Un’altra idea della politica

Giovanni Russo Spena*

Mentre scrivo ho davanti, sulla scrivania, un ricordo prezioso: la targhetta con su inciso «Carlo Giuliani», che mamma Haidi mi ha regalato. Emozioni e ricordi mi si affollano nella mente. Ne traggo, tra le tante, tre riflessioni, in ordinesparso

Una strategia costituente

Da Seattle a Genova ed oltre. Il movimento non era solo, come erroneamente si è detto, una relazione tra politica e società; ma, precisamente, un’altra idea della politica. Si apriva un ciclo di soggettività delle lotte. L’ultimo grande ciclo internazionalista di massa. Non nasceva solo dall’impoverimento di massa. Furono coinvolti anche paesi con economie in espansione. Erano lotte per la “liberazione”, articolate, coinvolgenti, creative.

Il movimento “no global” metteva in crisi anche il modello classico della “sinistra sviluppista”, qualificandosi per una ricerca radicale e conflittuale sull’idea di sviluppo “alternativo”. Come ha scritto Hardt: “il punto politico era il tentativo di creare, inventare un ‘potere costituente’”.

Le lotte distruggono il “pensiero unico” delle politiche liberiste e alludono alla costruzione di nuove soggettività. Questo ciclo di lotte No Global non solo mette a tema la rivoluzione contro lo “sviluppismo” (anche delle sinistre) ma anche la critica a una concezione conservatrice e nostalgica della ‘decrescita’ (“com’era verde la mia valle”)…

Il movimento scommette di andare oltre la dicotomia privato/pubblico, verso il “comune”, sfuggendo alla trappola borghese “modernità/ conservazione”. Il movimento mette, quindi, direttamente nel mirino la “lex mercatoria” su cui si è formato anche l’ordoliberismo dell’Unione Europea.

Uno dei punti di riferimento del movimento, Eduardo Galeano scriveva con prosa corrosiva:” l’economia mondiale è la più efficiente espressione del crimine organizzato. Gli organismi internazionali che controllano valute, mercati e credito, praticano il terrorismo internazionale contro i paesi poveri e contro i poveri di tutti i paesi con tale gelida professionalità da far arrossire il più esperto dei bombaroli”.

Il filosofo Enrique Dussel, cogliendo, a mio avviso, la grande innovazione teorica e politica del movimento lo qualificò “movimento transmoderno”: una rottura pratica, non meramente ideologica, del marxismo volgare e dogmatico, una critica alla delega e all’idea di rivoluzione come mera conquista del potere (e del governo). Il centrosinistra diventava un partito “pigliatutto”; il partito delle “cariche pubbliche”. Da uno Stato di partiti giungemmo ad un sistema di partiti di Stato (partiti” senza società”). La sinistra, affermò con forza il movimento, o è sociale ed anticapitalista o non è.

Le “autonomie confederate”

Nascevano tante «associazioni molecolari» che erano silenziosamente applicate nelle buone pratiche quotidiane nel conflitto e nel mutualismo. La “novità” più significativa della “svolta” di Seattle, infatti, consiste nel fatto che la mobilitazione collettiva sorge soprattutto dall’iniziativa di una miriade di gruppi impegnati nel “sociale”. Esprimono protesta, ma anche densi e raffinati contenuti di proposta.

Qui si evidenziò un limite delle nostre interpretazioni classiche: questi movimenti sociali non sono solo “cicli di protesta”, ma segmenti fondamentali di un processo storico che tenta di radicare di nuovo la politica nella società.

Sono tuttora convinto che valgano ancora le intuizioni che allora tentammo di realizzare: la politica diffusa, la differenza come valore, le tensioni da ricomporre quotidianamente tra il “locale” e il “globale”. E ritengo tuttora che la forma aggregativa delle soggettività sia nel principio delle “autonomie confederate”. Localismi e frammentazioni si riaggregano in un progetto di “confederazione politica dell’iniziativa sociale”.

Io non so se il grande tema della crisi della rappresentanza possa “osare” una propria proiezione nella rappresentanza istituzionale (noi tentammo quella strada ; ma sbagliammo, perché non vi erano le condizioni) o debba limitarsi ad agire come gruppo di pressione democratica, costruendo massa critica anti-istituzionale. Tememmo allora (e temiamo oggi) che “autonomia del politico” e “autonomia del sociale”, se non dialettizzano, ricomponendosi, possano favorire pulsioni regressive, una società incivile che prende volto politico e occupa il potere.

Camminare domandando

Il movimento dei movimenti, della “disobbedienza”, da Seattle, a Napoli, a Genova (e oltre, Firenze, Porto Alegre) ebbe, come è naturale, un respiro internazionale forte ed ampio. E innovativo. Non fu la tradizionale solidarietà anticoloniale; né la mera difesa di governi (come quello cubano contro il «blocco» o quello venezuelano ecc.); né solo del diritto all’autodeterminazione dei popoli (come quello palestinese).

Nacque un pacifismo diffuso e potente, capace di rompere le dicotomie tradizionali tra apocalittici e integrati, tra pacifisti ed antimperialisti, tra il meticciato e la cittadinanza transnazionale.

Due regioni del mondo fecero da retroterra (sociale, politico, ma anche teorico) del movimento: il Chapas (lo “zapatismo”) e il Kurdistan (il “confederalismo democratico” di Ocalan). Ho avuto, con delegazioni del PRC e del movimento, conoscenze ed esperienze dirette di entrambe le rivoluzioni. Emotivamente e politicamente straordinarie. In Chapas scoprimmo una radicalità politica di massa, una cultura rivoluzionaria, collegata anche alla Teologia della Liberazione, che ci parlavano di una storia sociale profonda che riemergeva alla luce di un processo rivoluzionario niente affatto improvvisato e sgangherato (come apparve al bolso sistema politico italico), ma lungamente preparato e sedimentato. Una rivoluzione, quella del 1994, che interpretava in chiave contemporanea il concetto gramsciano di “egemonia” e che cercava uno sbocco politico maturo alla propria insorgenza militare. Le sinistre europee, ingabbiate nel loro politicismo eurocentrico, non compresero quella rivoluzione, considerandola folcloristica. Il movimento la prese molto sul serio, invece. Comprese che era il prodotto moderno di una crisi del capitale, nel cui grembo covavano fermenti inediti.

Nell’era della mercificazione globale, nasceva il tentativo di dar vita a una soggettività politica e sociale dentro e contro le compatibilità della globalizzazione liberista. Il Chapas pretendeva risposte, spazzando via progressismi generici. È un caso che gli operai dell’Alfa sfilassero con lo striscione “Siamo tutti zapatisti”? Conflitto sociale e, insieme, indigenismo. È stato straordinario il ruolo della “Coordinadora nacional de los pueblos indios”. Un’organizzazione capillare che sognava la comunità, praticava l’autogestione e coinvolgeva i campesinos nella decisionalità. Nasceva, in definitiva, un movimento diverso dagli storici movimenti guerriglieri dell’America Latina, non ideologico, che non puntava direttamente alla presa del potere, ma profondamente politico perché, partendo dall’oppressione sociale, poneva la questione della qualità della democrazia e di uno sviluppo “altro”. Il 1900 (riflettevo mentre ero lì a San Cristobal), proprio in Messico, ha aperto il proprio cuore al soffio delle rivoluzioni. Era il 1910; prima della rivoluzione bolscevica del 1917. Al suo epilogo, il Novecento inciampava ancora nel Messico che bruciava. Zapata era anche l’aurora del ventunesimo secolo!

L’altro grande tema che formò la cultura globale del movimento fu l’arrivo di Ocalan a Roma. Eglici spiegò, in incontri blindati, il suo progetto di “confederalismo democratico”. Per il popolo curdo, turco, per tutti i popoli. Un progetto molto simile all’”autogoverno dei produttori” della Comune di Parigi del 1871. Da esso nacque l’esperienza stupenda del Rojava, che coniuga lotta per la liberazione del popolo curdo, lotta al patriarcato, lotta anticapitalista. Intorno a Ocalan il movimento organizzò solidarietà, azione politica, approfondimento teorico. Ocalan portò a Roma un progetto di pace. Ma l’UE e il governo italiano non vollero capire; ricattati da meccanismi mercantili, militari, geopolitici. Ocalan fu tradito dai governi vigliacchi e sostanzialmente consegnato nelle mani dei suoi carcerieri. Da 22 anni è nell’isola/prigione di Imrali, in uno stato di detenzione durissima. Ancora ci battiamo per la sua libertà.

Parlammo, in quegli anni, di “socialismo del XXI secolo”. Avevamo in mente le parole di Anghelopulos: “la sinistra ha perso perché da tempo, ormai, le mancano le parole che parlano del futuro, dell’avvenire e del mondo. La sinistra è muta”… Ritorna, in questi giorni, nei tanti convegni che ricordano l’anniversario di Genova, una domanda che mi pare stupida e frivola: il movimento No Global ha vinto o ha perso? Io credo che occorra valorizzare il suo ruolo e la sua storica funzione: ha rimesso a tema una criticità anticapitalista e la possibilità della rivoluzione. E i conflitti hanno costruito forme comunitarie che hanno scosso il pianeta. Bisogna avere lo sguardo lungo, per vedere il corso lungo. È rimasto, certo, aperto il tema aspro del “passaggio politico”, del progetto non puramente testimoniale, della rappresentanza. Ma questa è storia aperta ; e lo sarà a lungo. La lezione forse più avanzata fu quella dei «Senza Terra» brasiliani nei confronti del governo Lula; diceva il loro portavoce Stedile: “non esistono governi amici, ma al massimo amici nel governo”


* Giovanni Russo Spena fa parte dei Giuristi Democratici e del Comitato Difesa Costituzione. È ex segretario di Democrazia Proletaria e ex parlamentare del Prc. Ha pubblicato, tra l’altro, “La metafora dell’emergenza”, “Peppino Impastato, anatomia di un depistaggio” e “La Costituzione della Repubblica italiana”, con Gaetano Azzariti e Paolo Maddalena.


Foto in apertura articolo di mufflevski da www.flickr.com

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