RUSSOFOBIA E GUERRA CULTURALE

Sara Reginella*

La vicenda relativa alla censura della conferenza del professor Angelo D’Orsi, presso il Polo del ‘900 a Torino, è la cartina tornasole dello stato imbarazzante in cui versa la democrazia in Italia. 

Non solo alcuni politici come Claudio Calenda e Pina Picierno si permettono di interferire sulla libertà di espressione in uno spazio pubblico ma, a fronte della reazione indignata di una grande preponderanza di italiani, nessun politico si scusa. 

Persino l’influencer Chiara Ferragni, ai tempi dello scandalo del Pandoro-gate, scelse strategicamente di scusarsi col paese per aver commesso un “errore di comunicazione”, in riferimento a quella che in molti considerarono sin da subito un’orribile frode commerciale. Ma al contrario, in tempo di guerra e di riarmo dell’Europa, nessuno chiede venia e nessuno ammette i propri “errori”.

In questo modo, il clima russofobico continua a essere alimentato anche attraverso sistemi comunicativi che veicolano livelli di mistificazione della realtà. 

Non è un caso che la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno, anziché rivendicare l’atto censorio, chiamandolo col proprio nome, nelle sue dichiarazioni pubblicate on line lo abbia trionfalmente descritto come un atto di “difesa delle istituzioni pubbliche”. A partire da ciò, colpisce quanto le parole possano essere utilizzate come veri e propri slogan utili nel processo di deformazione della realtà. 

E così in tempi tanto dolorosi, in cui non si fa che parlare di riarmo dell’Europa, ci si trova sempre più spesso a assistere attoniti a forme di violazione della libertà di espressione, fatte passare per gesti di “responsabilità verso libertà, democrazia e sicurezza”. 

In un tal clima, la libertà d’informazione e di riunione pacifica sono dunque minacciate, mentre il diritto alla partecipazione democratica e alla formazione di un’opinione politica vengono attaccati, attraverso colpi frontali inferti a coloro che offrono un’informazione indipendente sui conflitti in corso, mostrandone una prospettiva inedita.

A partire da ciò, emerge dunque come l’attitudine con cui la politica italiana e i mass-media si approcciano al tema della guerra si basi perlopiù su processi di demonizzazione, sia che si parli di Ucraina sia che si parli di Palestina. 

In questo senso, anche i relatori di eventi pubblici, non allineati ai trend del mainstream-media, sono spesso tacciati di propagandismo, all’interno di una vera e propria caccia alle streghe che caratterizza la guerra culturale in atto.

Quanto accaduto al professor Angelo d’Orsi è solo un esempio, ma di casi analoghi ve ne sono stati una moltitudine. Si pensi al pianista Alexander Romanovskij al quale, “colpevole” di essersi esibito a Mariupol, città attualmente sotto il controllo militare russo, fu impedito di esibirsi in un concerto a Bologna. Ma si pensi anche al direttore d’orchestra Valery Gergiev che, considerato sodale di Putin, si vide annullare la possibilità di dirigere un concerto programmato presso la Reggia di Caserta. 

Per alimentare l’odio verso un paese che come la Federazione Russa non si sottomette ai diktat occidentali, la guerra culturale si manifesta con attacchi all’arte e alla cultura. Mentre il Presidente ucraino Zelensky, tra il 2022 e il 2023, fu onnipresente nei media mainstream, presenziando anche alla Mostra del Cinema di Venezia e al Festival di Sanremo, con una missiva letta dal presentatore, parallelamente, orchestre sinfoniche e teatri cancellavano dai loro programmi le opere di Stravinskij, Musorgskij e Ciajkovskij mentre, in Ucraina, occorre ricordarlo, nelle piazze, le statue dei grandi della letteratura russa venivano abbattute.

Ora nell’ultimo periodo, e a undici anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, sebbene a fronte di tante azioni autoritarie e discriminatorie, i media e la classe politica continuino perlopiù ad alimentare il conflitto col mondo russo, si sta assistendo a una vera e propria mobilitazione pubblica da parte di coloro che, in Italia, schierandosi in difesa della democrazia e dello stato di diritto, ritengono che la censura vada denunciata e che non possa in alcun modo essere normalizzata, anche perché una tale caccia alle “streghe” con così tanti artisti e intellettuali messi al bando, sembra ricordare quel sistema persecutorio che in Ucraina ha “fatto scuola” e tuttora va per la maggiore. Come se non bastasse la persecuzione ai dissidenti cominciata nel 2014, nel 2022 il Presidente Zelensky ha approvato anche leggi che impediscono la stampa di libri di cittadini russi, l’importazione di libri dalla Russia, la riproduzione nei luoghi pubblici di musica di artisti post-sovietici, ha messo al bando tutti i partiti di opposizione – accusati di essere filo russi – ed ha accorpato le reti televisive nazionali in un unico canale controllato dal governo. 

VERSO IL MINISTERO DELLA VERITA’?

Ora, c’è da domandarsi quanto in Italia si voglia emulare l’atteggiamento oltranzista del Governo ucraino. 

Di fatto, dal 2022, in pieno clima russofobico, anche nel nostro paese è arrivata la censura dei canali televisivi russi. In questo modo, alle persone è stato impedito ed è tuttora impedito di accedere a quelle informazioni che mostrerebbero una prospettiva alternativa su come vengano impiegate le armi inviate dall’Occidente.

Sempre in Italia, sembra sia stato particolarmente apprezzato anche il metodo delle cosiddette “liste nere”. 

Non è un caso, infatti, che intellettuali e giornalisti che mostrano una visione divergente vengano “schedati” e messi pubblicamente alla gogna. Tra i principali report contenenti black list, si cita quello intitolato “Disinformazione sul conflitto russo-ucraino”, curato dall’ente “Federazione Italiana Diritti Umani” e dall’organizzazione non governativa “Open Dialogue Foundation”. Il documento fu presentato alla Sala stampa della Camera dei Deputati nel 2022. 

Un’ulteriore “lista nera”, ben più famosa, fu pubblicata nello stesso periodo dal Corriere della Sera e radunò in una pagina nomi e foto di giornalisti e intellettuali colpevoli di aver mostrato un punto di vista divergente sul conflitto ucraino. 

Di recente, il 23 luglio 2025 “Europa Radicale” ha redatto un’ulteriore lista chiamata, questa volta: “La peste putiniana. Mappa d’Italia dei nuovi untori”. Già il titolo è evocativo del tentativo di demonizzazione agito nei confronti di persone che vengono considerate alla stregua di untori. 

Dunque, se in Ucraina i dissidenti vengono perseguitati e in Italia giornalisti e intellettuali vengono vessati o censurati, a Gaza vengono direttamente ammazzati, in un clima di quasi totale indifferenza da parte dei colleghi occidentali. 

Del resto, in Unione Europa c’è persino chi lavora la creazione di un cosiddetto “Centro europeo per la resilienza democratica”. Il suo scopo, dicono, sarà quello di identificare operazioni di destabilizzazione, condividere le competenze degli Stati membri e coordinare il lavoro delle reti di fact-checking.

A fronte di tanta solerzia, il pensiero non può non andare a George Orwell che in tutta probabilità avrebbe dato un nome alternativo a un tale progetto: non lo avrebbe chiamato “centro europeo”, bensì “ministero”.

Ministero della verità.


*Sara Reginella, psicologa e psicoterapeuta è anche autrice e documentarista, testimone del conflitto ucraino dalle sue origini, partecipando a quattro spedizioni nell’arco di otto anni. Dal 2015 è stata attiva in campo documentaristico con documentari quali “Start up a war. Psicologia di un conflitto” e “Il fronte degli invisibili”, proiettati in festival internazionali. È autrice del saggio “Le guerre che ti vendono”, pubblicato in apertura della collana “Orwell”, a cura di Luciano Canfora, per Edizioni Dedalo, oltre che dei reportage narrativi “Il fronte degli invisibili” (dal documentario omonimo) e “Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa”, entrambi pubblicati da Exorma Edizioni.

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