Un’enorme sconfitta, e quel che resta

Norma Bertullacelli*

Vent’anni dopo l’enorme sconfitta del movimento dell’“altro mondo possibile”, è inevitabile chiedersi che cosa resta di quella stagione; che certamente cominciò ben prima del giorno del 1999 in cui Massimo D’Alema annunciò che il G8 del 2001 si sarebbe tenuto a Genova. 

Rimane la rabbia per l’uccisione di Carlo Giuliani, uccisione senza verità e senza giustizia. Una morte che non ha meritato approfondimenti giudiziari; e neppure la commissione d’inchiesta parlamentare in cui i suoi genitori hanno sperato invano.

Rimane la richiesta, mai accolta, di numeri identificativi sui caschi dei poliziotti. Ma anche la definizione del reato di tortura, e la condanna di alcuni dei poliziotti autori di pestaggi.

Rimane la luminosa carriera di molti tra i rappresentanti delle forze dell’ordine: carriera conclusa dall’allora capo della polizia De Gennaro in un posto di grande valore simbolico come la bellica Leonardo; ma anche il coraggio di chi, tra i poliziotti, ebbe il coraggio di non tacere. Ma perché tutte le istanze di quella stagione carica di speranza non vengano definitivamente affossate, bisognerà continuare ad interrogarsi anche sui nostri errori. Anzi, a “camminare domandando”.

In questi vent’anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono inesorabilmente cresciute: Uno studio dell’università di Padova (qui) dimostra che in tutti i paesi del G7 (il G8 – laRussia), l’indice di Gini (distribuzione della ricchezza) segnala ovunque una maggior concentrazione della ricchezza in poche mani, con un netto peggioramento tra il 2001 ed il 2016. In Italia, la ricchezza dei primi 3 miliardari italiani della lista Forbes era superiore alla ricchezza netta detenuta (37,8 miliardi di euro a fine giugno 2019) dal 10% più povero della popolazione italiana, circa 6 milioni di persone (fonte Oxfam).

Le privatizzazioni, gli “aggiustamenti strutturali” imposti dalla banca mondiale hanno fagocitato “quasi” tutto. Durante la prima delle conferenze organizzate dall’ottobre 2000 dalla Rete contro G8, in preparazione delle contestazioni del vertice, padre Alex Zanotelli, già direttore di Famiglia Cristiana, raccontò le privatizzazioni viste dall’altra parte del mondo, la discarica di Korogocho (Kenia) dove viveva. “Pensate” raccontava Zanotelli “che in Kenia hanno privatizzato perfino le pompe funebri; così i poveri non possono più fare i funerali ai loro cari, e sono costretti a scavare una buca da qualche parte per seppellirli”. Le duemila persone che lo ascoltavano nella basilica delle Vigne (reperita in gran fretta, visto che la sala dove Zanotelli avrebbe dovuto parlare era capace di contenere trecento persone) non sapevano che di lì a poco anche le “nostre” pompe funebri sarebbero state privatizzate. E soprattutto furono in pochi a rendersi conto del fatto che le politiche della banca mondiale stavano per colpire anche “noi”, orgogliosi cittadini di uno degli “otto paesi più ricchi/industrializzati”. Definizione peraltro, falsa: basti dire che allora escludeva potenze quali In- dia e Cina, senza dubbio più ricche e più industrializzate dell’Italia, anche se non abbastanza “occidentali”.

E non immaginavano che un degno rappresentante di quelle politiche, di nome Mario Draghi, avrebbe assunto l’incarico di presidente del consiglio dei ministri con un sostegno che va da Leu (3/4 di Leu, per essere precisi) all’estrema destra di fratelli d’Italia.

Qualche “perché” di quella sconfitta

Indubbiamente, la repressione. Era già accaduto innumerevoli volte che cortei e manifestazioni fossero caricati e repressi; e la protesta sociale aveva già pagato pesanti tributi di vite umane. Ma la repressione di Genova fu davvero inaudita.

Credo però che l’allontanamento dalla politica cui stiamo assistendo abbia anche altre cause. Vent’anni fa la maggior parte dei posti di lavoro erano a tempo indeterminato; oggi avviene il contrario. Per coloro che genericamente vengono definiti “giovani”, oggi è molto più difficile di allora militare in un partito o in un movimento, o scendere in piazza per difendere i propri o altrui diritti. Chi ha un posto di lavoro deve tenerselo, con le unghie e con i denti; magari a scapito dei colleghi, in nome della mai abbastanza maledetta meritocrazia. E chi non ce l’ha deve cercare di procurarselo; altro che reddito di cittadinanza.

Sono convinta che il Job Act (certamente l’ultimo atto di un lungo processo) rappresenti uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”. E ritengo imperdonabile il fatto che il sindacato confederale abbia scioperato quando ormai il prodotto più significativo della politica renziana era ormai diventato legge: un vero paradigma dei guasti del principio dei “governi amici”

Credo che si possa affermare che la sconfitta di questi vent’anni sia soprattutto una sconfitta culturale, con la scomparsa del concetto di solidarietà di classe.

Ho fatto l’insegnante per quarantatré anni. Mi è capitato di sentire una collega che cercava di costringere un bambino ad indossare il grembiule. Il Pierino di turno le aveva domandato perché, visto che faceva un caldo infernale. “Perché i tuoi compagni ce l’hanno” aveva risposto la collega.

“E perché dobbiamo stare tutti male, mentre potremmo stare tutti bene?”.

Credo che il Pierino abbia riassunto perfettamente il cambiamento di mentalità che si sta verificando. Gli statali hanno dei privilegi: cancelliamoli subito. Se la sinistra avesse fatto il suo dovere, nel modo di ragionare delle persone meno retrive ci sarebbe dovuta essere la richiesta di estendere i diritti anche a chi non ne godeva, e non di toglierli a qualcuno. E sarebbe chiaro a tutti che il meccanismo che strangola gli stranieri e produce miseria ed emigrazione è lo stesso che strangola i poveri nei paesi più ricchi.

Degno corollario di questo genere di mentalità è la meritocrazia, condannata persino dal Papa, proprio a Genova. La sinistra non ha saputo contrastare la dilagante avvezione ai partiti, considerati alla stregua di associazioni a delinquere, mentre sono il mezzo principale di partecipazione alla politica, sancito anche dalla Costituzione.

I nostri errori. Ricordate la “Rete contro G8 per la globalizzazione dei diritti”?

Innanzitutto un errore di sottovalutazione: non capire che l’assemblea dei G8 a Genova non era semplicemente una manifestazione di prepotenza da contrastare come anni prima avevamo contestato la mostra delle armi che si svolgeva a Genova o l’installazione dei missili a Comiso; ma era la presenza concreta di coloro che pretendevano di essere i padroni del mondo. E che non potevano permettere che qualcuno gridasse “Il re è nudo”.

I G8, oggi G7, non erano e non sono né i paesi più ricchi, né i più industrializzati: erano semplicemente i maggiori azionisti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Quelli che, anni dopo, prima avrebbero strangolato la Grecia e poi ci avrebbero regalato Mario Draghi.

Molte sere e notti di riunione precedenti il luglio del 2001 furono dedicate al dibattito sulle forme di manifestazione. Facevo parte della Rete contro G8 per la globalizzazione dei diritti, il primo coordinamento di associazioni che provò, dal dicembre 1999, ad organizzare le manifestazioni a Genova. Oggi è un nome del tutto sconosciuto, ma aveva ottenuto adesioni significative, tra cui quelle di Bovè, Houtart, Zanotelli, Agnoletto, Del Rojo, Genro. Il documento della Rete era tutt’altro che generico. Infatti recitava: “Anche i padroni del mondo possono essere contestati. Per questo organizzeremo manifestazioni per impedire la riunione degli otto; o, almeno, per rendere visibile il dissenso”. E cominciammo subito ad organizzare assemblee di controinformazione; tra cui quella con Alex Zanotelli cui accennavo sopra.

La nostra proposta era quella di rinunciare nella giornata del 20 luglio ad organizzare il corteo: proponevamo invece di “assediare” gli otto all’interno della cittadella che si erano costruiti, circondandosi di reti altissime, e di impedire loro di uscire, se non attraversando il sit in dei manifestanti ed aver ascoltato, almeno simbolicamente, le loro ragioni.

Non siamo stati convincenti

Prima il “Patto di lavoro”, poi il “Genoa Social Forum” (cui la rete contro G8 aderì da subito) stabilirono che la Rete era la semplice espressione di una realtà “locale”; e che le organizzazioni di carattere nazionale, anche se avevano inizialmente aderito alla rete erano più titolate ad assumere direttamente la gestione delle iniziative. Ho peraltro il dovere di precisare che la scelta di indicare Vittorio Agnoletto quale portavoce del GSF è stata la migliore che potesse essere effettuata in quel momento, e che certamente poche altre persone sarebbero state in grado di gestire quella situazione, tragicamente inedita, con altrettanto equilibrio ed efficacia.

Manifestazioni nonviolente

Uno dei documento della Rete contro G8 recitava:

“Siamo donne e uomini che, con motivazioni diverse manifesteranno a luglio e nei mesi che ci separano da questa scadenza contro il vertice dei G8 di Genova; alcuni/e lo faranno a titolo personale, altri/e riconoscendosi sotto la sigla di una delle realtà organizzatrici.

Abbiamo deciso di contrapporre manifestazioni nonviolente a quel massimo di violenza e prepotenza che il vertice dei g8 rappresenta: alcuni/e di noi perché ritengono questo tipo di manifestazioni idonee al boicottaggio del vertice; altri/e per una scelta ideologica, etica o politica. Per questo ci impegniamo a:

  • decidere con procedure assembleari e democratiche tempi, luoghi e durata delle manifestazioni, rifiutando di obbedire ad eventuali divieti ed ordini di scioglimento
  • non aggredire né colpire fisicamente nessuna persona, neppure per autodifesa
  • non portare con noi strumenti atti ad offendere 
  • non danneggiare oggetti.

Sottolineiamo che non è minimamente paragonabile l’atteggiamento di chi affama i 4/5 dell’umanità con quello di chi distrugge o danneggia un oggetto inanimato, ma giudichiamo il danno alle cose inidoneo a realizzare lo scopo di bloccare il vertice, di rendere inequivocabile il massimo di dissenso e di favorire ed incoraggiare una partecipazione plurale e diffusa. Lo giudichiamo invece adatto ad innescare l’aggressione di tutti i manifestanti da parte delle forze dell’ordine.

Dichiariamo fin d’ora che le persone che non si atterranno a questi impegni, siano essi avversari dei g8 che non condividono la nostra scelta nonviolenta, e con i quali vogliamo comunque confrontarci, o provocatori al servizio della controparte, sono da noi considerate come non facenti parte delle nostre manifestazioni. “

La “dichiarazione di guerra” delle tute bianche contro i potenti della terra fu volutamente enfatizzata dai media, che avevano tutto l’interesse a dipingere i centri sociali come pericolosi sovversivi. La giudicammo allora un semplice accorgimento per attirare l’attenzione dei giornalisti; del tutto innocuo e privo di conseguenze. Giudicherei invece del tutto imperdonabile, se fosse vera, l’accusa che Giovanni Mari nel suo “Genova, vent’anni dopo” muove ad alcune componenti del movimenti, quella di essersi “messi d’accordo” con la polizia per una simbolica violazione della “Zona rossa” con valore esclusivamente mediatico.

Non solo perché non mi fido della polizia (e i fatti hanno dimostrato che non sarebbe proprio stato il caso di fidarsi); e non solo perché “non si fa”. Soprattutto perché ritengo che chi partecipa a una manifestazione abbia il diritto di avere la massima quantità di informazioni su ciò che è accaduto e sta accadendo. Se vado a “cercare di violare la zona rossa” devo sapere che cosa sto facendo. Se rischio di prendere manganellate o di perdere il posto di lavoro devo saperlo; così come devo sapere che sto partecipando ad una sceneggiata.

Altrimenti cade l’osservazione che facevo all’inizio, sulla sconfitta culturale della sinistra e sulla catastrofe rappresentata dalla mancata partecipazione e dal mancato protagonismo su chi “è tornato a casa” per restarci.

La questione del linguaggio

Fino alla fine degli anni ’80 si svolgeva a Genova ogni due anni la “Mostra Navale Italiana”, l’esposizione del “meglio” della nostra industria militare. Il movimento pacifista annovera la fine della mostra navale tra le proprie (poche) vittorie. Ma la sensazione di aver vinto cominciamo ad averla quando constatammo che i media cominciarono a chiamare l’esposizione “Mostra Bellica”; che non era mai stata la sua denominazione ma semplicemente il modo in cui gli oppositori e le oppositrici erano soliti chiamarla.

Lo stesso avvenne con le parole d’ordine della contestazione al G8: tra gli obiettivi del “patto di lavoro”, da cui nacque il Genoa Social Forum non c’era affatto la contestazione, né tantomeno il blocco degli Otto: ma semplicemente il diritto di manifestare a Genova anche nei giorni del vertice. Ma fin dalla prima manifestazione (un semplice volantinaggio in piazza De Ferrari nel luglio 2000) lo scopo di chi si preparava a scendere in piazza era di agire “contro” gli Otto e le loro politiche di rapina; non certo di interloquire con loro o chiedere di “moderare” la loro tirannia.

“Bloccare l’incontro degli otto”, o almeno, rendere visibile il dissenso., era l’intento dichiarato della Rete. E quello che, almeno nella narrazione die media, divenne ben presto l’obiettivo delle manifestazioni.

Quando si alza il livello dello scontro

Il livello della repressione si alza ogni volta che si tenta di alzare il livello dello scontro, cercando di agire sui meccanismi di oppressione: ogni volta che si tentano di effettuare iniziative di disobbedienza civile compaiono i manganelli, le manette e qualche volta le pistole.

Lo vediamo tuttora in Val di Susa. Lo abbiamo visto a Genova, a Roma con le iniziative degli indignati nel 2011, che terminarono con condanne pesantissime. Ma credo che si debbano considerare esempi da seguire e i casi dei soldati israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle zone occupate; di coloro che aiutano disinteressatamente i migranti a superare i confini; dei medici che violando gli sciagurati protocolli della sanità italiana hanno isolato il virus del Covid; di amministratori come Mimmo Lucano.

La consapevolezza, l’educazione e la coscientizzazione credo debbano essere le linee guida di chi non ha perso la speranza di ricostruire la sinistra in Italia.


* Insegnante in pensione, da sempre attiva nei gruppi pacifisti, tra le promotrici e i promotori della Rete contro G8 per la globalizzazione dei diritti.


Immagine in apertura articolo di Ares Ferrari da Wikimedia.org

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