Una guerra al BRICS?

Piero Pagliani*

«Ciò che era minacciato negli anni Sessanta era chiamato “inverno atomico”. In altre parole, se ci fosse stata una guerra atomica il mondo intero avrebbe avuto un inverno: la produzione sarebbe finita, l’agricoltura sarebbe finita, il commercio sarebbe finito. Bene, quello che è minacciato oggi è un inverno finanziario.» (Michael Hudson)

Parlare di eventi che si succedono in una situazione di instabilità sistemica, richiede cautela. Ancor più se le mosse di uno dei principali attori, gli Stati Uniti, sembrano talmente erratiche da dubitare che abbiano dietro una “grand strategy” e sono soggette a un inquilino della Casa Bianca che associa a un patologico narcisismo una totale amoralità e un’incipiente demenza (ben sfruttate da interessi e centri di potere). 

Quanto dirò (siamo a metà maggio 2026) al momento della lettura potrebbe quindi essere stato superato, in tutto o in parte. Forse la cosa più sensata è ricapitolare alcune considerazioni di ampio respiro entro cui leggere ciò che sta succedendo. In base ad esse si arriva ad una conclusione abbastanza evidente: la guerra all’Iran, come quella in Ucraina volutamente provocata, è una guerra ai Brics, o meglio al Brics [1].

Con l’acronimo “Brics” mi riferisco a un consorzio di ciò che viene a volte definito “Sud del mondo”, cioè l’insieme dei Paesi che non fanno parte del centro capitalistico storico e che per secoli da questo sono stati sfruttati o emarginati in varia misura e modalità. 

Nella visione imperiale il mondo deve necessariamente essere sottomesso e coordinato da una potenza egemone e secondo una concezione radicata negli Usa la potenza che sta sfidando l’egemonia americana è la Cina, che del Brics è uno dei due fuochi, essendo l’altro la Russia.

In effetti la secolare storia del capitalismo occidentale è stata un susseguirsi di potenze egemoni che si sono avvicendate per mezzo di guerre di carattere mondiale, cioè che investivano tutta l’economia-mondo collegata ai processi di accumulazione capitalistici (o proto-capitalistici).

La classica successione individuata da Marx è: Venezia, Regni Iberici, Province Unite d’Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti. Questa sequenza è stata rielaborata da Giovanni Arrighi nel suo fondamentale “Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo” (Il Saggiatore, Milano, 1996).

È importante notare alcune cose rispetto al lavoro appena citato, un classico praticamente ignorato in Italia se non da pochi specialisti eppure fondamentale per capire quanto sta succedendo da oltre  trent’anni.

Il saggio uscì negli Usa nel 1994, per Verso Book (Arrighi insegnava alla Johns Hopkins University di Baltimora). Quindi era stato scritto nella prima parte degli anni Novanta quando, a parte rare eccezioni, accademici, politici, analisti e giornalisti erano ancora sotto l’effetto dell’ubriacatura per le magnifiche sorti e progressive portate sulle ali della globalizzazione e della finanziarizzazione reaganiano-clintoniana, approdate precocemente negli UK con la signora Thatcher e in seguito nel resto d’Europa con la presidenza del socialista Jacques Delors alla Commissione Europea (Trattati di Maastricht).

Arrighi era molto chiaro sia nella sua analisi sia nei suoi avvertimenti: 1) storicamente la finanziarizzazione dell’economia è la reazione a una crisi sistemica di accumulazione, 2) la crisi porta a un caos sistemico dovuto allo sfaldamento di un dato ordine mondiale facente capo a una potenza egemone (cioè che controlla i processi politici ed economici mondiali di accumulazione), 3) questa potenza egemone entra in contrasto con nuove potenze pretendenti l’egemonia e ciò dà luogo a guerre, 4) da questi conflitti emerge una nuova potenza egemone. 

Arrighi vedeva nell’ascesa della Cina la sfida che gli Stati Uniti (e i suoi vassalli) avrebbero cercato di respingere scatenando conflitti sempre più ampi. 

Era nel giusto, come siamo stati costretti a constatare almeno dal 2001 se non dalle guerre balcaniche (di cui quella in Ucraina è una nuova tappa europea). 

Chi invece parlava di un mondo pacificato e globalizzato non merita attenzione così come chi cerca di spiegare questi conflitti con motivazioni basate su concetti come “libertà”, “diritto” o “democrazia”: sono pure fantasie o inganni [2]. Questo avvertimento non è una questione di raffinatezza teorica (o cinismo) ma di sopravvivenza.

Vediamo ora alcuni concetti chiave della descrizione appena fatta alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi.

CRISI SISTEMICA/FINANZIARIZZAZIONE GLOBALIZZAZIONE

L’America First di Trump non è un’idea insensata da un punto di vista capitalistico-imperialista. Lo è in quanto non può funzionare. 

La finanziarizzazione dell’economia, la modalità regina per eludere le difficoltà di accumulazione “materiale” (cioè tramite il commercio e l’industria) è un “elefante volante” per usare un termine usato da Thomas Friedman sul New York Times nel 2004. Anche se non potrebbe, vola grazie a bolle sempre più grandi riempite di capitali fittizi (cioè slegati dalla produzione e dal commercio e basati sulla speculazione), così come l’elio fa volare i palloncini. La finanziarizzazione si è retta sulla globalizzazione, cioè l’intercettazione della ricchezza reale creata principalmente nei “paesi emergenti” ovvero esterni ai centri capitalistici storici, e in parte anche in Europa che godeva della globalizzazione in un ruolo subimperiale.

La possibilità di intercettare questa ricchezza era in un certo senso il “collaterale” di quei capitali fittizi, di per sé una sorta di smisurati “pagherò” o pretese su rendite future. Era il filo che teneva legato a terra il palloncino.

Henry Kissinger dopo il Nixon shock (la dichiarazione di inconvertibilità del Dollaro in oro) convinse il presidente Nixon stesso a fare la pace in Vietnam (che Nixon pagò con lo scandalo Watergate che tanto eccitò la sinistra incapace di andare oltre gli schemi ideologici) e ad avvicinarsi a Pechino, perché aveva capito che la Cina era un contraltare all’Urss e un “opificio” indispensabile per la globalizzazione che Kissinger, al Trinity College di Dublino il 12 ottobre del 1999, lucidamente definirà “un altro termine per la supremazia americana”. Questo mentre la sinistra la immaginava come il motore di uno spazio “liscio” mondiale e rinomati filosofi marxisti pensavano che la finanziarizzazione esprimesse “il capitale giunto al suo concetto”, un “capitale immateriale” da cui sarebbe sbocciato un impero mondiale.

Era invece la crisi sistemica che si stava dispiegando puntando verso la guerra generalizzata.

Non tutti i Paesi che grazie alla globalizzazione sono emersi erano infatti controllati o controllabili dagli Usa. La Cina non lo era di sicuro mentre la Russia, fonte energetica d’elezione per l’ “opificio” Europa, lo fu solo dalla caduta dell’Urss all’avvento di Putin che mise fine alla subordinazione garantita dal cleptocrate El’cin.

Chiaramente chi non si subordina è un “dittatore” o come minimo un “autocrate”. Questo è lo schema di ragionamento dei commentatori, analisti ed esperti del mainstream, per quanto dissimulato possa essere. E contro i dittatori e gli autocrati si scatenano “rivoluzioni colorate” liberatorie, ovvero colpi di stato e tentativi di destabilizzazione. 

A volte si sono usati interventi armati con aviazione imperiale ed eserciti proxy sub-nazionali, come in Libia e in Siria (e oggi la Francia in Africa). Trump è infine passato all’intervento diretto e spudorato.

Si possono dare distinti giudizi sulle varie modalità di emancipazione dal dominio imperiale. L’analisi sociale è doverosa per capire la sostenibilità e la traiettoria del percorso politico e geopolitico di una nazione. Quindi è uno strumento analitico e, ex parte subiecti, anche etico, cioè riguardante un sistema sociale di valori. L’Occidente ha però il vizio di leggere tutto attraverso le proprie categorie e la propria storia, cercando riscontro da chi, nei vari Paesi presi in considerazione, da queste categorie e da questa storia è attratto. Cosa agevole perché con loro le barriere linguistiche, culturali – e di classe! – sono più basse. Le analisi che ne escono sono quindi “impredicative”: i risultati coincidono con gli assunti e le narrazioni circolano in una sorta di “camera di risonanza”.

È sostanzialmente una declinazione del problema descritto da Gayatri Chakraborty Spivak nel suo  “Can the subaltern speak?” [3].

I più titolati a parlare non siamo quindi noi ma i popoli di quei Paesi, nelle modalità e nei tempi che si danno autonomamente.

Noi dovremmo pensare alla nostra mancanza di emancipazione e di ribellione allo stato di cose presenti perché parla di tamburi di guerra sempre più insistenti, rumorosi e inquietanti.

La finanziarizzazione ha condotto gli Stati Uniti, e noi che ci siamo messi in coda sullo stesso percorso, sull’orlo del baratro. Per non cadere abbiamo bisogno di un nuovo predominio sul mondo. Cosa inaccettabile e oltremodo pericolosa. Inoltre in questa situazione di caos sistemico ognuno pensa al proprio predomino. Gli Stati Uniti pensano al loro. In Europa gli UK pensano con nostalgia al proprio passato impero, la Francia finge che la sua grandeur non sia tramontata e la Germania immagina un Quarto Reich dotato del più grande esercito europeo. Sembra che a fungere da collante, a parte alcuni interessi economici incrociati, sia l’idea di una guerra contro la Russia che sta trasformando l’Europa in una sorta di Fortezza Bastiani. 

Noi in Italia stiamo riscoprendo la nostra vocazione levantina. Che non sarebbe il peggiore dei mali se fosse, come era una volta, democristiana; ma è fascistizzante quindi affetta da suggestioni liberticide e da un nazionalismo con le pezze al culo in cerca di un vincitore ideologicamente vicino a cui accodarsi.

L’opposizione? La parte prevalente, nella sua confusione ha un punto di riferimento certo (che la inchioda nello ZTL): i globalisti funzionari della finanziarizzazione, cioè quelli che ci hanno condotto sui margini del precipizio. Non poteva averne uno peggiore.

AMERICA FIRST E GUERRA SISTEMICA

Come detto, Arrighi era straordinariamente nel giusto e questo lo capiamo pienamente con la guerre in Ucraina e in Iran, la prima scoppiata a seguito del rifiuto (“naturale” per Jens Stoltenberg) di negoziare con la Russia un’architettura di sicurezza indivisibile, la seconda un atto di aggressione a freddo proprio durante un negoziato. In retrospettiva, le guerre in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan e ancor prima nei Balcani, appaiono come ciò che sono: tessere iniziali di una guerra mondiale condotta “a pezzi”, come giustamente notò papa Francesco, tesa a impedire che un’altra potenza possa prendere il posto di quella  egemone uscente, cioè gli Stati Uniti d’America.

Il progetto degli Usa di succedere a se stessi, fu lucidamente esposto nel memoriale “Rebuilding America’s Defenses: Strategies, Forces, and Resources For a New Century” del think-tank neoconservatore Project for a New American Century. Si era nel settembre del 2000.

Nel corso dei cicli sistemici che hanno caratterizzato la storia del capitalismo, questo tentativo non ha mai funzionato ma ha dato luogo a lunghe guerre.

Anche l’America First è irrealizzabile. La crisi sistemica ha al di sotto una crisi di (sovra)accumulazione dovuta a una crisi di profittabilità, nascosta dalla finanziarizzazione come la polvere sotto il tappeto. La deindustrializzazione negli Stati Uniti (e in Europa) ha caratteristiche strutturali, con conseguenze deteriori in ogni sfera: cultura – sia politica che generale – tecnologia, scienza. E valori.

Torniamo indietro di ottant’anni.

All’indomani della II Guerra Mondiale gli Usa detenevano di fatto tutti i mezzi di pagamento del mondo e la loro produttività non aveva eguali. Ma si resero conto che la sostenibilità della loro ricchezza passava attraverso la ricostruzione dell’Europa e del Giappone. Per dirla in termini terra terra, i soldi devono circolare (altrimenti non sono un capitale ma un tesoro). Roosevelt avrebbe voluto associare anche l’Urss ma Truman scelse di dividere il mondo in “libero” e “comunista”: un mondo diviso in due era più gestibile e la Guerra Fredda col suo enorme riarmo sarebbe stata un grande motore per i flussi economici e finanziari. 

Torniamo ad oggi. Come può sopravvivere un’America arroccata fosse anche dalla Patagonia alla Groenlandia? Può resistere per qualche tempo, può ricattare e cercare una posizione di forza negoziale. Ma ha bisogno del resto del mondo.

Oh certo. Potrebbe distruggerlo per poi ricostruirlo. Ma ha oggi di fronte potenze che possono radere al suolo gli Usa. Deve dominarlo in altro modo. Ma non ce la fa. L’incoerenza delle mosse di Trump nasconde una strategia che deve fare i conti con ostacoli sempre più grandi, numerosi e imprevisti.

Lo stesso complesso industriale militare segue logiche finanziarie con la conseguenza che gli Stati Uniti spendono per la difesa cifre smisurate ma hanno perso la corsa agli armamenti e la dottrina militare statunitense è ferma agli anni Novanta (lo si e visto in Ucraina e in Iran) [4].

Tutto ciò che Washington tenterà per ristabilire il suo predominio non farà che aggravare la sua posizione (e la nostra). Dovrebbe allora venire a patti, adattarsi, concetto cardine darwiniano.

Ma per farlo dovrebbe compiere una rivoluzione copernicana interna. Una rivoluzione sociale.

Non è facile. Trilioni di dollari in capitali fittizi verrebbero bruciati, “macellati” come diceva Marx. Ma i miliardari fittizi faranno di tutto perché non succeda. Sono senza scrupoli e hanno agenti in tutto il mondo e per decenni hanno formato e selezionato in Occidente la classe dirigente (tranne qualche outsider o vecchio spirito libero subito minacciato e ricattato se non eliminato).

CINA E RUSSIA

Arrighi vedeva nella Cina l’avversario strategico degli Stati Uniti. Si era agli inizi degli anni Novanta. La Russia post-sovietica sotto Boris El’cin era fuori gioco, intrappolata dalla shock therapy di Jeffrey Sachs (diventato in seguito uno dei critici più radicali della politica statunitense) e dalla guerra in Cecenia (fomentata dagli Usa e dalla Turchia). I neoconservatori, o neocons (ora neo-liberal-cons essendo una concezione geopolitica transpartitica) definivano sprezzantemente la Russia “una stazione di servizio dotata di armi nucleari” [5].

L’avvento di Vladimir Putin al Cremlino ha cambiato il sistema di equazioni. La Russia si è risollevata economicamente e socialmente da uno dei suoi periodi più bui (i demografi parlano di milioni di persone morte per malattie e stenti durante l’interregno di El’cin) e in un paio di decenni ha vinto la corsa agli armamenti con gli USA [6].

EGEMONIA E DOMINIO

“Egemonia” è un concetto ripreso direttamente da Gramsci. Una potenza è egemone quando nei suoi interessi gli altri Paesi vedono rilessi i propri. Non è una pura questione economica o culturale. Sempre seguendo Gramsci bisogna infatti parlare di “egemonia corazzata di coercizione”. L’egemonia corazzata di coercizione è il risultato funzionale di alcuni monopoli, o poteri. Secondo Samir Amin i cinque basilari sono i seguenti: 1) tecnologico (ricerca teorica e applicata), 2) finanziario, 3) controllo delle risorse fondamentali (idrocarburi fossili, settore chimico-agricolo-farmaceutico), 4) monopolio degli armamenti e 5) il monopolio culturale e dei mezzi di comunicazione (cfr. S. Amin, “Oltre la mondializzazione”. Editori Riuniti, 1999). 

Alla fine della II Guerra Mondiale erano concentrati negli Stati Uniti. 

Il tentativo cinquantennale di gestire la crisi sistemica con la combinazione globalizzazione-finanziarizzazione ha infine condotto a una situazione in cui i vari poteri che congiunti concorrono a formare una potenza egemone, sono ora suddivisi, a mio giudizio, in questo modo:

Potere economico-manifatturiero: Cina.

Potere tecnologico: Usa e Cina [7].

Potere militare: Russia.

Potere finanziario: Stati Uniti.

Il quinto potere, quello politico-ideologico, è in gioco. L’Occidente è un blocco ideologicamente e politicamente omogeneo con uno sviluppato soft power, e questo è un vantaggio. Tuttavia, i poteri devono sostenersi l’un con l’altro, singolarmente non reggono. Il ritiro dall’Afghanistan, la sconfitta de facto in Ucraina (evidente dopo il tragico fallimento della controffensiva di Kiev del 2023, organizzata dai comandi anglo-americani) e la sostanziale sconfitta in Iran hanno indebolito la posizione politica degli Usa e aumentato la forza attrattiva della Russia e della Cina (e dell’Iran, specialmente tra la popolazione islamica, anche sunnita). Non solo, ma le coperture ideologiche dell’Occidente sono saltate  una dopo l’altra scoprendo impietosamente l’aspetto imperialista.

A sua volta il potere finanziario statunitense basato sulla posizione predominante del Dollaro e una grande forza organizzativa capace di coordinare, sovraintendere e dominare i processi di accumulazione, privo del controllo sull’economia reale globale e sulle sue risorse non può reggersi nel tempo e si svela per quel che è: un grande “schema Ponzi”, un’immensa bolla pronta a scoppiare.

Da un punto di vista imperialista, quindi, la guerra in Iran è logica, sia come conflitto per impadronirsi del controllo di risorse fondamentali, sia come tentativo di sfibrare il nucleo gravitazionale Russia-Iran-Cina, sia come misura per indebolire la Cina e tutta l’economia globale, dato che gli Stati Uniti si ritengono relativamente immuni da una possibile (probabile, se la guerra continuerà) depressione mondiale (ma la presunzione di immunità statunitense potrebbe essere errata e fatale).

MA COSA E’ IL BRICS IN REALTA’?

Partiamo da una constatazione elementare: il Brics (o Brics++) è un’organizzazione interstatale, non inter-popolare. Gli interessi lì rappresentati sono quelli delle classi dominanti nei vari Paesi a seconda della forma di governo vigente (che varia da Paese a Paese – il caso della Cina è emblematico).

In altri termini, i punti di riferimento nel Brics sono gli interessi delle “formazioni statali particolari” che ne fanno parte e possono entrare in contrasto tra di loro pur essendoci delle potenze predominanti come la Russia e la Cina che tuttavia non hanno una estesa capacità ordinativa. Gli Usa lo sanno e useranno la depressione causata dalle loro guerre per cercare di inasprire le contraddizioni interne al Brics.

Per l’India, ad esempio, il Brics è uno dei possibili ambiti geopolitici in cui agire (focalizzato sulle “vie della seta”, la Belt and Road Initiative cinese:  si veda lo sviluppo della linea di comunicazione Nord-Sud che collega la Russia all’Oceano Indiano attraverso l’Iran e il Golfo Persico). Gli Stati Uniti sono invece visti come partner strategici per controbilanciare la Cina (pur continuando la storica partnership con la Russia nell’ambito della difesa: caccia russi di quinta generazione Su-57E e sistemi di difesa aerea S-400).

Un discorso analogo si può fare per un altro membro Brics, l’Indonesia che nell’aprile di quest’anno ha firmato un partenariato di difesa col Pentagono, ufficialmente per rafforzare la sicurezza nell’Indo-Pacifico. Un accordo la cui valenza può essere apprezzata considerando le vicende dello Stretto di Hormuz e tenendo conto che l’Indonesia geograficamente controlla lo Stretto di Malacca assieme alla Malesia, una porta di comunicazione fondamentale tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale. E’ più che evidente l’interesse strategico anticinese di questi accordi per gli USA. 

Sembrerebbe che alcuni membri asiatici del Brics vogliano garantire il suo multipolarismo statutario appoggiandosi agli Usa per controbilanciare le due superpotenze eurasiatiche. 

Al contrario, la Thailandia, partner del Brics in attesa di associazione effettiva, intende bypassare lo Stretto di Malacca con collegamenti via terra, il Land-Bridge, che uniscano i porti di Chumphon e Ranong attraversando l’istmo di Kra. Un progetto infrastrutturale di circa 30 miliardi di dollari che dovrebbe iniziare quest’anno e che se realizzato darebbe un colpo significativo alle mire strategiche di Washington  e indebolirebbe la posizione dell’Indonesia.

Questa situazione è solo una parte della complessità dei giochi in corso che dovrebbe suggerire prudenza a chi afferma che siamo di fronte a un declino verticale degli Stati Uniti e a una decisa ascesa dei suoi avversari riuniti nel Brics o nella SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Prudenza necessaria, anche se siamo in presenza di evidenti difficoltà degli Stati Uniti, potenza talassocratica per eccellenza, a mantenere il monopolio della violenza globale.

Io penso che il declino degli Usa sia effettivo. Ma può essere lungo e molto penoso per il mondo intero. Oltre alla reazione violenta degli Stati Uniti, bisogna tener conto ad esempio che molti Paesi del “Sud del Mondo” sono ancora debitori netti in dollari. Nessun discorso sulla dedollarizzazione e sul delinking di questi Paesi dal sistema statunitense lo può ignorare. In secondo luogo al declino degli Stati Uniti non corrisponde automaticamente lo sviluppo di un armonioso mondo multipolare. Non ne abbiamo alcuna garanzia.

Dopotutto, secondo Giovanni Arrighi, uno dei possibili sbocchi dell’odierna crisi sistemica potrebbe essere un ritorno stabile in quel caos sistemico dal quale il capitalismo «ebbe origine seicento anni fa e che si è riprodotto su scala crescente a ogni transizione» cioè ad ogni avvicendamento tra potenze egemoni globali.

E I POPOLI?

La grandezza politica di Lenin, a mio modo di vedere, fu la capacità di unire un’acuta analisi dell’imperialismo e quindi dei giochi geopolitici della sua epoca, all’analisi e alle necessità di classe. Questa capacità in Occidente sembra scomparsa: c’è chi sottolinea il lato geopolitico della crisi e chi quello di classe, ma nessuno sembra avere la capacità politica di declinarli assieme.

La guerra in Ucraina ha fatto dimenticare altre crisi che erano in agguato. Ad esempio la crisi idrica e quella delle campagne, ovvero la questione agraria globale, benché analisti attenti avessero messo in evidenza l’importante diminuzione della produzione di fertilizzanti in Europa a causa della riduzione  dell’importazione dei loro costituenti dalla Russia.

L’aggressione all’Iran ha fatto riemergere questi problemi, per via del blocco delle importazioni dal Golfo di urea per una quantità stimata tra il 25% e il 35% del totale mondiale. Occorre tener conto che i fertilizzanti sono un’altra forma di energia [8].

Non esistono cifre concordanti sull’entità dello shock alimentare che potrebbe essere causato da una prolungata carenza di fertilizzanti chimici, né sulla sua distribuzione mondiale. Secondo l’Assofertilizzanti essi sono responsabili del 50% delle rese globali. Ovviamente è una voce interessata, ma più che altro l’attenzione dovrebbe essere posta sulla struttura della produzione. In India ad esempio, i contadini sono obbligati ad acquistare semi, pesticidi e fertilizzanti da multinazionali agrochimiche perché la loro produzione (quantità, tipo e varietà) è decisa a monte dall’agribusiness internazionale. Ciò ha portato a una serie di fallimenti (e ad atroci forme di protesta come i suicidi pubblici ingerendo pesticidi) seguiti dall’alienazione dei terreni con la conseguenza che si stanno riproducendo vasti latifondi. La stessa cosa sta avvenendo ora negli Stati Uniti: 

La maggior parte degli agricoltori americani ha affermato che stanno perdendo denaro […]. Produrre i nostri raccolti usando fertilizzanti per aumentare le rese costa ora di più, attrezzature come le mietitrici e altre attrezzature necessarie sono più costose, e si pagano prestiti più alti alle banche per trasportare i raccolti e venderli ai grandi produttori agricoli e alle società commerciali degli Stati Uniti. Quindi gli agricoltori si trovano ad affrontare insolvenze e sono costretti a vendere i loro terreni o ad aumentare il mutuo, cosa che difficilmente possono fare […]. C’è una nuova tendenza a trasformare l’economia agricola americana in un’economia di proprietà assenteista, che affitta i terreni agli agricoltori [9].

Un discorso analogo va fatto rispetto al blocco delle esportazioni di ammoniaca (tra il 25% e il 33% globale passa per Hormuz) e di zolfo, il 41% del quale dipende da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Oltre ad essere la componente fondamentale dell’acido solfidrico che è indispensabile in innumerevoli trasformazioni industriali, il suo utilizzo principale (50%-60%) è nella produzione di fertilizzanti.

Sta dunque emergendo uno dei problemi che Samir Amin prevedeva che avrebbe caratterizzato il XXI secolo: la questione contadina e con essa la questione alimentare. Crisi che si assoceranno sinergicamente con le altre. Abbiamo ricordato il persistente indebitamento in dollari e l’ancora predominante utilizzo del Dollaro come moneta internazionale, fattori che obbligano molti Paesi (quelli europei inclusi) ad accodarsi alla politica statunitense e a mettersi al servizio della sua economia finanziarizzata, con la conseguenza di tagli all’industria, allo stato sociale e ai servizi essenziali come la Sanità. 

Analizzare quanto succede solo dal punto di vista dei rapporti di forza tra Stati non è dunque sufficiente anche se necessario. 

La domanda da farsi è se e quando le conseguenze della crisi sistemica daranno luogo a un blocco sociale capace di “abolire lo stato di cose presenti” che è giunto a livelli di pericolosità e di tossicità inediti e inauditi. 

Quanto detto ci porta direttamente a un altro tema:

NATURA E SOCIETA’

Le formazioni statali si poggiano sulle società e queste sono formate da classi che vivono in un ambiente naturale.

Il concetto di “classe” è sempre stato fondamentale nel discorso marxista. Nonostante le intuizioni di Marx lo è stato meno quello di “natura”, che invece collega i fenomeni geopolitici alle risorse e queste alla vita materiale delle società.

Vari autori hanno esplorato la dimensione ecologica da un punto di vista marxista, ovvero cercando i processi che co-determinano natura e società, utilizzando i concetti di “frattura ecologica” (metabolic rift) di derivazione marxiana, di “scambio ecologico ineguale” e di “impronta ecologica” [10].

In questo momento ritengo che occorra maggiormente concentrarsi sull’indicazione di David Harvey che ogni progetto sociale è un progetto geo-socio-ecologico, cioè è una fusione, combinazione, di progetti sociali ed ecologici (“conflation of ecological and social projects”) e sulla nozione di Jason Moore di “fine della natura a buon mercato”, ovverosia di fine della capacità dei centri capitalistici storici di internalizzare risorse esterne:

Il valore si intreccia assieme alle eteree valenze del capitale finanziario e alle prosaiche routine della vita di tutti i giorni in nuove cristallizzazioni di potere e profitto, guidate dalla merce. Sotto questa luce, le relazioni apparentemente esterne del capitalismo verso la natura – rese dai concetti popolari di metabolic rift, di scambio ecologico ineguale e di impronta ecologica – si rivelano come relazioni interne, costitutive di nuove e profondamente irrequiete configurazioni socio-ecologiche. Come ci muoviamo dalla logica del capitale alla storia del capitalismo la tensione multiforme tra l’internalizzazione e l’esternalizzazione della natura viene in superficie [11].

Nel sistema di equazioni, alle variabili relative ai rapporti tra stati dobbiamo quindi aggiungerne altre due, collegate: la natura e la società. O più in generale natura e popoli, dove i popoli sono costituiti in società che fanno sì riferimento a uno Stato con peculiari caratteristiche storiche e culturali (e ideologiche), ma sono divise in classi.  

Si riprende così il primo punto con cui Marx criticava il programma di Gotha: «Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana». E si ritorna a una visione genuinamente materialistica dell’analisi, nel senso che si recupera la distinzione tra mondo materiale e mondo economico, e quindi quella, posta da Fernand Braudel, tra “economia materiale” ed “economia capitalistica” in quanto accumulazione monetaria. In questo modo si evita anche di relegare nel dimenticatoio la cosalità della merce a causa della preoccupazione di enfatizzare i rapporti sociali che si cristallizzano in essa. 

La società riemerge così nella sua materialità di fastidioso impedimento ai disegni di “élite illuminate” che di essa vorrebbero fare a meno ma non possono, e si colgono i rapporti sociali nel loro rapporto funzionale reciproco (duale) con la Natura. Cosa che è indispensabile per afferrare la reificazione dei  rapporti sociali stessi [12].

Finitezza fisica e finitezza sociale, sfera ecologica e sfera sociale, sono determinazioni riflessive, si rimandano l’una all’altra.

E’ superfluo sottolineare che tutto ciò non ha nulla a che vedere con la famosa “Agenda green”.

Trump, dal canto suo, ha mosso guerra contro la transizione energetica puntando, sia speculativamente che geopoliticamente sul controllo degli idrocarburi fossili.

Il tentativo degli Stati Uniti di succedere a se stessi nel dominio globale (in contrapposizione a potenze che per altro non hanno intenzione di sostituirsi a loro) sta portando il mondo intero ad un nuovo stadio del caos sistemico che è seguito alla fine dell’ordine della Guerra Fredda.

E gli Usa potrebbero ancora scatenare «risposte politiche, economiche e anche militari selvagge», come predisse David Harvey.


[1] «È piuttosto interessante notare come nel discorso americano sia quasi obbligatorio riferirsi all’invasione dell’Ucraina come a “non provocata” […]. Ovviamente è stata una provocazione. Altrimenti, non la definirebbero sempre un’invasione non provocata.» Noam Chomsky https://www.commondreams.org/views/2022/06/25/not-justification-provocation-chomsky-root-causes-russia-ukraine-war. Come si sa dello stesso avviso sono altre personalità statunitensi come ad esempio Jeffrey Sachs.

[2] Nelle analisi e nei piani strategici geopolitici i termini ricordati non sono di fatto mai menzionati.

[3] Comparso nel 1988 in “Marxism and the Interpretation of Culture”, a cura di C. Nelson e L. Grossberg (Macmillan Education,) si può trovare qui:

https://monoskop.org/images/4/45/Spivak_Gayatri_1988_Can_the_Subaltern_Speak.pdf

[4]  Si veda “Losing Military Supremacy: The Myopia of American Strategic Planning” di Andrei Martyanov. Martyanov è un ex ufficiale russo diplomato nelle più severe accademie militari sovietiche. Da trent’anni è cittadino statunitense. Oltre a fattori di carattere culturale e storico – gli Usa non hanno mai dovuto combattere una guerra di sopravvivenza – Martyanov, come altri analisti e persino l’ex consigliere speciale di Zelensky, Oleksiy Arestovych, individua il declino militare statunitense nel fatto che sono i livelli di redditività fissati dal complesso militare-industriale a guidare la progettazione e realizzazione dei sistemi d’arma. 

[5] I neocons non furono sdoganati dai repubblicani Reagan e Bush senior, ma dal democratico Bill Clinton – sua moglie Hillary ne divenne una delle principali esponenti – ed entrarono decisamente nella stanza dei bottoni con Bush jr.

[6] Alcuni dati riguardanti la Russia, raffronto 1999-2025: PIL pro capite: 1.800$-13.000$. Debito pubblico/PIL: 90% – 20%. Stipendio medio mensile: 80$ – 1.000$. Inflazione: 36% – 10%. Aspettativa di vita: 65 – 73 anni.  

[7] https://www.avvenire.it/mondo/ce-una-gara-che-la-cina-ha-gia-vinto-quella-per-il-primato-nella-ricerca-scientifica_107642

[8] L’urea è un composto organico con un alto contenuto di azoto (circa il 46% del suo peso). La sua produzione industriale attraverso il processo di Haber-Bosch utilizza il gas naturale. La Cina invece utilizza principalmente il carbone e ciò la rende quasi autosufficiente. In Cina il prezzo dell’urea è un terzo di quello internazionale che è cresciuto all’incirca del 70% dall’inizio della guerra all’Iran.

[9] Michael Hudson, “How Creditors Replaced Colonial Rule”, 7 aprile 2026: 

[10] Si vedano i lavori di John Bellamy Foster e James O’Connor. Nel Libro I del “Capitale” Marx aveva accennato alla perturbazione del “ricambio organico tra uomo e terra”.

[11] D. Harvey, “The Nature of the Environment: the Dialectics of Social and Environmental Change”. In
“Socialist Register”, 1993, Part III, pp. 1-51.

J. Moore, Ecology, capital, and the nature of our times: accumulation & crisis in the capitalist world-ecology. In “American Sociological Association”, Vol. XVII, N. 1, 2011, pp. 109-110.

[12] Il valore d’uso «viene sempre e soltanto considerato nel caso in cui tale considerazione scaturisce dall’analisi di una data formazione economica non dal ragionare in libertà intorno ai concetti o alle parole “valore d’uso” e “valore”» (Marx, ibidem).


*Piero Pagliani, da sempre militante di sinistra, laureato in Filosofia si occupa di Logica Matematica. Autore di libri e articoli scientifici, collabora con istituti di ricerca internazionali nel campo del machine learning e del data mining.

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