funzione emancipante che esse hanno assunto per molti decenni della storia repubblicana. Disse Piero Calamandrei, rivolgendosi agli studenti:

“La scuola, come la vedo io, è un organo ‘costituzionale’. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il Presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […]”. (Piero Calamandrei, 11/2/1950)

È tempo di decidere da che parte stare

Non si sono dedicate adeguate analisi alle possibili conseguenze sul sistema nazionale dell’istruzione dei provvedimenti relativi all’autonomia differenziata, che saranno messi in campo se il ddl 615, promosso dal Ministro degli affari regionali, Roberto Calderoli, dovesse andare in porto. Come è noto, il progetto di autonomia differenziata riguarda potenzialmente altre 22 materie (tra cui sanità, infrastrutture, sicurezza sul lavoro, ambiente, beni culturali, ricerca e università, rapporti con l’UE, commercio estero, giustizia di pace, previdenza complementare e integrativa, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario): una vera e propria rivoluzione, che cambierà il volto anche istituzionale della Repubblica, destinerà diritti – anche universali – sulla base del certificato di residenza, annullando di fatto il dettato dei primi 5 articoli (inseriti tra i principi fondamentali) della Carta, il tutto senza coinvolgimento dell’organo sovrano della democrazia parlamentare.

Oggi il processo è a un punto di svolta; e si sviluppa su un doppio binario. Da una parte il ddl Calderoli, attualmente in discussione in Senato, incurante del numero impressionante di voci critiche che si sono levate – anche durante le recenti audizioni – da soggetti qualificatissimi e non ostili al Governo e persino dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che – previa la determinazione dei Livelli Essenziali di prestazione – indicherà la strada alle regioni a statuto ordinario per chiedere e ottenere (in una sorta di contratto privato con il Governo) la potestà legislativa esclusiva da 1 a 23 materie. Dall’altra la determinazione dei Lep, appunto, che – vale la pena di sottolinearlo – non significa garanzia di diritti e che non viene portata avanti dal Parlamento, ma da una cabina di regia di nomina governativa. Date le scarse o inesistenti risorse disponibili, come esimi economisti, centri di ricerca, persino strutture interne alle istituzioni, come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, stanno sottolineando, tale passaggio porterà a una istituzionalizzazione delle diseguaglianze esistenti nel Paese (la cui perequazione comporterebbe uno stanziamento di circa 90 mld di euro, come evidenziato dallo Svimez), attraverso una visione prestazionale dei diritti. In altre parole, si sta mettendo mano a una catastrofica e gigantesca riforma dello stato sociale senza alcun coinvolgimento del Parlamento.  

La scuola nelle mire di tutte le regioni

Ma torniamo alla scuola, una delle grandi protagoniste delle fameliche richieste delle regioni. Non è un caso: con il suo milione di dipendenti e i circa 7 milioni di studenti, essa configura un’appetibile platea di consenso politico, oltre che un sostanziosissimo bottino economico. Il caso più eclatante, fermo restando lo stigma negativo sulle richieste di tutte e tre le Regioni che hanno già stipulato pre-intese con il Governo (le altre sono Lombardia e Emilia Romagna), è costituito dalla bozza di pre-intesa del Veneto, che – se passasse questa devastante contro-riforma – avocherebbe a sé un numero straordinario di funzioni, sostanzialmente l’intero sistema scolastico, con conseguente creazione della scuola veneta.

Le “norme generali dell’istruzione”

Cosa si debba intendere per “norme generali dell’istruzione” lo spiega molto bene la sentenza 200/09 della Corte Costituzionale:

[si pongano negli] “artt. 33 e 34 della Costituzione le caratteristiche basilari del sistema scolastico, relative: a) alla istituzione di scuole per tutti gli ordini e gradi (art. 33, secondo comma, Cost.); b) al diritto di enti e privati di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato (art. 33, terzo comma, Cost.); c) alla parità tra scuole statali e non statali sotto gli aspetti della loro piena libertà e dell’uguale trattamento degli alunni (art. 33, quarto comma, Cost.); d) alla necessità di un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuola o per la conclusione di essi (art. 33, quinto comma, Cost.); e) all’apertura della scuola a tutti (art. 34, primo comma, Cost.); f) alla obbligatorietà e gratuità dell’istruzione inferiore (art. 34, secondo comma, Cost.); g) al diritto degli alunni capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi (art. 34, terzo comma, Cost.); h) alla necessità di rendere effettivo quest’ultimo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso (art. 34, quarto comma, Cost.)”, aggiungendo che, “dalla lettura del complesso delle riportate disposizioni costituzionali si ricava, dunque, una chiara definizione vincolante – ma ovviamente non tassativa – degli ambiti riconducibili al ‘concetto’ di ‘norme generali sull’istruzione’”.

Non a caso, nell’attuale assetto determinato dal riparto delle competenze previsto dall’art. 117 (riformato nel 2001), tali norme sono inserite tra le materie di potestà legislativa esclusiva statale. Le norme generali dell’istruzione sono tali da definire uno degli strumenti che la Repubblica ha a propria disposizione per esercitare il proprio compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3, comma 2, Cost). È per questo che le “norme generali” devono essere identiche su tutto il territorio nazionale, garantendo – in qualsiasi parte del Paese si viva – condizioni uguali di esercizio di questa funzione primaria dell’organo che più di ogni altro ha contribuito a determinare l’identità culturale e linguistica, del Paese. La scuola della Repubblica, la scuola disegnata dal testo costituzionale, per continuare ad essere strumento di emancipazione attraverso l’istruzione, la cultura; per continuare a spiegare la propria funzione di “ascensore sociale”, al servizio soprattutto di coloro che nascono in situazioni socio-economico-culturali svantaggiate, non può che essere UGUALE su tutto il territorio nazionale, dal centro alla periferia, dalle città metropolitane alle campagne, dalle montagne alle isole: strumento di uguaglianza, infine, che consente a tutte e tutti di emanciparsi attraverso la conoscenza. Ma la logica rapace e proprietaria dei sedicenti “governatori” di centro-destra e centro-sinistra, dopo aver distrutto definitivamente il modello del servizio sanitario pubblico, guarda alla scuola con intenzioni devastanti.

La (futura) scuola Veneta

La bozza della proposta del Veneto prevede:

“1) – 2) Norme generali sull’istruzione – Istruzione:

Sono attribuite alla Regione del Veneto le competenze legislative e amministrative dirette a:

consentire l’ottimale governo, la programmazione, inclusa la programmazione dell’offerta formativa e della rete scolastica – compresi l’orientamento scolastico, la disciplina dei percorsi di alternanza scuola-lavoro – la programmazione dell’offerta formativa presso i Centri Provinciali Istruzione Adulti e la valutazione del sistema educativo regionale, in coerenza con gli elementi di unitarietà del sistema scolastico nazionale e nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche;

disciplinare l’assegnazione di contributi alle istituzioni scolastiche paritarie con le correlate funzioni amministrative;

regionalizzare i fondi statali per il sostegno del diritto allo studio e del diritto allo studio universitario;

regionalizzare il personale della scuola, compreso il personale dell’Ufficio scolastico regionale e delle sue articolazioni a livello provinciale.”

In poche parole, contratti (il CCNL sarà affiancato da contratti regionali, individuando parti diverse tra eguali e stemperando ulteriormente le già labili capacità conflittuali), organico, ruoli, valutazione, mobilità e trasferimenti, offerta formativa, formazione dei docenti, finalità e obiettivi, disciplina e finanziamenti delle scuole private, modalità di PCTO. La conseguente abrogazione del valore legale del titolo di studio getterà definitivamente ciascuna istituzione scolastica sul mercato, con le devastanti conseguenze che questo comporterà. Un titolo di studio di una regione ricca varrà molto più di altri; e, così, alla mobilità sanitaria, a quella universitaria, si aggiungerà la mobilità scolastica, riservata naturalmente – come le altre – solo a coloro che potranno permettersela. L’ufficio scolastico regionale definirà come, perché e cosa insegnare. Nella regione Veneto sono si verificano sperimentazioni di affiancamento della “lengua veneta” all’italiano. La formazione dei docenti sarà in mano ad un organo partiticamente determinato, l’USR, appunto. La libertà di insegnamento, dunque, prevista dal comma 1, articolo 33 Cost., principio fondamentale della tutela dell’interesse generale, del pluralismo, della democrazia, della laicità, costituirà solo un enunciato retorico. Peraltro, avendo tra le sue prerogative anche la determinazione della parificazione, la regione potrà portare avanti indisturbata  il processo di privatizzazione della scuola.

Uno scenario catastrofico

La creazione di 20 sistemi scolastici a marce differenti (perché determinati sulla base del gettito fiscale erogato in ciascuna Regione e sottratto alla solidarietà economica, cui richiama l’articolo 2 della Costituzione) segnerà inevitabilmente il passaggio da una scuola organo dello Stato unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, a un sistema a marce differenti, configurando – di conseguenza – cittadini di serie A e di serie B: gli ultimi della società non avranno più alcuna speranza che la Repubblica, attraverso la scuola, organo costituzionale, possa intervenire sulle proprie condizioni migliorandole. Perché la scuola non sarà più quella della Repubblica e della Costituzione. Ma sarà la scuola laziale, piemontese, veneta, molisana, se queste regioni chiederanno autonomia differenziata in quella materia. C’è da chiedersi, infine, cosa sarà delle scuole nelle regioni che non faranno richiesta. Per inciso: già oggi, ad autonomia differenziata non ancora realizzata, le differenze sono abissali. I risultati della ricerca Svimez “Un Paese, due scuole”, pubblicata lo scorso inverno, sono stati perfettamente illustrati da un video:  Carla vive a Firenze, Fabio a Napoli. Entrambi frequentano la V classe della scuola primaria in una scuola della loro città. Carla ha sempre mangiato a scuola, servendosi del servizio di mensa e quindi ha potuto nutrirsi con una dieta bilanciata. Nel pomeriggio Carla rimane spesso a scuola, per svolgere attività extracurricolari (sportive e non) o per fare i compiti. Grazie al tempo pieno, lo stato le avrà garantito 1226 ore di formazione. Fabio, invece, frequenta una scuola priva del servizio di mensa; torna a casa per mangiare, o dovrà portarsi un panino o accontentarsi di cibi preconfezionati. Fabio non svolge alcuna attività fisica – la sua scuola è priva di palestra: ha un rischio doppio rispetto a Carla di diventare obeso o sovrappeso. Fabio avrà a disposizione 200 ore in meno rispetto alla sua coetanea fiorentina. Alla fine dei 5 anni della scuola primaria risulterà che Fabio avrà frequentato un intero anno in meno. “Questo di chiama furto di formazione”, così si conclude il video. Un ulteriore inciso: l’Ufficio di Bilancio della Camera ha calcolato di recente che ci vorrebbero circa 4mld solo per garantire il tempo pieno in tutte le nostre scuole.

La saldatura tra “scopi e metodi della scuola con il mondo del lavoro e dell’impresa”, che rappresenta uno degli obiettivi fondamentali dei governi da alcuni decenni, avrà dalla regionalizzazione un abbrivio ulteriore: le imprese saranno parte attiva (e profittevole, sia dal punto di vista economico che ideologico) del processo. Al contempo, allontanare da una parte la scuola unitaria dalla sua funzione istituzionale, culturale e politica di luogo della riflessione sulla cultura nazionale, per dar vita a istanze localistiche – che già insistono in alcune sperimentazioni scolastiche in Veneto – configurerà una visione divisiva che in un tessuto storicamente fragile come il nostro potrebbe provocare danni enormi. Infine, si concretizza la dismissione definitiva della funzione emancipante della cultura e del sapere disinteressato di gramsciana memoria, sostituendo l’ideologico ricorso alle competenze alla conoscenza e all’apprendimento.

Una richiesta che va interpretata per giunta alla luce della necessità di attribuire risorse finanziarie aggiuntive – sottratte peraltro alle altre Regioni – rispetto a quanto speso oggi dallo Stato in Veneto, facendo leva sul calcolo di parametri che tengono conto anche del gettito fiscale superiore, ossia del maggior reddito dei veneti. L’equazione è, dunque, impropriamente, più reddito = più servizi. Si tratta di una conseguenza, ventilata diverse volte –  soprattutto dalle Regioni amministrate dalla Lega – della nefasta riforma del Titolo V della Costituzione; non bisogna però dimenticare che, dopo Bonaccini, anche il presidente della Toscana, Giani, scalpita per ottenere autonomia differenziata per quella regione. Da un regionalismo senza modello si passerebbe a un regionalismo impazzito, dove le Regioni speciali, che lamentano l’arretramento subito a seguito della riforma del Titolo V, si affiancherebbero a Regioni ordinarie di “tipo a” e Regioni ordinarie differenziate di “tipo b”, a loro volta differenziate tra loro, mentre l’assenza di una istituzione rappresentativa di raccordo al centro di questo dedalo di competenze differenziate, che già tante volte è stata lamentata dal 2001 in poi, diverrebbe a questo punto un elemento di ulteriore frammentazione dell’assetto istituzionale.

Il tempo è ora

Siamo sull’orlo di un baratro. Eppure l’allarme – anche tra studenti e studentesse o lavoratori e lavoratrici  della scuola  – è scarso, direi quasi nullo. La conoscenza delle conseguenze della balcanizzazione della scuola e dei diritti sembra non spaventare nessuno. Deve essere chiaro che, una volta attuata, l’autonomia differenziata sarà irreversibile; il ddl Calderoli prevede infatti la recessione dalle intese solo dopo 10 anni e per iniziativa o della regione interessata, o del Governo. I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti – che da 5 anni lottano contro questo progetto eversivo – e il Tavolo NOAD invitano chiunque abbia a cuore il rispetto e la valorizzazione dei principi costituzionali, ma anche il progresso di una società che rischia di immobilizzare destini sociali sulla base del certificato di residenza, alla mobilitazione, a partire dalla manifestazione nazionale che la CGIL ed altri soggetti, tra cui il Tavolo NOAD, stanno promuovendo per il 30 settembre prossimo, per contrastare il progetto eversivo dell’unità della Repubblica e dell’uguaglianza dei diritti che l’autonomia differenziata rappresenta. Tutto il resto è retorica della Costituzione, che a noi non interessa.


* Marina Boscaino è docente di Italiano e Latino presso un liceo classico di Roma, si occupa da anni – sia sul fronte della pubblicistica che delle lotte – di scuola della Repubblica. Impegnata nella difesa della Costituzione, è attualmente portavoce del Comitato “Per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti”. Fa parte del Coordinamento nazionale provvisorio di Unione Popolare.

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