Russofobia, censura, e post-democrazia. La libertà in tempo di guerra (non dichiarata)
Angelo D’Orsi*
Alla fine degli anni ’90 lo studioso britannico Colin Crouch, dopo un soggiorno di studio in Italia, avendo constatato il declino della democrazia, coniava il termine “post-democracy”, ossia post-democrazia. Alludeva a un assetto socio-politico nel quale si conserva il guscio della democrazia (divisione dei poteri, pluripartitismo, libere elezioni…), ma si perdeva, perché di fatto si eliminava la sostanza della democrazia; in sintesi: il potere del popolo. I partiti continuano ad esistere, ma sono ormai macchine di potere (come li aveva etichettati un dolente Enrico Berlinguer, nel 1982, nella celebre intervista a Eugenio Scalfari), che hanno perso la funzione di esprimere la volontà collettiva di persone unite da un idem sentire, accettando la trasformazione della politica in spettacolo, in cui il look del leader diventa decisivo, ben più importante della linea programmatica che egli propone, e si allarga enormemente la distanza tra la sua figura e gli stessi militanti; si ridefinisce l’assetto tra i tre poteri, a tutto vantaggio dell’esecutivo sul legislativo (il Parlamento perde di fatto la sua funzione le leggi sono nella quasi totalità dei decreti trasformati in legge, il governo impone la questione di fiducia per strozzare il dibattito parlamentare, i leader politici preferiscono presentarsi in programmi televisivi, anziché davanti alle Camere; e così via). Dal canto suo il potere esecutivo non solo schiaccia e sussume quello legislativo ma punta a mettere sotto tutela quello giudiziario, mentre l’intera società subisce un processo di torsione autoritaria, che si esplica essenzialmente attraverso il meccanismo della prevenzione. Ossia, se nell’ordinamento liberale è prevista la repressione degli atti illeciti in base a una sanzione (da amministrativa a penale), nell’ordinamento illiberale, alla repressione si sostituisce un meccanismo che pretende di prevenire tutto, controllare tutto, impedire il possibile “reato” prima che si compia. Il totalitarismo è un sistema di prevenzione spinto all’estremo limite.
La censura
La censura è una delle forme del totalitarismo, che si esplica in varie modalità: l’azione di un’autorità (polizia e magistratura, solitamente) che interrompe un discorso, una conferenza, che vieta la pubblicazione di uno scritto, o la proiezione di materiale filmico, oppure agisce ex post, intervenendo con sanzioni che possono arrivare fino alla galera, per punire l’autore per un articolo, un film, una canzone. Poi c’è la prevenzione nei termini assoluti: impedirti di pubblicare, di parlare, di proiettare, di cantare, di suonare di danzare. In termini generali è questo il caso occorso al sottoscritto: la censura si è scagliata contro di me, nel Polo del ‘900 a Torino, annullando una conferenza non ancora svolta, cioè colpendo, censurando se si preferisce, un testo non ancora neppure completamente pensato né scritto. E non perché quella conferenza violava articoli di legge (del resto come avrebbe potuto farlo se nessuno ne conosceva il testo), ma perché il titolo aveva inquietato alcuni politici di medio rango, che erano insorti attraverso la pratica della diffamazione, dell’ingiuria, della minaccia attraverso la comoda via delle reti sociali. Il titolo conteneva una parola che non sapevo potesse destare scandalo, preoccupazione, e intervento delle autorità preposte per impedire che venisse proferita in luogo pubblico. La parola è “russofobia”, che, peraltro, nella intitolazione veniva mitigata dalla parola che seguiva, ossia “russofilia”, e infine la parola “verità” (che alludeva alle verità della storia). Ho dunque scoperto a mie spese che esistono parole “vitande” e che come ai temi della Santa Inquisizione pronunciarle o persino pensarle può farti incappare nei rigori della legge. Che poi la conferenza si sia tenuta, per una spontanea mobilitazione dal basso e che invece di 50 spettatori ne abbia avuto 500 più 10 mila collegati da remoto, è un fatto che in questa sede, non interessa.
La russofobia
Esiste, sulla russofobia, una letteratura critica a carattere storico, antropologico, letterario e linguistico sul tema, che solo gli sprovveduti o le persone in malafede ignorano o fingono di ignorare. La casistica è enorme, e spesso agghiacciante, ma talora grottesca: artisti musicisti atleti impediti di proporre le loro performance in quanto russi; reti e siti internet di informazione russa e bielorussa bloccati; divieto di proiezione imposto a film e documentari di produzione russa; atti intimidatori delle forze dell’ordine per disturbare o impedire assemblee e conferenze giudicate “di propaganda filorussa” Nessuno degli odiatori della Russia, nessuno di coloro che additano il pericolo russo, in qualche modo lanciando l’avviso “Hannibal ad portas!”, spiega mai quale sia il confine tra informazione o ricostruzione storica e analisi politica e “propaganda”. Nessuno ha mai spiegato come si configura la propaganda, pur essendoci anche su questo punto una letteratura sociologica e politologica, molto abbondante. Stando riparati all’interno del cerchio magico del pensiero binario, si muove dal presupposto che esista un detentore della verità, unica e assoluta, che esprime gli “ideali” e i “valori” dell’Occidente e dunque chi non si allinea a quel pacchetto ideologico è un “propagandista”.
Il sistema guerra
Interessa ad ogni modo, qui, sottolineare due elementi: il primo è che pur non essendo l’Italia un Paese belligerante, di fatto tutto il discorso pubblico e tutto lo spazio pubblico sono costretti nelle maglie della censura, nelle sue diverse forme, alle quali un’altra si aggiunge, meno avvilente per chi la subisce ma più pericolosa: la querela. Abbiamo assistito in questi anni, specialmente dopo il febbraio 2022, a un imperversare di questa pratica che ha assunto proprio per la sua diffusione, aspetti intimidatori e che di fatto introduce un’altra fattispecie di censura, l’autocensura: questa viene praticata, si sa, piuttosto normalmente, da coloro che per ragioni inerenti ai ruoli sociali o alle collocazioni professionali preferiscono “non esporsi” e, come ai tempi del regime mussoliniano, o si rinchiudono nel silenzio (allontanandosi dal civismo dalla partecipazione democratica alla vita della collettività), ovvero praticano il nicodemismo, ossia in pubblico consentono e in privato dissentono.
Ma allora delle due l’una: se non siamo in tempo di guerra, vuol dire che esiste già un regime di fatto, che ci impedisce di fatto i più elementari diritti di libertà, e questo si desume da una serie di atti governativi (si pensi al famigerato “Decreto Sicurezza”, l’uso del “Daspo” come dispositivo di controllo “preventivo” di individui singoli o di fasce di popolazione, quelle svantaggiate, il popolo delle periferie, dei contesti urbani degradati, senza servizi… O ancora l’introduzione, assolutamente incostituzionale di “zone rosse” negli spazi urbani in occasione di eventi, visite di personaggi politici, situazioni varie giudicate “a rischio”, con delibere arbitrarie dell’autorità prefettizia (ossia dal governo); o ancora il divieto di dimora per ragioni di ordine pubblico, applicato con modalità del tutto arbitrarie e spesso prive anche di minimi appigli giuridici.
La seconda possibilità, è che siamo in tempo di guerra, benché non dichiarata formalmente, e al nemico non si deve concedere la parola, neppure in forma indiretta, quella che può essere considerata se non vera “intelligenza col nemico” (che configura il reato di tradimento nella legislazione di guerra), o quanto meno collusione. E qui il nemico ha un volto e un nome, Vladimir Putin, e alle sue spalle “l’orso russo”, non solo la classe dirigente (politica economica militare religiosa culturale e artistica) della Federazione Russa, ma il popolo russo in sé. Ed ecco riaffiorare il termine che ha dato scandalo nel mio caso concreto, “russofobi”, e il suo concetto, concetto giudicato fallace dai russofobi, che come tutti i razzisti negano di esserlo.
La nuova russofobia – La costruzione del nemico
Naturalmente non si tratta di un sentimento nato oggi, e neppure nel 2014 o nel 1991. Di russofobia si parla da secoli, perché da secoli esiste e viene espressa e sovente posto concretamente in atto un sentimento rinvigorito da scrittori, politici, comunicatori, un sentimento di base squisitamente razzista. La Russia è Asia, è barbarie, è estraneità alla civiltà identificata nell’Europa. I russi sono un popolo selvaggio, lontano dai nostri parametri di vita. E dopo la Rivoluzione bolscevica si è aggiunta l’aggravante comunismo. E oggi nella russofobia coesistono e si intrecciano gli antichi umori anti-Russia con quelli novecenteschi anticomunismo; su tale base si è innestata la recentissima campagna russofobica, che mentre riprende antichi stilemi, li implementa con la demonizzazione del presidente russo, a cui viene attribuita una insaziabile sete di conquista, una pericolosissima bramosia di potere globale, e la segreta intenzione di distruggere l’identità europea, con la forza delle armi unitamente alla propaganda: è la cosiddetta “guerra ibrida”, che, nel sottotesto della narrazione, viene in esclusiva attribuita appunto alla Russia.
Ma allora si ritorna al punto precedente: la compressione o la limitazione grave delle libertà costituzionali, che tuttavia appare alla fine, a ben riflettere, l’elemento base su cui si innesta l’odio alla Russia. E l’elemento unificante è la preparazione della guerra, non una guerra qualsiasi, bensì la guerra alla Federazione Russa.
Perciò, mentre si costruisce l’immagine di un Nemico (con la maiuscola) malvagio, aggressivo, potente, si attuano misure “preventive” verso tutto ciò che lo rappresenta o lo esprime, si chiudono di fatto le porte all’ingresso nel Paese di cittadini russi, e si arriva a ostracizza persino la musica, l’arte, lo sport di quel Paese, si attua una sottile caccia al “nemico interno”, nelle sue molteplici raffigurazioni: individui, idee, parole. Si normalizza la guerra, e si crea un clima di guerra, anche se l’Italia non è in guerra, ma la sua classe politica, nella larghissima maggioranza, eccita gli animi alla guerra, a sua volta corroborata e sospinta dai comunicatori, dai falsi analisti geopolitici, da giornalisti asserviti al pensiero dominante, pronti a diventare come nel 1914-15, i corifei della guerra. Perciò la parola russofobia deve essere bandita, perciò non si può accettare che sia concesso spazio a chi invece di schieramento propone ragionamento, a chi mette in guardia verso la logica idiota del pensiero binario, a chi ripete che non si può pensare la politica se le si toglie il sostrato storico, a chi ricorda che la periodizzazione, ossia la individuazione dei momenti di rottura nella linea del tempo è una pratica essenziale per comprendere gli avvenimenti e le fasi storiche, e che la ricerca delle cause, anche quelle più lontane nel tempo, anche le cause remote, apparentemente ininfluenti è decisiva non solo per conoscere ma anche, eventualmente, solo dopo, assumere una postura politica. Insomma farsi un giudizio ed esprimerlo.
La preparazione della guerra – Chi vuole la guerra prepara la guerra
L’ostracismo ai rappresentanti della società e della cultura russa, musicisti, artisti, atleti (persino ai suoi gatti!), è palesemente, indubitabilmente, la preparazione della guerra. Si sta compiendo ogni sforzo per persuadere la pubblica opinione che il conflitto è inevitabile oltre che necessario, e sono tutti d’accordo, politici giornalisti produttori di armi…Gli argomenti impiegati sono sempre a carattere ideologico, e non ne sono protagonisti soltanto politici di lungo corso e di corto intelletto, ma persone collocate saldamente in situazioni di un certo prestigio, persone dotate di un background non irrilevante: tra i più accaniti, esacerbati seminatori di russofobia, in nome dei nostri “valori”, oltre al solito Adriano Sofri, un personaggio che si è contraddistinto nello scorso trentennio per un bellicismo esasperato, all’insegna dell’occidentalismo più estremo, va ricordato Paolo Flores d’Arcais, che ha condotto “MicroMega” sulle rive di una oscena propaganda antirussa e filoeuropea, priva di qualsivoglia fondamento storico e teorico, arrivando a posizioni sgangherate, che avendo egli passato il testimone a una sua allieva giornalistica, hanno assunto i toni più banali di una sorta di basso continuo, che consente a costei di imperversare, garrula, in reti televisive ad ogni ora, bene accolta in quanto propagandista, appunto, dei “valori” occidentali. Non un straccio di analisi, non un tentativo di ricostruzione storica, ma un ossessivo tamburo che ci avverte del pericolo russo e della necessità dell’Occidente di “difendersi”. A tal punto arrivata la cosiddetta “sinistra critica”, l’auto definita “cultura laica e razionalistica”…Certo la rivista ha pubblicato un articolo che affrontava il tema della censura in relazione alla vicenda che mi riguarda, ma cercando goffamente di stare in equilibrio tra la difesa di Voltaire (al quale la testata si richiama fin dal titolo) e l’obbedienza al mainstream filo-occidentale…. E che dire dell’ex verde e radicale ora PD Luigi Manconi, il quale si è contraddistinto, a sua volta intervenendo nel dibattito sul “caso D’Orsi”, per giustificare in sostanza la censura. Il caso recente più clamoroso di censura è stato messo in atto dal più importante quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”: questo baluardo del liberalismo si è spinto, senza vergogna, sino a censurare l’intervista al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, una intervista resa in forma scritta, come era stata precisamente richiesta dalla direzione del giornale… In sostanza la direzione del giornale accusava Lavrov di fare propaganda! Ritengo che questo episodio rimarrà negli annali del giornalismo mondiale, tra i più preclari esempi di ottusità e disonestà professionale.
Si tratta solo dell’ultimo di una serie ormai infinita di episodi di illiberalismo, ma che a ben vedere è una delle tante manifestazione, appunto, di russofobia, ossia l’ostinato rifiuto a farci vedere le cose dall’altro punto di vista, quello russo, a immedesimarci nella scellerata politica della UE e nel sostegno “senza se e senza ma” a Kiev, ribadito, incredibilmente, dopo l’ondata di scandali che sta travolgendo quel governo e le sue forze armate, una vicenda dalla quale emerge come viene usato una buona parte del denaro che noi inviamo e altri pacchetti finanziari sono stati appena annunciati dal governo italiano. E intanto, da innumerevoli fonti giungono conferme Così come è documentato che il 30% delle armi che gli europei e gli statunitensi inviamo “per difendere non solo l’Ucraina, ma l’Europa la sua civiltà e i suoi valori” (questo il mantra grottesco che non si stancano di ripetere in ogni forma e ambiente),non arrivano a destinazione oppure escono subito dall’Ucraina e finiscono nel mercato nero, il che significa nella disponibilità della grandi organizzazioni criminali oppure in quelle di organizzazioni terroristiche.
La russofobia, combinata con la torsione autoritaria del nostro governo, sostenuto all’esterno da forze formalmente di opposizione (PD, Italia Viva, Azione), produce questi risultati. Perciò impedire che se ne parli, impedire che si affronti addirittura il tema, e che si usi la parola, appare conseguente con tutto il resto. Si può e si deve smontare la narrazione, si deve e si può usare la conoscenza per farlo, ma il tempo stringe. E la guerra è già fra noi, anche se non dichiarata. Va fermata subito.
*Storico, già Ordinario di Storia del pensiero politico nell’Università di Torino, ha pubblicato oltre 50 volumi. Ha fondato e dirige due riviste: “Historia Magistra” e “Gramsciana”. Svolge una intensa attività come conferenziere e come opinionista