Storia, opportunità e pericoli della rete

Marco Martin*

“Stiamo creando un mondo dove tutti possano entrare, senza privilegi o pregiudizi su razza, potere economico, forza militare o luogo di nascita. Stiamo creando un mondo dove chiunque, in ogni dove, possa esprimere le proprie credenze, non importa quanto singolari, senza la paura di vedersi costretto al silenzio o alla conformità.” Queste sono le parole del “Manifesto contro la censura” scritto da John Perry Barlow nel 1996, che portò alla fondazione della EFF (Electronic Frontier Foundation), associazione che da allora si batte contro la censura su Internet e l’abuso di copyright e brevetti. Internet a quei tempi era appena stato “aperto al pubblico” e i sentimenti erano di soverchiante ottimismo, prometteva di essere uno strumento di prezioso aiuto per libertà e democrazia.

Ma negli ultimi anni, in larga parte, l’opinione è cambiata: “I social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, diceva Umberto Eco durante un discorso per una sua laurea honoris causa nel 2015. In un’intervista riguardo l’elezione di Donald Trump del 2018, Cory Doctorow, scrittore e advisor della EFF, disse “Facebook spia tutti, ma non è un raggio di controllo della mente. È un sistema di sorveglianza per trovare persone.” Chi ha ragione? Cos’è andato storto? Sono state mantenute quelle rosee promesse degli anni ‘90 o drammaticamente disattese?

La storia di internet

Prima di rispondere penso sia necessario raccontare la storia dall’inizio, quando nacque ARPANET (antenato di Internet) nel 1966, come iniziativa del dipartimento della difesa americano. L’Advanced Research Project Agency (ARPA) fu creata per gestire le ricerche scientifiche a lungo termine in campo militare. Cominciò presto ad avere problemi nel coordinare i vari centri di calcolo sparsi per il territorio USA, al tempo isolati fra loro. Da questa necessità nacque il progetto ARPANET, e nel 1969 fu creato il primo collegamento dall’università di Los Angeles all’istituto di ricerca di Stanford. Il nome “Internet” comparve nel 1973 da un nome “tecnico” (IP: Internet Protocol): da lì nasce il successo della rete, sia dal lato tecnico che dal lato “filosofico”. Il significato della parola Inter- Net sta nel fatto di consentire la comunicazione a distanza tra due reti locali originariamente incompatibili tra loro. IP, TCP, HTTP e gli altri sono protocolli di comunicazione neutrali, open source (trasparenti sia gli standard che il processo decisionale, tutti consultabili liberamente). Oggi sono gestiti dall’ente internazionale IETF (Internet Engineering Task Force), nata nel 1986. All’inizio degli anni ‘80 nacquero i primi nodi Internet fuori dagli USA, e successivamente il CERN di Ginevra adottò Internet per la sua comunicazione interna ed esterna, nel contempo finanziando ricerca e sviluppo di apparati di rete. Negli stessi anni la diffusione aumentava anche in Asia.

Una cosa fondamentale che uscì dal CERN di Ginevra fu quello che oggi viene chiamato il “Web”: tecnicamente il protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol). Messo a punto da Tim Berners-Lee e Robert Cailliau nel 1990, fu un sistema inizialmente studiato per condividere documenti all’interno della comunità scientifica con pagine che si collegano ad altre pagine tramite il meccanismo del link ipertestuale. Da lì nasce tutto ciò che si vede oggi attraverso un browser,come ad esempio Firefox o Chrome. Verso la fine degli anni 90 l’uso di Internet diventò accessibile alla massa con operatori verso cui chiunque poteva abbonarsi. Nei primi anni di Internet “commerciale” si respirava un’aria utopistica: era una zona pressoché libera da monopoli e si pensava che avrebbe favorito la comunicazione tra persone, contribuendo ad appianare divergenze. Non c’erano siti significativamente più grandi di altri, ed avevano tutti, anche quelli commerciali, un ingenuo aspetto da “fatto in casa”. Tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000 si ebbe un boom di imprese orientate su Internet: si ebbe la cosiddetta bolla speculativa delle “.com” (desinenza; tecnicamente “dominio” dei siti Internet a fini commerciali). Come sempre accade, la bolla scoppiò facendo fallire molte imprese e poche rimasero sul campo. Prima tra tutte, una giovane impresa oggi gigante monopolistico: Google. Probabilmente quello che ha veramente portato Internet a tutti fu la nascita degli smartphone. Cominciarono a far breccia nel pubblico dalla presentazione dell’iPhone nel 2007 e Google Android subito dopo, di fatto generando un duopolio nel mercato dei telefoni.

I social e le loro insidie

Contemporaneamente alla diffusione degli smartphone, crescevano anche i cosiddetti “social”, diventati oggi la maggior fonte di informazioni per molte persone. Internet ora è nelle tasche di tutti, ma la maggior parte delle persone attingono le informazioni da poche entità: da un lato Google per le ricerche, per propria posta e la maggior parte dei contenuti video attraverso le controllate Gmail e Youtube, dall’altro Facebook (anche attraverso le sue Instagram e WhatsApp), oltre a pochi altri come Twitter e Amazon.

I maggiori social come Facebook, Twitter, Instagram e TikTok hanno il medesimo modello di business: sono gratuiti per l’utente e vivono di pubblicità: Google e Facebook sono le più grandi agenzie pubblicitarie del pianeta, controllando rispettivamente circa il 37 e il 27 per cento del mercato online, e combinati quasi un quarto del mercato pubblicitario globale (dati 2019). È un modello di business che dipende da quanta pubblicità l’utente finale vede, ma soprattutto di quanta lo interessa (e quindi “clicca” sull’annuncio) portando a dinamiche molto problematiche: affinché un messaggio pubblicitario sia interessante, deve essere estremamente mirato, idealmente un messaggio riguardo a qualcosa che all’utente interessa già. Affinché questo accada i dati personali degli utenti diventano preziosissimi, causando un’invasione della privacy: ogni ricerca su Google, ogni pagina di Facebook che si è visionata (anche senza essere iscritti a tale pagina), ogni like, ogni commento. Tutto ciò verrà salvato potenzialmente per sempre e usato per la profilazione.

Un altro importante problema, specialmente riguardo a Facebook, è legato alla psicologia umana. Per far sì che gli utenti restino connessi il più possibile, le storie in evidenza sono quelle che più fanno discutere, sono le storie che parlano di più “alla pancia”. Quindi i post che si ha più probabilità di vedere sono quelli che hanno ricevuto più like e più commenti, oltre quelli considerati da un algoritmo “simili” a vecchi post di successo. Questo tende a favorire storie polarizzanti spesso su temi vicini ai partiti populisti. e spesso anche vere e proprie notizie false costruite ad arte per causare la reazione psicologica viscerale più forte. Tanto certe aree politiche quanto veri e propri truffatori hanno capito molto bene come sfruttare questa debolezza a loro vantaggio; i social stanno facendo qualcosa per mitigare, ma non abbastanza. Fortunatamente esistono strumenti per difendersi da queste notizie false: la cosa più importante è vedere i contenuti online con molto scetticismo indagatore. Più un titolo suscita “indignazione”, più è probabile che la notizia sia stata creata ad arte, ma in ogni caso mai fermarsi al titolo. Si dovrebbe sempre cercare il maggior numero di fonti prima di credere a una notizia, specialmente fonti che si sanno essere di orientamento politico differente. Se una notizia è sensazionale, è utilequindi cercare il titolo o l’argomento su Google unito alla parola “debunking” o “bufala”, e se ci sono degli articoli che spiegano che tale notizia sia falsa, allora cercare la reputazione del sito che fa il debunking. Un paio di ottimi siti dedicati all’analisi e smascheramento di notizie false sono www.bufale.net e www.butac.it. Espongono il loro procedimento di analisi di una notizia che si può seguire passo passo sia per notizie considerate vere che false. Un esempio che capita molto spesso ultimamente sono articoli con foto di vip o politici in situazioni di assembramento senza mascherina: questi siti mostrano come si può ricercare se queste foto siano già apparse su articoli vecchi pre-pandemia e siano state spacciate per foto recenti.

Wikipedia

Un altro sito che merita una menzione è Wikipedia. Si tende a considerarla una fonte di informazione di poco conto, ma in realtà è ottima… ottima se la si sa usare e leggere nel modo corretto (purtroppo specialmente la versione inglese che tende ad essere di qualità molto superiore). È un’associazione no-profit che vive di donazioni, cosa che la rende molto diversa dai grandi social, in quanto non è soggetta al meccanismo distorto di dover massimizzare il tempo speso dall’utente e i click per generare proventi provenienti dalla pubblicità. I suoi articoli sono il frutto della discussione e mediazione di molte persone. La cosa più importante è che non si tratta una fonte di informazione primaria: ogni fatto per essere riportato necessita della citazione di una fonte esterna. Quindi, se si legge su Wikipedia una qualsiasi cosa, è bene cercare il piccolo numero riportato vicino alla frase. Cliccando su di esso porterà ad una nota a piè pagina contenente un link all’articolo citato. Si dovrebbe sempre poi procedere alla lettura di tale articolo e giudicare l’attendibilità della fonte. Anche molto illuminate è la pagina di discussione relativa ad ogni articolo (si trova il link in cima alla pagina) in cui si trovano discussioni su paragrafi controversi e discussioni su modifiche da apportare. Con questi due strumenti, è possibile farsi un idea molto più chiara e critica su di un argomento rispetto alla mera lettura di un articolo.

In questo momento della storia di Internet un grosso problema è l’accentramento di informazione e potere da parte di grandi operatori che l’hanno reso un posto forse un po’ più simile alla televisione. Ma Internet, se usato bene e se si promuovono contenuti fuori dalla logica pubblicitaria può tornare ad essere un pochino quella cosa immensamente positiva che si trovava ipotizzata negli articoli utopistici dei primi anni.


* Marco Martin è laureato in informatica all’Università di Torino, lavora come sviluppatore software e fa parte dell’associazione di software open source KDE (www.kde.org)


Foto di FastLizard4 da commons.wikimedia.org

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