Sull’odio dell’Europa, ieri e oggi
(suggestioni dalla letteratura russa)
Laura Salmon*
«L’umanità dovrà capirlo prima o poi che l’odio distrugge».
(In battaglia vanno solo i vecchi, regia di L. Bykov, URSS,1973)
Nel cosiddetto “Occidente”, le gradazioni dei sentimenti antirussi vanno dalla diffidenza alla marcata antipatia, dall’avversione viscerale all’opportunismo teatrale. Del resto, nel suo recente Russofobia. Mille anni di diffidenza (trad. it. Roma, 2016), lo storico e giornalista svizzero Guy Mettan argomenta come alla “russofobia” (etimologicamente “paura dei russi”) possa associarsi tout court la parola “odio”. Dargli torto, purtroppo, è difficile.
Almeno una volta ogni secolo, in Occidente si ridesta in forma acuta un profluvio di bellicosa acredine per la Russia, corredato da sconclusionate calunnie e menzogne. Le calunnie politiche, infatti, da un lato, ottengono l’effetto di consolidare pregiudizi contrari alla realtà, realtà che qualcuno potrebbe benissimo criticare (per esempio, i russi, sono troppo ingenui, prudenti, “attendisti” ecc.), dall’altro, inducono i calunniatori stessi a valutare in modo errato il comportamento dei propri conclamati avversari. Questo è un tranello che l’Occidente ordisce a se stesso da secoli: l’odio, alla lunga, distrugge chi lo coltiva. Del resto, come recita un proverbio russo, “Odiamo sempre chi abbiamo offeso”.
UN ODIO CHE PARTE DA LONTANO
Secondo l’analisi di Mettan (pp. 122-123), nelle loro ondivaghe gradazioni, i sentimenti antirussi europei possono essere ricondotti all’epoca dei grandi scontri di fine primo millennio, in particolare, alla Bisanzio del IX secolo. Partendo da Carlo Magno, si possono rinvenire elementi specifici della russofobia francese, inglese, tedesca. Quella americana, dal canto suo, corrisponde per lo più alla sovietofobia, ovvero, alla teoria del “pericolo rosso”, che va dall’oppressione maccartista alla metafora reaganiana dell’Urss come “impero del male” (discorso di Reagan del 1983 a Orlando, Florida). Mettan non tratta, invece, la perversa russofobia endogena (quella russa) che meriterebbe da sola un’intera monografia, poiché è un fenomeno abilmente sfruttato dall’esterno (per indebolire la Russia), le cui interazioni investono, per così dire, la sfera “psico-politica”.
Da secoli, l’avversione per la Russia degli europei (britannici in testa) prescinde del tutto dalle sue forme di governo: con gli zar o con i condottieri del proletariato, con gli ingenui emulatori dell’Occidente o con i patrioti contemporanei, la Russia non va mai bene. Certo, qualcuno può ammirare in epoche diverse uno o l’altro condottiero russo, decaduto il quale, tuttavia, la Russia torna a essere “antipatica”. Persino gli alleati di turno tendono a sfruttare i russi per situazioni contingenti, per poi cercare di distruggerli non appena si riesce, finalmente, a infrangere l’alleanza (si vedano le due Guerre mondiali). In altre parole, in Occidente si può amare, ogni tanto, una Russia (monarchica, cristiana, rivoluzionaria, socialista, capitalista), ma non la Russia in quanto tale. Ogni aspetto positivo del popolo russo, dei suoi regnanti, condottieri e politici viene sistematicamente cancellato dalla memoria storica (piuttosto labile) degli studiosi occidentali. Persino gli slavisti di professione, talvolta, studiano la Russia come i microbiologi studiano il colera: da almeno quattro decenni, nelle università occidentali, s’incentiva in via preferenziale (con lauti finanziamenti) chi sviscera e stigmatizza i terribili delitti di cui si è macchiata la storia russa. A pensarci, sono davvero ammirevoli le acrobatiche doti degli occidentali nell’adombrare gli imponenti massacri da loro perpetrati, illuminando con fari di scena qualsiasi crimine russo (soprattutto sovietico). Non meno sbalordisce l’incongruenza russofoba dell’occidentalissimo Paese che ancora si chiama Israele (che a me pare abbia rinnegato se stesso), disposto ad ammiccare a neonazisti dichiarati pur di denigrare i figli di chi, col suo sangue, ha liberato Auschwitz. L’assenza della Russia alla cerimonia dell’Ottantesimo anno dalla liberazione dell’Armata rossa offende profondamente la memoria di ogni vittima della Shoah, di ogni vittima italiana delle Leggi razziali.
Chi si chieda cosa accomuni la Russia, ogni Russia, a prescindere dai suoi mutamenti storici, nota una costante, un fondamentale elemento di contrasto rispetto alla civiltà occidentale: l’Occidente è una civiltà esclusiva, la Russia è una civiltà inclusiva. Noi occidentali non includiamo le altre culture: o le assimiliamo, cancellandone le specificità, oppure le ghettizziamo; infatti, ci consideriamo “i migliori” di sempre, il faro della civiltà, l’emblema del progresso; per questo non apprendiamo nulla da nessuno e su nessuno, convinti che il mondo sia entusiasta di vedersi imporre i nostri valori (che, a quanto pare, sono parecchio instabili), la nostra scienza e persino il modo di vestire. La decantata “globalizzazione”, in soldoni, coincide con l’americanizzazione globale: sono tuttora astronomiche le cifre investite da Stati Uniti e NATO per diffondere con qualsiasi mezzo l’occidentofilia tra i giovani di tutto lo spazio postsovietico, perpetrandone la drastica de-russificazione, anche a costo di distruggerne l’identità culturale, trasformandoli in aggressivi integralisti della Negazione. Ai “selvaggi” con cultura millenaria, noi portiamo l’estremismo, il post-umanesimo e il vuoto culturale.
Secondo Mettan (p. 195), l’Occidente si è convinto di essere all’avanguardia del progresso e della civiltà, considerando i propri valori “universali”. In realtà, l’autoincensamento occidentale precede di molti secoli l’illuminismo: risale, infatti, agli albori di quella forma di sfruttamento degli altri popoli (primitivi, incivili, inferiori) che – con un termine troppo nobile – definiamo “colonialismo”. Questa forma di redditizio parassitismo non sarebbe stata possibile senza il fondante postulato europeo: noi siamo “superiori” per intelligenza, cultura, ricchezza: la coscienza, l’onestà e il rispetto sono vezzi da mantenere solo nei “salotti buoni”. Gli altri, di conseguenza, sono “inferiori”: Hitler usava per gli ebrei e gli slavi la parola tedesca Untermenschen, de facto, “subumani”; nell’Ucraina attuale, per i cittadini del Donbass, noti politici hanno usato (in veste ufficiale) epiteti più vivaci, come “capi di bestiame” o “bestie”; l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, Joseph Borrell (nel suo nobile discorso del 13/10/2022), ha preferito una metafora in stile albionico-botanico: noi siamo i felici abitatori del “giardino” europeo, circondati da una “giungla” di selvaggi che, ovviamente, ci fanno paura.
La Russia, viceversa, in quanto sterminato territorio multietnico, fin dalle sue origini primigenie, fondatasi sul concetto di comunità e collettività, respinge l’idea della supremazia di chicchessia su chicchessia. L’idea del suprematismo è incompatibile col mondo russo, con la psicologia russa. Il russo più amato dai russi, il poeta nazionale Aleksandr Puškin, aveva un nerissimo trisnonno africano. Nel suо, come in ogni albero di famiglia russa, zar compresi, le etnie non si contavano e non si contano oggi. La Russia, nei secoli, ha accolto i popoli, le loro lingue e religioni, senza mai cancellarle e traendo dalla convivenza felici ibridazioni. Nella storia russa, soprattutto sovietica, si è difeso strenuamente l’uso della lingua delle più o meno centocinquanta etnie presenti sul territorio, sono stati alfabetizzati i popoli con tradizione orale, preservandone epos e folclore. In Russia esiste da secoli una tradizione accademica etnografica, mirata a diffondere la conoscenza reciproca tra i popoli di tutto il mondo, Occidente compreso. Persino i cosiddetti “propagandisti”, oggi, non fanno che citare (a memoria, in diretta) Dante, Cervantes, Goethe, Shakespeare…
LA RUSSOFOBIA IDELOGICA
Alle manifestazioni della russofobia europea di oggi, si può reagire in modi opposti: inorridire, oppure stupirsi positivamente; c’è chi è incredulo che si violi la Costituzione e chi è felice che, per ora, il Parlamento non abbia ancora approvato le liste ufficiali di proscrizione per gli “agenti di Puškin”. Ci siamo scordati, parrebbe, del 1938, delle nostre colonie… Invito i lettori più giovani a dare un’occhiata all’italianissima rivista La difesa della razza, su cui ha pubblicato Enzo Biagi, e alla rivista Civiltà fascista (I, gennaio 1936), dove Montanelli ha scritto:
Ci sono due razzismi: uno europeo – e questo lo lasciamo in monopolio ai capi biondi d’oltralpe; e uno africano – e questo è un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà….non cediamo a sentimentalismi…niente indulgenze, niente amorazzi. Si pensi che qui debbon venire famiglie, famiglie e famiglie nostre. Il bianco comandi. Ogni languore che possa intiepidirci di dentro non deve trapelare al di fuori.
Se Mettan si chiede (p. 97) “Dove sono andate a finire la nostra curiosità intellettuale e la nostra sete di comprendere il mondo così com’è e non come vorremmo che fosse?”, io mi chiedo anche se, tra noi occidentali, la “sete” di conoscere il mondo “così com’è” ci sia mai stata. La narcisistica spocchia occidentale, si direbbe, ce la passano col latte materno. Ma ora il suprematismo ha assunto una forma nuova: l’odio etno-culturale si traveste da “democrazia” e “libertà”; ci emarginano in nome della tolleranza. Altro che Orwell…
Le cause dell’attuale avversione occidentale per il mondo russo, pur molteplici e complesse, sono sostanzialmente di due tipi:
1) c’è una russofobia ideologica, innescata dalla netta contrapposizione tra la visione del mondo russa e quella occidentale sul piano etico, sociale, religioso (in sintesi, esistenziale);
2) c’è una russofobia strumentale, ovvero, cinicamente fomentata tra i popoli allo scopo di far implodere la Russia, frammentandola, controllandone le ricche terre e ostacolandone l’accesso ai mari (idea oggi espressa dai leader occidentali); qualcuno fa risalire questo progetto geopolitico alla teoria del britannico H. Mackinder (primo Novecento), secondo cui, chi controlla il territorio strategico dell’Eurasia centrale controlla il mondo.
La russofobia strumentale, in quanto materia geopolitica, esula dalle mie competenze. Su quella ideologica, invece, posso rifarmi ad alcuni dei più noti autori della letteratura russa che attestano quanto esplicitamente il tema dell’ “odio” europeo fosse da loro percepito. Tenendo conto che in Russia, fin dal XVIII secolo, la letteratura ha costantemente avuto una funzione propriamente filosofica e ancora oggi è il comune riferimento etico del multietnico popolo russo, queste riflessioni aiutano a comprendere alcuni aspetti della mentalità russa. In Guerra e pace, ad esempio, è descritto nei dettagli praticamente tutto ciò che accade oggi; in particolare, si spiega che “la pazienza e il tempo” fossero i soli alleati di Kutuzov per vincere Napoleone, ma anche perché non si può impedire ai russi di avere il proprio imperatore, le proprie regole e le proprie leggi. Mentre tutte le dame d’Europa, nelle capitali conquistate da Napoleone, si erano inchinate a lui, esponendo vessilli francesi alle loro finestre e sognando un ballo con gli ufficiali della Grande Armée, le dame russe abbandonavano alle fiamme e ai saccheggi le loro case e i tesori di famiglia, accettando affrante che i figli morissero per difendere il loro zar. Parla per tutte la principessina Ekaterina Semënovna: “son fatta così, sotto il dominio di Bonaparte non posso vivere” (22, xviii).
Lo zar, in russo, veniva chiamato con deferente affetto “babbo”. È piuttosto chiaro che, se anche un padre non è affatto perfetto, ti secca parecchio se qualcuno vuole importi il suo. Lo stesso vale per la millenaria visione del mondo russa, quella di un popolo che, proprio come gli ebrei della tradizione, è sempre concentrato sui propri peccati e non su quelli degli altri, che non intende accettare ingerenze esterne nella propria vita etica e affettiva. Tanto meno accettare la schiavitù in nome della libertà dei “buoni”.
Leggendo i grandi classici russi, quel che accade oggi è un deja vu. Il fatto che oggi a calunniare la Russia siano bionde signore nordiche, le cui nonne sognavano un ballo coi colonnelli della Wehrmacht, o brune signore mediterranee che odiano, a comando, la vittima più redditizia, o che sia la massa di chi crede al megafono di turno, nulla è cambiato da allora:
Ma che strillate, oratori del volgo,
pronti a scomunicare la Russia?
V’hanno turbato le angosce polacche?
Son dispute tra slavi, non c’entrate:
vecchie liti in sospeso tra parenti,
cui non sarete voi a porre fine […]
Questo è Puškin, il poeta che ha cantato la «misericordia per i vinti», definito da Dostoevskij il cantore de “l’altruismo universale” e, dal popolo russo, “il nostro tutto”. Si tratta della prima strofa della poesia Ai calunniatori della Russia, del 1831. Quando aveva scritto questi versi, il poeta era indignato. Incitando l’Europa a cessare d’intromettersi in una guerra fratricida che non poteva comprendere, il grande vate ne smascherava l’eccitazione di fronte alla “lotta disperata”, accusandola apertamente di odiare i russi (“e odiate noi”). Puškin si chiedeva le ragioni di tanto odio:
Su dite! Come mai? Forse perché
tra le macerie di Mosca in fiamme
abbiam respinto le sfacciate brame
di chi ha piegato e intimorito voi?
Forse perché, spingendo nell’abisso
dei regni altrui l’idolo smanioso
col nostro sangue abbiamo riscattato
d’Europa onore, pace e libertà?.. […]
Tra il 1830 e il 1831, l’esercito dello zar Nicola I aveva sedato l’insurrezione del Regno di Polonia e Lituania, che chiedeva l’indipendenza dall’impero russo con varie pretese territoriali. In quel frangente, l’odio per la Russia infiammava i cuori europei. I parlamentari francesi si prodigavano in invettive antirusse, perorando l’intervento della Francia a fianco degli insorti. Erano passati vent’anni, venti soltanto, da quando i francesi – con corpi d’armata d’ogni nazione europea (compresi cinquantamila uomini del Regno d’Italia e del Regno di Napoli) – avevano intriso il suolo russo di sangue, massacrato e depredato i civili russi. Napoleone – leggiamo sempre in Guerra e pace – giunto nell’antica capitale degli zar, la contemplava dall’alto con un senso d’insofferenza e vanità, senza immaginare che, di lì a poco, Mosca sarebbe finita in fiamme. Cedendo alle sue fantasie di grandezza e magnanimità, Napoleone confabulava sull’umiliazione che avrebbe inflitto allo zar Alessandro I, con cui aveva in sospeso un conto personale: lo zar, infatti, imperatore per nascita, faticava (come tutti i regnanti d’Europa) a non vedere in Bonaparte un usurpatore. Per sedare l’orgoglio ferito, il suo complesso irrisolto, Napoleone esaltava la propria potenza di sovrano progressista che avrebbe portato alla Russia – barbara e dispotica – “la civiltà autentica”. Il cuore pulsante della Russia, “Mosca la Santa”, era in suo potere, eppure, non riusciva a crederci, come se fosse stato troppo facile, troppo ingannevole:
E invece eccola qui, che giace ai miei piedi, giocando e tramando con le sue cupole d’oro e le croci illuminate dal sole. Ma la risparmierò. Sugli antichi monumenti della barbarie e del dispotismo, scriverò le grandiose parole della giustizia e della misericordia… Alessandro, più d’ogni altra cosa, comprenderà proprio questo, io lo conosco (a Napoleone sembrava che la cosa più importante di ciò che si stava compiendo risiedesse nella sua personale lotta con Alessandro). Dall’alto del Cremlino – sì, quello è il Cremlino, sì – darò loro leggi di giustizia, mostrerò loro il significato della civiltà autentica, costringerò una generazione di boiari a ricordare con amore il nome del loro conquistatore. (33, xix)
Questa non è verità storica, dirà qualcuno: è vero. Ma è vero, altresì, che questa è l’immagine dell’Europa che aveva Tolstoj, che più di chiunque altro aveva studiato i documenti d’archivio, gli epistolari, i volumi sulla campagna di Russia, di cui, nel suo romanzo-epopea, spiega il mistero cruciale: Napoleone aveva forze immensamente superiori ai “barbari” e “incivili” “asiatici”, eppure la sfida al popolo russo gli era valsa la disfatta personale e quella del suo impero. Com’era stato possibile? La risposta di Tolstoj è semplice: il suo nemico intimo era lo zar, mentre l’esercito francese combatteva contro un nemico invincibile: il popolo russo. Sull’ingordigia dell’Europa, scrive Tolstoj, “si era posata la mano di un nemico, la cui immensa forza era nel suo spirito” (32, xxxix). Con questa frase cruciale – chiave di lettura fondamentale – si chiude il terzo volume di uno dei romanzi più significativi dell’umanità. È lo “spirito” del popolo russo che gli occidentali dovrebbero temere, soprattutto oggi, che persino lo “zar” si elegge democraticamente. È questo l’errore ripetuto, ieri e oggi, dall’Occidente: i popoli esistono, alcuni popoli contano.
LA SOCIETA’ DELLA PAROLA
Assieme a Puškin e Tolstoj, anche Dostoevskij è oggi una fonte inesauribile di riflessioni sulla radicata avversione europea per i russi. La sua posizione iniziale in merito risale al 1861. Ritroviamo anni dopo, nel Diario di uno Scrittore (1876, aprile: 2, I), le stesse parole sull’Europa:
Difficile immaginare fino a che punto abbia paura di noi. E, se ha paura, deve anche odiarci. Sorprende quanto l’Europa non ci ami e non ci abbia mai amato; quanto non ci abbia mai considerato gente come loro, come gli europei, ma sempre e solo fastidiosi alieni. Ecco perché l’Europa ama molto consolarsi con l’idea che la Russia “per ora” sia “debole” (corsivo mio).
Nel mese della sua morte (gennaio 1881), la sua posizione non era cambiata e Dostoevskij, in un brano amaro, riprendeva la stessa conclusione del venerato Puškin: gli europei si vendicavano con l’odio del bene ricevuto dalla Russia. Lo zar, infatti, non avendo accettato a Tilsit di allearsi con Napoleone e di tradire l’Europa (soprattutto i tedeschi), aveva perso l’opportunità di espandere il proprio controllo a regioni ambite e strategiche. In Guerra e pace (32, v), all’ambasciatore di Alessandro (che tentava di fermare l’avanzata francese), Napoleone diceva, “scaldandosi sempre più”:
L’avevo promesso e avrei dato all’imperatore Alessandro la Moldavia e la Valacchia, mentre ora non avrà quelle splendide province […] durante un solo regno, avrebbe ampliato la Russia dal Golfo di Botnia fino all’estuario del Danubio […] Avrebbe avuto tutto grazie alla mia amicizia.
Lo zar, infatti, pur esponendo la Russia alle ire di Bonaparte, non era venuto meno alla parola data agli alleati europei, i quali avevano puntualmente ricambiato con l’ingratitudine. Leggiamo ancora (Diario di uno Scrittore, gennaio 1881, 2, III):
E cos’abbiamo fatto noi, nonostante la lezione ricevuta, in tutti i restanti anni del secolo e addirittura fino a oggi? Non siamo stati noi a supportare le potenze germaniche affinché si rinforzassero? Non siamo stati noi a crearne la forza, al punto che ora, forse, sono diventate più forti di noi? Già! Non è affatto un’esagerazione dire che siamo stati noi a favorire la loro crescita e la loro forza. Non siamo stati noi, su loro richiesta, ad andare a sedare le loro dispute? Non siamo stati noi a coprir loro le spalle quando incombeva qualche disgrazia? E, al contrario, non sono stati loro ad attaccarci alle spalle, quando la disgrazia minacciava noi, o a minacciare di colpirci alle spalle quando già ci minacciavano altri? Ed è finita che ora chiunque in Europa, qualunque aspetto abbia e qualunque lingua parli, tiene in seno, a portata di mano, una pietra da tempo messa da parte per noi e non aspetta altro che il primo scontro. E cosa ci abbiamo guadagnato a prodigarci per l’Europa? Soltanto il suo odio!
La rabbia di Dostoevskij è quella dei russi di oggi: non riescono a credere che, per gli europei, la “parola data” non conti nulla. Se per un occidentale una vittoria vale qualsiasi inganno, per un russo la “Parola” corrisponde alla dignità, è il volto della nazione, del suo onore, della sua umanità. In generale, il “mondo russo”, vede nella Parola, il massimo riferimento sociale. Per questo, la letteratura, che custodisce la Parola, è il massimo bene del popolo russo. Lo ricordava Anna Achmatova nel 1942, quando, descrivendo il coraggio della lotta contro i nazifascisti, identificava la salvezza della Russia con quella della «parola russa d’immensa grandezza»:
Libera e pura ti consegneremo
a mano ai nipoti salva dal giogo
per l’eternità. Stranamente, il filosofo Boris Groys non ha considerato affatto la letteratura quando, nel suo interessante Post scriptum comunista (Francoforte, 2006), ha contrapposto la società sovietica “della parola” a quella capitalista “della cifra”. Proprio per quello, l’ottima intuizione di Groys contiene un’inesattezza: la società “della parola” non è quella sovietica, ma quella russa. L’immenso merito dell’URSS è stato rendere accessibile a tutto il popolo – senza distinzione di classe ed etnia – la scrittura, la letteratura russa. Lì risiede lo “spirito” di cui parla Tolstoj. Non è un caso che l’odierna guerra fratricida sia esplosa quando, nel cuore d’Europa, è stata vietata la lingua russa, quando hanno bruciato a migliaia i libri di Puškin, Tolstoj e Dostoevskij, quando hanno abbattuto le loro statue. Loro sono la Russia e, per difendere la “parola russa d’immensa grandezza”, sacrario del popolo russo, si è risvegliato lo “spirito” che aveva messo in ginocchio Napoleone, il coraggio del popolo che ha sgominato il Terzo Reich. E questo all’Europa non va giù.
*Laura Salmon è slavista, ordinario di Lingua e letteratura russa all’ Università di Genova, traduttore letterario. Ha pubblicato numerosi saggi e volumi, tra cui il momoir “C’era una volta l’URSS. Storia di un amore” (Teti Editore, 2024).