RECENSIONI
GUY METTAN, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti, Roma, 2016
La russofobia, come tutte le cattive passioni, come l’antisemitismo e l’islamofobia, si insinua dappertutto; impregna gli animi fino ai loro ultimi recessi. (…) La russofobia non è soltanto manifestazione di uno stato d’animo. È innanzitutto espressione di un rapporto di forza, di una relazione di potere. Non si tratta soltanto di un giudizio passivo. Non è soltanto un insieme di cliché, di idee subite e di stereotipi. È anche, e innanzitutto, una presa di posizione, adottata nell’intento se non di nuocere, per lo meno di ridurre l’altro in proprio potere. È in questo senso che la russofobia è anche razzismo: si tratta di sminuire l’altro per dominarlo meglio (p. 45).
Questa citazione dal libro in oggetto mette bene in evidenza il rapporto tra un fenomeno complesso e di lunga durata, che comunque prevede sempre un’ampia gamma di forme di ostilità nei confronti dei “barbari in particolare come altro-dagli-europei” – lo scrive Franco Cardini nella sua illuminante introduzione al volume – e i progetti di dominazione ripresi dopo il crollo dell’Urss. Illuminante il testo di Cardini proprio perché costruito sulla base di una solidissima analisi storica, su di un uso rigoroso e sapiente del “mestiere”.
L’autore, Guy Mettan, quando scrive il libro, è membro del Partito Popolare Democratico (democristiano) svizzero e deputato cantonale. Attualmente è professore all’Università UMEF di Ginevra, un’alta scuola di economia e relazioni internazionali del tutto interne al contesto dei vari tipi di liberismo. Condivide, cioè, un clima politico culturale, del tutto alieno da quello degli estremismi di destra e di sinistra che sono indicati come il terreno di coltura del cosiddetto “putinismo”, un termine il cui uso impedisce qualsiasi forma di dibattito seriamente analitico.
L’impulso di fondo che ha mosso la ricerca di Mettan lo si comprende bene quando egli fa riferimento al modo in cui il 27 gennaio 2015 fu celebrato in Polonia il 70esimo anniversario della liberazione di Auschwitz. Non solo i liberatori non vennero invitati all’evento, ma “il ministro degli Affari esteri Grzegorz Schetyna [ebbe] persino la sfrontatezza di affermare che il lager di Auschwitz era stato liberato da «truppe ucraine (…) senza che nessuno dei capi di Stato europei presenti alla cerimonia vi trovasse nulla da ridire (226)”. Quel tipo di “sfrontatezza” è l’indicatore fondamentale della coniugazione tra russofobia e temperie di guerra.
Il libro è uscito nel 2015, prima dell’inizio aperto della “guerra per procura” (l’espressione è usata normalmente nella pubblicistica americana) in Ucraina, ma quando tutti i pezzi del confitto, in parte già iniziato, erano già schierati nella scacchiera. Mettan ne mette in rilievo i lineamenti in una periodizzazione più ampia e complessa. Giustamente, visto che la temperie di guerra in corso era risultante, specchio e irradiamento di temporalità molteplici.
Un russo, Lev Tolstoj, riflettendo, nel secondo volume di Guerra e Pace, sulla meccanica dell’invasione napoleonica del 1912, appare in grado di dare ancora lezioni di metodo storico per comprendere la meccanica odierna degli accadimenti del 2022.
Nonostante la sua esecrazione per Napoleone, Tolstoj aveva ben compreso che la contingenza non poteva spiegarsi se non all’interno di una struttura, come avrebbe detto, quasi un secolo e mezzo dopo, Ernest Labrousse. Il manifestarsi, lo “scoppiare” di una guerra di vasta portata, di eventi così capaci di dare un segno interpretativo forte a una fase storica, non poteva essere compreso basandosi sul tempo breve in cui Napoleone e Alessandro avevano messo in moto il meccanismo.
Tolstoj dedica brani di “spietata ironia” (Berlin) alle narrazioni superficiali e intellettualmente povere di quelli che oggi chiameremmo “storici politici puri”.
Quale “spietata ironia” dovremmo riservare, dopo decenni di elaborazioni teoriche e pratiche storiografiche tese a costruire categorie analitiche adatte alla comprensione del “presente come storia”, al fatto che oggi venga continuamente riproposto, a proposito della guerra in Ucraina, lo stesso modello di rappresentazione oggetto dei feroci strali dell’autore di Guerra e Pace?
A utilizzare il modello della “contingenza” senza “struttura”, sono, in genere, “opinionisti” di una stampa che svolge le funzioni comunicative come reparto componente di un ampio e articolato schieramento bellico. Tale modello è la continua articolazione di un solo concetto: la lotta tra il bene e il male.
Dal punto di vista del modo in cui gli studiosi intendono il processo conoscitivo solidamente fondato su “analisi” di sistema, le proposizioni dei suddetti, e altre analoghe, sono soltanto stupidaggini pomposamente declamatorie. Dal punto di vista, però, di una guerra nel cui carattere locale si rispecchia una globale tensione conflittuale, tali proposizioni sono invece efficaci armi di combattimento, parole come pallottole.
Il libro del liberale, cattolico democratico, Guy Mettan, ci aiuta a individuarne le traiettorie.
Paolo Favilli
MAURA GANCITANO, Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, Editore Super et opera viva, Milano, 2022
“Non giudicare un libro dalla copertina”. Eppure, in questo caso, l’ adagio viene smentito. Il frontespizio di questo saggio raffigura due figure femminili, una ipnotizzata dal proprio riflesso, l’altra che sorregge una maschera davanti al viso, maschera con più paia di occhi. Quanti sono gli occhi che ci guardano, con quanti occhi ci guardiamo? Un dress code per ogni occasione, un atteggiamento diverso a seconda del contesto, un aspetto fisico ideale che varia a seconda del paese e della cultura, non senza contraddizioni.
Da questo scritto si evince infatti, dati alla mano, che in diversi luoghi del mondo le operazioni di chirurgia estetica variano di molto. A livello mondiale gli interventi di mastoplastica additiva e riduttiva quasi si equivalgono, a riprova del fatto che il “bello” subisce importanti pressioni culturali.
A seconda della nazione di provenienza il seno deve abbondare o deficere.
Alla donna da tempo immemore viene richiesto di apparire in un determinato modo. La Gancitano ci accompagna attraverso le pubblicità, i social media, il mondo della moda e svela i meccanismi di coercizione ai quali è sottoposto il corpo della donna (anche se più recentemente anche l’uomo e tutt@ coloro i quali non si identificano nella categoria cis sono stati fagocitati dai diktat estetici). I motivi di questa schiavitù al soldo della bellezza sono principalmente due: sottomettere e far acquistare. Infatti la popolazione femminile, nonostante subisca un gender gap salariale notevole, spende un terzo in più degli uomini in cosmetici che promettono giovinezza e bellezza. Bellezza che dagli sponsor viene astutamente sovrapposta al concetto di salute, di doverosa cura di sé per un corpo più sano.
Tutt@ noi cadiamo in questi tranelli; l’autrice stessa ci confida le proprie debolezze. Ciò che può cambiare in noi è il livello di consapevolezza. Letto il saggio, la prossima volta che su Instagram ci verrà proposto un video di skincare potremo scegliere di guardarlo sapendo che ogni frammento del messaggio è stato studiato in modo da farci sentire la necessità di quel rituale, ma soprattutto la necessità di acquistare quel prodotto. Fare leva su una presunta inadeguatezza del fruitore è il meccanismo principale da quando è nata la pubblicità e sono nati dal nulla “bisogni” per apparire al meglio. E spesso il meglio non basta, bisogna essere perfett@. Mi ha colpito l’esempio di una donna la quale andava a letto truccata e aspettava che il marito si assopisse per togliersi il make up. Allo stesso modo, al mattino, sgusciava in bagno prima del risveglio di lui per fargli trovare accanto una donna bellissima, senza occhiaie e con i capelli ben pettinati. Per anni, ogni singola notte.
Ebbene, avevo un’amica che faceva la stessa identica cosa. Una ragazza intelligente e ricca di strumenti, eppure non poteva fare a meno di quel tocco di mascara, schiava di un’immagine ideale. Questa insicurezza indotta dalla réclame colpisce trasversalmente tutte le classi sociali e i diversi livelli di istruzione. É un meccanismo più forte del pensiero cosciente, è un bisogno che parla alla pancia (la quale, peraltro, deve essere piatta anche poco dopo il parto).
La sottomissione secolare al maschio cis ci porta un fortissimo bisogno di accettazione, quale modo migliore per ottenerla se non il fisico, il nostro biglietto da visita?
Diversi studi dimostrano che sovente l’assunzione di una donna è subordinata al suo aspetto fisico, addirittura i bambini designano la persona più in carne come più “cattiva” rispetto al normopeso.
Non solo il nostro involucro di carne è bistrattato, ma anche la nostra camminata (videotutorial per un incedere sexy), il nostro sorriso (guai a risultare sguaiat*), il tono della nostra voce devono aderire a un’immagine ben precisa, spesso umile e dimessa.
Profilo basso e acquisti compulsivi dettati dal senso di colpa di non essere abbastanza sono le cose che ci vengono urlate ogni giorno dal mondo che ci circonda, spesso in maniera pseudo innocua.
La Gancitano ci offre, dati alla mano, una panoramica sulla nostra condizione di acquirenti perennemente insoddisfatt@, perché la perfezione è sempre un botulino più avanti di noi.
Agnese Ferrero
Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario, Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro.
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l’immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell’affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista, ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse, la continua volontà di rimettersi in discussione, il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall’Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all’attività di ministro, dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l’imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l’immagine del Che attraverso film, canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media. Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all’amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull’interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba. Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell’opera di un marxista critico.
L’internazionalismo. La scelta per il comunismo nasce dalla scoperta della realtà sociale dell’America latina e delle sue vene aperte. Nelle sue prime missioni internazionali, in cui incontra i maggiori leader del mondo, si dichiara entusiasta del socialismo realizzato e degli aiuti che URSS, paesi dell’est Europa e Cina offrono a Cuba. Il dissenso inizia a manifestarsi nel 1962, dopo la “crisi dei missili” e il cedimento dell’URSS, legata alla politica di coesistenza pacifica, di fronte alle minacce statunitensi. Si accresce e si manifesta negli anni successivi e viene espressa in scritti e soprattutto nei tre discorsi all’ONU, alla Società delle Nazioni e ad Algeri (24 febbraio 1965). Nel terzo in particolare, l’accusa ai paesi che non appoggiano sino in fondo le lotte di liberazione anticoloniali, nazionali e le spinte rivoluzionari è nettissimo. Così è netta la critica alla sinistra “ufficiale” nel Messaggio alla Tricontinentale (Creare due, tre, molti Vietnam) disegno politico antimperialista che mira ad unificare le emergenze dei paesi poveri di America latina, Africa, Asia, nel momento in cui lo scontro in Vietnam è frontale, e la guerriglia si allarga a tutto il sud America, crescono le lotte in altri paesi, l’Africa sembra esplodere e non manca una forte radicalità nera negli stessi Stati Uniti.
La critica al socialismo realizzato. Dopo la ricordata esaltazione di URSS, Cina e repubblichepopolari nei primissimi anni ’60, il Che è il primo a cogliere nelle loro scelte economiche e nei mancati livelli di partecipazione democratica il rischio di una involuzione profonda e di restaurazione del capitalismo. Alle debolezze e difficoltà, il sistema socialista risponde con il ritorno a meccanismi capitalistici e con la assenza di formazione di coscienza politica. Nella stessa Cuba, si sommano l’impreparazione tecnica, il “guerriglierismo amministrativo”, l’inamovibilità dei funzionari, lo spirito di autoconservazione, la mancanza di coscienza. Si legga Il socialismo e l’uomo a Cuba che chiede partecipazione consapevole, nella prospettiva dell’uomo nuovo, in un richiamo al dibattito marxista dell’epoca (richiamo alle opere giovanili, al concetto di alienazione…).
La battaglia contro la burocrazia è legata a questo, nel timore di una involuzione della stessa Cuba, in concomitanza con il dibattito sulle scelte economiche dell’isola in cui le sue posizioni sono emarginate da scelte più ortodosse (si veda Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Che Guevara). La burocrazia non scompare con l’estinzione delle categorie mercantili, ma tende ad ampliarsi e a riprodursi. Si vedano i suoi scritti durante gli incarichi ministeriali, i dialoghi dal Ministero dell’Industria, gli articoli del Granma, certamente da lui ispirati, Contro la burocrazia una battaglia decisiva, Feltrinelli, 1967).
La vita e il pensiero del Che appartengono alla storia del marxismo del ‘900 che, sottratto al dogmatismo e alle cristallizzazioni della vulgata sovietica, ha offerto figure come Rosa Luxemburg, Gramsci, la Scuola di Francoforte, Victor Serge e indirettamente da Lumumba, Fanon, Sankara…
Rileggere la sua vita, la sua azione, il suo pensiero incompiuto è fondamentale per ipotizzare una ripresa del pensiero marxista e della prassi per la liberazione dell’umanità.
Tornare ancora al Che, quindi, non è nostalgia, è un imperativo dettato dalla tragica realtà in cui viviamo.
Elena Pastre